Il settore industriale si trova di fronte ad alcune importanti sfide di lungo e di breve termine. Come reagisce? Qual è il suo vero motore?
Negli ultimi diciotto mesi in Ticino sono stati numerosi i licenziamenti collettivi nel settore industriale, suscitando preoccupazione per il futuro del comparto. Quali sono le ragioni che hanno portato a questa situazione?
Probabilmente l’origine è da ricercare nelle scelte strategiche del management, piuttosto che nella situazione congiunturale.
Alcuni fattori di instabilità, promossi tramite un tam-tam mediatico, hanno alimentato timori eccessivi per l’industria negli scorsi mesi: come l’annuncio dell’introduzione dei dazi statunitensi, che ha toccato in realtà solo una parte molto limitata delle aziende svizzere, la forza del franco svizzero, l’aumento del costo dell’energia e dei trasporti dovuto alle guerre.
Ma le aziende non vivono solo nella contingenza, devono seguire dei piani di sviluppo orientati al futuro che anch’esso pone numerose sfide: prima fra tutte l’innovazione, la cui introduzione richiede importanti investimenti in strumenti, formazione e nell’aggiornamento dei processi.
Il settore industriale svizzero è riconosciuto a livello globale per la sua qualità tecnica e la sua capacità di innovazione. Per questo la Svizzera dovrebbe investire maggiormente nella formazione professionale in questo ambito. L’altra grande sfida che il settore deve affrontare è proprio quella della carenza di personale, aggravata, specialmente in Ticino, dall’introduzione dell’accordo fiscale per la tassazione dei frontalieri con la vicina Italia.
Le lavoratrici e i lavoratori del settore si chiedono quindi quale sia il futuro dell’industria ticinese. Per approfondire questo tema abbiamo intervistato Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi, che ci ha illustrato la situazione dal punto di vista dei datori di lavoro. Daniele Duma, responsabile del reparto fusione della GF di Novazzano ci ha invece raccontato la realtà della sua azienda dal punto di vista dei lavoratori.
Una certa stabilità
Abbiamo intervistato Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi.
Negli scorsi mesi i media hanno lanciato numerosi allarmi sulla situazione congiunturale: il problema dei dazi, la crisi dell’automotive, la forza del franco svizzero, l’interruzione di alcune vie di comunicazione e il costo dell’energia. Come valuta la situazione in Ticino?
Questa fase sembra oggi meno preoccupante di quanto sembrasse all’inizio di quest’anno. Gran parte delle aziende riferisce di avere un portafoglio ordini soddisfacente per i prossimi mesi. Diciamo che c’è una certa stabilità, ma senza garanzie di continuità.
Nell’ultimo anno e mezzo ho seguito quindici licenziamenti collettivi: la metà legati al mondo industriale, gli altri al settore terziario. Cosa c’è quindi all’origine di questi eventi?
Un licenziamento collettivo non dipende necessariamente da una situazione di crisi congiunturale od economica. Ogni azienda prende decisioni strategiche che orientano la sua attività negli anni a seguire. Potrebbe per esempio decidere di diversificare la produzione o di privilegiare altre sedi produttive. Per fare questo viene valutata anche l’attrattiva del territorio rispetto alle altre regioni. Migliorare le condizioni quadro come la stabilità giuridica, la fiscalità, i costi, la disponibilità di manodopera significa ridurre il rischio che un’azienda lasci il territorio. In questo ambito rientrano anche le politiche di sostegno all’innovazione. La Legge per l’innovazione mette a disposizione interessanti strumenti di finanziamento, ma probabilmente oggi occorre fare qualcosa di diverso: alcune aziende devono ancora avviare la digitalizzazione, altre stanno integrando l’intelligenza artificiale. Sarebbero inoltre necessari strumenti mirati per le piccole e medie imprese. Sul fronte della ricerca esiste sicuramente una buona collaborazione con i partner accademici, ad esempio la SUPSI.
Secondo lei la carenza di manodopera qualificata, oltre alla crisi demografica, è legata anche all’introduzione dell’Accordo fiscale per la tassazione dei frontalieri, che disincentiva le persone con un reddito più alto a venire a lavorare in Ticino?
