Se la ricerca innesca il coraggio di investire


Maria Chiara Carrozza è scienziata e docente di Bioingegneria e biorobotica all’Università di Milano Bicocca, già presidente del CNR, ministro dell’Istruzione e rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Sarà a Next sabato 26 alle 15, alla Camera di Commercio (piazza della Borsa): “La ricerca tra competenze e AI: sfide per il futuro”, modera Fabio Sottocornola.In “Quanto vale la conoscenza – Cinque lezioni per la ricerca del futuro” (Egea 2026), Carrozza riflette sul ruolo del sapere e della ricerca in un mondo sempre più veloce, complesso e condizionato dall’intelligenza artificiale.

Pubblichiamo un estratto del libro.

Gli ecosistemi della ricerca spesso nascono attorno a enti di ricerca, università e infrastrutture, che svolgono un ruolo di catalizzazione di idee e di creatività.

Da questi ecosistemi dovrebbe nascere la migliore innovazione europea per diffondersi sia a livello delle imprese consolidate sia anche e soprattutto a livello di generazione di spin-off e start-up. Il modello di riferimento che è ormai nato da diversi anni è quello della cosiddetta open innovation, dove l’ecosistema filtra e favorisce la crescita selettiva delle idee migliori e genera movimento verso l’innovazione. La realizzazione di questo modello richiede una forte determinazione collettiva per integrare funzioni e ruoli, che non significa creare regole e percorsi burocratici ma, al contrario, lasciare che la fiducia reciproca e la propensione al rischio del progetto comune emergano sui singoli interessi individuali.

Rimuovere le barriere e lasciare che i talenti sviluppino le loro idee è un processo molto difficile perché, nella scarsità di risorse, la competizione e lo sforzo di riempire tutti gli spazi liberi spesso prevalgono. La rete dei parchi scientifici e tecnologici, per esempio, è una realtà molto importante che anche in Italia costituisce un pilastro fondamentale dei percorsi di innovazione, e a mio avviso dovrebbe essere maggiormente valorizzata e connessa con il sistema della ricerca per creare più facilità di dialogo e sviluppo.

Non dovremmo commettere l’errore di entrare in una logica burocratica imponendo modelli amministrativi top-down ai parchi scientifici e tecnologici, perché ogni ambito e luogo territoriale ha le sue specificità; penso, invece, che l’unica cosa che conti davvero siano le competenze, le infrastrutture e le capacità di sviluppare le idee, più che la cristallizzazione degli assetti. Il valore dei parchi scientifici tecnologici è enorme per un territorio, rappresenta una fonte di catalizzazione di progetti, di attrazione di talenti e di rilancio della competitività e accelerazione di start-up creando aggregazioni e scale-up.

Storie e persone: Trieste Next e la forma del pensiero

La redazione

La passata edizione di Trieste Next (Silvano)

La valorizzazione della proprietà intellettuale e la traslazione di scienza in tecnologia sono processi che richiedono competenze tecniche adeguate, che vanno ben oltre il tema dei brevetti e della loro gestione. In passato è accaduto, in Italia, che il sistema di valutazione dell’università e degli enti di ricerca ha premiato il numero di brevetti come indicatore di successo delle organizzazioni, senza entrare nel merito della qualità, provocando un effetto distorsivo simile a quello generato per le pubblicazioni scientifiche, mentre nei brevetti conta soprattutto l’interesse a renderli produttivi e la capacità di costruire un progetto industriale per svilupparli, con capitali e infrastrutture.

Penso che il difetto principale del nostro sistema e del sistema europeo sia proprio quello di non creare un ecosistema in grado di selezionare, valorizzare e investire nei progetti industriali, collegando spin off con imprese esistenti per generare una massa critica e lo scale-up delle iniziative. Oggi nel mondo universitario è relativamente semplice generare uno spin off, ma è molto difficile trasformarlo in un’impresa di successo, creando opportunità di crescita, vincendo tutti gli ostacoli burocratici, amministrativi e culturali che spesso impediscono il fiorire delle iniziative.

Sulla base della mia esperienza, non è possibile generalizzare in una ricetta unica il processo di sviluppo degli spin off ma ho notato che spesso sono necessarie alleanze industriali e non puramente finanziarie.

La visione per il futuro e la propensione al rischio è ciò che manca di più in Italia, non solo in politica ma anche nel mondo dell’innovazione, mentre invece, per gestire la transizione tecnologica dell’AI, abbiamo bisogno di strategie e di capacità adattative piuttosto che di decisioni a breve termine. In molti campi, soprattutto industriali, non sappiamo ancora come l’AI cambierà i mercati, le produzioni, il lavoro e l’impatto che avrà in pratica, e per questo sarebbero necessarie una capacità strategica e una reattività maggiori.

Dovremmo preoccuparci del nostro futuro e pensare a un modello economico circolare e rigenerativo, uscendo in modo coraggioso dalla trappola del mid-tech e investendo nella ricerca nei settori emergenti e nella trasformazione della scienza in tecnologia, a partire dalle scienze della vita, biotech o quantum tech. Questi ambiti sono di vitale importanza per il nostro futuro anche per riempire di contenuti le nascenti AI factories, che rappresentano sicuramente un elemento di competitività, ma che rischiano di rimanere non utilizzate in pieno se non sono accompagnate anche da investimenti sui dati, e dallo sviluppo della domanda interna rispetto all’utilizzo del calcolo per l’innovazione.

Le AI factories europee sono infrastrutture avanzate di calcolo ad alte prestazioni (High Performance Computing, HPC) create per accelerare lo sviluppo di modelli e applicazioni di intelligenza artificiale su larga scala. Sono parte della strategia UE per costruire un ecosistema di AI sovrana, affidabile e sostenibile, riducendo il divario con USA e Cina. Se non generiamo anche domanda di utilizzo delle capacità computazionali rimarremo indietro clamorosamente. Dobbiamo sviluppare il mercato interno e investire ancora di più negli strumenti di accelerazione di impresa e sviluppo dell’innovazione che non sono solo finanziari ma anche infrastrutturali.

Tutto questo con la consapevolezza che la sovranità tecnologica si ottiene solo con l’investimento negli ecosistemi e nelle competenze, e che la miglior difesa per il futuro si può ottenere soltanto investendo in ricerca nel presente. L’unica strada per crescere è investire sulle imprese europee e accompagnarle nel processo di innovazione e di scale-up con opportune misure, soprattutto con l’investimento in ricerca.


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