Dalla city di Londra ad Atene – Alessandro Lubello


All’inizio di settembre Chris Rokos, uno dei più noti investitori della city, ha annunciato l’intenzione di spostare il centro dei suoi affari da Londra ad Atene. Non si tratta certo del primo esponente dell’alta finanza che decide di abbandonare la capitale britannica: da anni, ormai, dopo la Brexit ma in particolare da quando sono tornati al governo i laburisti, la city registra un’emorragia di investitori, infuriati per la prospettiva di dover pagare più tasse e di perdere varie agevolazioni fiscali.

Eppure la notizia ha suscitato particolare scalpore nel Regno Unito, sia perché Rokos non è un investitore qualunque sia perché, invece di mete più classiche come New York, Abu Dhabi, Singapore o la Svizzera (dove comunque ha già degli uffici), ha scelto la Grecia, un paese che solo da poco si è risollevato dall’abisso dell’insolvenza di stato e che comunque non è mai stato una piazza finanziaria particolarmente attraente.

Rokos possiede un patrimonio personale valutato in almeno due miliardi di euro ed è il terzo contribuente del Regno Unito: nel 2025 ha denunciato un reddito di 550 milioni di euro grazie agli enormi guadagni realizzati dal suo fondo, il Rokos Capital Management. Proveniente da una famiglia della classe media londinese, a scuola spiccava per le sue eccezionali doti in matematica, che gli valsero una borsa di studio a Eton prima di laurearsi con lode a Oxford.

Il suo destino però era la finanza: dopo le prime esperienze da trader in colossi come Ubs, Goldman Sachs e Credit Suisse, nel 2002 fondò con alcuni soci il Brevan Howard Asset Management, dove si affermò come nuova stella del firmamento finanziario. Alla fine, nel 2015, avviò una creatura tutta sua, fondando il Rokos Capital Management. Oggi è anche uno dei principali filantropi britannici: tra le altre cose, stacca generosi assegni per finanziare borse di studio a Eton e sostenere le università di Cambridge e Oxford.

Rokos non ha spiegato perché ha deciso di andare via. I motivi potrebbero essere molteplici e di varia natura, ma secondo molti osservatori non mancano le tasse e in generale le agevolazioni concesse da Londra agli investitori miliardari. Il pomo della discordia dovrebbe essere soprattutto il non dom status (o resident non-domiciled), uno status fiscale privilegiato che è stato modificato radicalmente nell’aprile del 2025: fino a quella data i cittadini senza un domicilio fisso nel Regno Unito potevano godere per quindici anni dell’esenzione fiscale sui profitti realizzati all’estero; ora il termine è stato ridotto a quattro anni per i nuovi arrivati, mentre tutti gli altri devono pagare le tasse come il resto della popolazione britannica.

Tuttavia, c’è chi ha fatto notare che nel Regno Unito miliardari del calibro di Rokos godono in ogni caso di un trattamento di riguardo da parte del fisco: secondo uno studio del 2023, nel Regno Unito chi guadagna più di mezzo milione di sterline all’anno ha un’aliquota fiscale media del 38 per cento; se il reddito supera i tre milioni si scende al 30 per cento; alcuni soggetti con redditi molto alti pagano il 12 per cento.

Rokos comunque ha deciso di seguire l’esempio di altri ricchi investitori, come il fondatore della Revolut Nik Storonsky, il magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal e l’ex vicepresidente della Goldman Sachs Richard Gnodde. La sua scelta è caduta sulla Grecia, un paese che da qualche tempo offre generosi incentivi: ad Atene, infatti, Rokos potrà pagare per quindici anni un’imposta annuale forfettaria di centomila euro, a patto che investa nel paese almeno cinquecentomila euro; inoltre, sui premi ottenuti per la gestione del suo fondo pagherà un’imposta di appena il 5 per cento.

Il finanziere britannico non è il primo ad aver scelto Atene né sarà l’ultimo. Il merito è di una politica voluta dal governo greco: come sintetizza Bloomberg, l’idea è “presentare la Grecia come un paese con i conti pubblici ormai sicuri e stabili, e in più i vantaggi di un clima mite e di una buona qualità della vita”. Per riuscire nel progetto, aggiunge l’agenzia statunitense, “bisognava far arrivare un grosso nome”, e probabilmente con il fondo di Rokos ci sono riusciti. Oltre alle agevolazioni fiscali, il governo ha cominciato a lavorare sulle norme per i lavoratori stranieri (però quelli con alti redditi e competenze avanzate) e le loro famiglie, anche per approfittare della fuga di miliardari e manager scatenata negli Emirati Arabi Uniti dalla guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Per Atene l’arrivo dei grandi investitori è innanzitutto un segnale che il paese non è più un paria finanziario. La Grecia è uscita da tempo dalla crisi del debito pubblico che nel 2010 l’aveva costretta a una clamorosa insolvenza. Oggi, dopo anni di sacrifici durissimi, s’intravede una certa normalità: l’economia è tornata a crescere, con un tasso che si avvicina al 2 per cento, mentre il bilancio pubblico ha generato un avanzo primario (l’eccedenza delle entrate sulle uscite escludendo il costo del debito) pari al 4 per cento del pil, permettendo al paese di superare l’Italia nella classifica degli stati europei più indebitati. Il governo sicuramente spera che i soldi degli investitori in qualche modo aiutino ancora di più l’economia e magari anche la classe media e i più poveri, quelli che hanno pagato più duramente la crisi dello scorso decennio.

Ce n’è proprio bisogno visto che, come racconta Le Monde, in Grecia la ripresa c’è stata ma non ha ancora garantito salari migliori per i lavoratori né un maggiore potere d’acquisto: più di un terzo dei dipendenti del settore privato guadagna meno di mille euro lordi al mese e il pil pro capite è uno dei più bassi dell’Unione europea, con 26.400 euro rispetto a una media di 38.100 euro. Non è un caso che, a pochi mesi dalle elezioni legislative della prossima primavera, il governo guidato dal conservatore Kyriakos Mitsotakis si sia affrettato a presentare un pacchetto da 2,2 miliardi di euro con tagli alle tasse e altre misure per aumentare il potere d’acquisto, oltre a stabilire che nel gennaio 2027 il salario minimo passerà da 920 a mille euro lordi al mese.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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