Secondo le statistiche sul numero di frontalieri, in due anni abbiamo perso circa 900 lavoratrici e lavoratori, anche per motivi anagrafici. Il problema principale delle aziende ad alto valore aggiunto che potenzialmente potrebbero trasferire la propria attività nel nostro cantone è proprio questo: la disponibilità di personale formato e qualificato.
Oggi più della metà dei circa 16 mila frontalieri che lavorano nell’industria ha superato i cinquant’anni. Le attività potrebbero sparire per la carenza di manodopera.
Come far fronte a questa situazione? Bisognerà per esempio implementare i processi di automazione. Inoltre, occorre aumentare la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei giovani, che spesso desiderano un impiego a tempo parziale.
Quelli del tempo di lavoro e della conciliabilità lavoro-famiglia sono in effetti temi prioritari. Alcuni contratti collettivi aziendali prevedono già che il venerdì sia di libero. Queste richieste sono sempre più importanti per le lavoratrici e i lavoratori.
Cambiando tema, secondo la mia esperienza, anche la formazione svolge un ruolo chiave sulla disponibilità di manodopera: formiamo tanti apprendisti nel settore terziario, mentre si registra una carenza per il mondo industriale più tecnologico. Sono assolutamente convinto che le nuove generazioni sarebbero anche attratte dai lavori legati alla robotica e all’automazione.
Da una nostra indagine del 2022 è emerso che le aziende ticinesi hanno bisogno soprattutto di profili intermedi con una formazione professionale in parte tecnica: operatori di produzione, di automazione… L’AITI in questo ambito cerca di dare supporto alle aziende offrendo corsi di formazione. Abbiamo inoltre implementato un sistema che utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare le competenze delle persone e strutturare un percorso di formazione su misura rispetto alle lacune esistenti. Il sistema parte da un database di tutte le professioni e, attraverso una serie di chiavi e di domande specifiche, misura le competenze tecniche e trasversali.
I nostri apprendistati formano ottimi diplomati, anche se non sono sufficienti, e la Divisione della formazione professionale è piuttosto reattiva sulla creazione di formazioni ad hoc.
Nel sindacato facciamo riferimento al principio dell’«abito su misura» per la negoziazione di contratti collettivi che siano davvero rispondenti alle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori e delle aziende in un determinato settore. Si lavora per favorire il benessere del personale in modo da rendere più attrattiva la professione.
L’impegno per migliorare le condizioni offerte ai dipendenti è certamente importante per attrarre il personale. L’AITI è attiva per sostenere le aziende nell’ambito della responsabilità sociale nei confronti del territorio e dei portatori di interesse. Inoltre, si cerca di favorire un lavoro comune per una migliore conciliabilità tra lavoro e vita privata: stiamo per esempio sostenendo alcuni consorzi di aziende che hanno deciso di aprire asili nido per arricchire l’offerta nel nostro cantone.
Quali sono i numeri e la rilevanza del settore industriale in Ticino?
Nell’industria, oggi lavorano circa 29.000 persone (poco meno che trent’anni fa). Il settore produce il 21 per cento del PIL. È un settore che va valorizzato: perdere la produzione significa perdere competenze, indotto, ricerca, tecnologia. Ma anche il peso politico.
I lavoratori al centro
Daniele Duma, che opera in un’industria del Mendrisiotto, ha raccontato la sua esperienza di lavoro che lo ha portato ad impegnarsi per valorizzare il lavoro di squadra e il contributo di ciascuno all’interno dell’azienda.
Dove lavori e di cosa ti occupi?
Lavoro in GF a Novazzano, che recentemente è stata venduta alla CPP. Sono un casting manager (responsabile del reparto fusione) e lavoro nel reparto. Sono un tecnico e ho fatto la gavetta in quest’azienda: sono entrato come interinale e sono cresciuto professionalmente operando nei diversi reparti fino a diventare responsabile.
Qual è, secondo la tua visione, la sfida più grande che l’azienda per cui lavori deve affrontare?
Secondo me è la carenza di manodopera. Nei prossimi anni andranno in pensione molti collaboratori che hanno una lunga esperienza e perderemo il loro know how. In questo lavoro, in cui c’è un grande livello di artigianalità, questa componente è essenziale.
Il prodotto è altamente tecnologico: produciamo componenti per gli aerei e per gli impianti eolici, utilizzando leghe molto particolari. È indispensabile conoscere a fondo il processo per non sbagliare, ad esempio, i tempi e le modalità della colata e del raffreddamento. Il rischio è che il pezzo alla fine della lavorazione non sia uniforme e quindi sia inutilizzabile. Questo farebbe perdere tempo e materiale prezioso.
È importante inoltre essere vigili durante tutto il processo perché lavoriamo con temperature elevatissime che superano i 1’500 gradi.
Quando chiedi a un bambino cosa farà da grande, ti risponde l’astronauta o il medico, non ti risponde «voglio andare a lavorare in fonderia». Non è un lavoro che figura nell’immaginario collettivo tra quelli desiderabili. Questa potrebbe essere una delle ragioni che rende difficoltoso trovare personale?
Infatti. Per questo motivo la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori che arriva da noi, giunge come interinale ed è frontaliere. Non è un mestiere che attrae particolarmente i giovani, invece spesso i lavoratori più maturi sono richiamati dalla stabilità della posizione. Poi da lì per molti si avvia un percorso di crescita che porta, specialmente negli ultimi anni, in breve tempo ad un contratto a tempo indeterminato.
La nostra è una fonderia, ma una fonderia moderna, non quello che la gente si immagina. Naturalmente ci sono tutte le misure di sicurezza necessarie. Inoltre produciamo, come detto, prodotti estremamente tecnologici e questo rende tutto molto interessante.
Negli ultimi anni sono meno i lavoratori italiani che scelgono di venire a lavorare in Ticino anche a causa dell’accordo fiscale con l’Italia. L’accordo infatti tende ad essere più penalizzante all’aumentare del salario. Anche questo è un aspetto che rende più difficile reperire personale.
Il lavoro non rischia di diventare monotono?
È monotono se ti occupi solo del tuo compito senza avere una visione d’insieme. Grazie alla mia esperienza mi sono reso conto di quanto sia importante sperimentare il lavoro degli altri reparti per eseguire al meglio il proprio compito e ho cercato di applicare questo principio per i nuovi collaboratori entrati nel mio reparto. Anzitutto ci si rende conto del risultato finale al quale ciascuno contribuisce; inoltre si capisce meglio il senso e l’utilità dei diversi passaggi. Questo dà una maggiore visione d’insieme e aumenta la soddisfazione personale.
Per rendere più attrattive le condizioni di lavoro, su cosa è più importante puntare nel vostro settore?
Ti faccio un esempio: quest’estate è stata estremamente calda per tutti, ti puoi immaginare la situazione in fonderia. Abbiamo quindi rafforzato le misure per attenuare il disagio: i ventilatori, le pause prolungate, l’acqua, l’abolizione del turno di lavoro pomeridiano e l’introduzione di giubbottini dotati di elementi refrigeranti sostituiti ogni tre o quattro ore. Questo ha migliorato molto la qualità della vita lavorativa.
Rispetto ai rischi per la salute, in generale nel nostro lavoro quelli dai quali bisogna proteggersi più frequentemente riguardano la sicurezza fisica: intossicazioni da metalli pesanti, la presenza di polveri di ceramica, le ustioni. Per esempio è necessario indossare gli occhiali per proteggere gli occhi dalla forte luminosità del metallo fuso. Lo stress psicologico invece lo sperimentiamo specialmente nei periodi di incertezza lavorativa.
Per noi il contratto collettivo del settore è una presenza rassicurante che fissa le regole del gioco e garantisce alcuni aspetti chiave. Grazie al contratto e al partenariato sociale possiamo, nel corso del tempo, migliorare le condizioni di lavoro.
L’offerta formativa è interessante?
La formazione nel nostro settore si svolge principalmente sul luogo di lavoro. Il contratto collettivo dell’industria MEM prevede anche la disponibilità di fondi che vengono elargiti proprio per la formazione continua e questa è un’opportunità importante che va sfruttata.
Ci sono possibilità di crescita dei salari?
Tradizionalmente le trattative per gli aumenti salariali prevedono una parte di aumento uguale per tutti e una parte legata al merito. Per questo è capitato che, nel tempo, i salari di alcune categorie non siano cresciuti e si sia formato un divario importante rispetto ad altre categorie. Nel mio ruolo sto cercando di favorire una distribuzione degli aumenti più equilibrata perché per raggiungere il risultato finale è necessario il contributo di tutti, non solo quello di una parte dei lavoratori. ■
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