Quando si tassavano davvero gli extra-profitti


Confrontando il dibattito sugli extra-profitti di un secolo fa con quello di oggi viene il forte sospetto che qualcosa sia andato storto nella testa della classe dirigente non solo italiana

Giorgio Meletti

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Il surreale dibattito sulla tassazione dei cosiddetti extra-profitti, generalmente liquidata come un’idiozia irrealizzabile, impone una riflessione: gli economisti in genere trascurano lo studio della storia e così non pochi pensano che essa cominci con loro.

Cosicché un giorno gli storici racconteranno ai nostri nipoti una sola cosa di questo momento alto del pensiero italiano: «Negli anni Venti del XXI secolo ogni tanto un esponente dalla maggioranza di centro-destra proponeva di tassare gli extra-profitti e immediatamente una certa Marina Berlusconi (asseritamente proprietaria di uno dei partiti della maggioranza di governo, Forza Italia) avvertiva in modo perentorio che non si doveva neppure parlarne. In soccorso della spaventata padrona di Forza Italia accorrevano plotoni di economisti togati che confermavano ex cathedra come solo dei folli potessero pensare una cosa talmente assurda».

Il caso più recente è quello dell’economista Carlo Cottarelli (euro-rigorista estremo famoso per essere andato in pensione a 59 anni) che il 4 settembre 2026 ha scritto sull’Espresso che le tasse sugli extra-profitti non gli «sembrano una grande idea», per tre ragioni.

La terza è davvero singolare: «Se si imponessero tasse sugli extraprofitti, questo legittimerebbe le richieste di sussidi da parte dei settori colpiti quando i profitti sono bassi (per esempio, i profitti delle grandi banche sono stati bassi nel decennio scorso)».

In verità, pur in assenza di tassazioni legittimanti, lo Stato ha sussidiato nel decennio scorso Monte dei Paschi, Veneto Banca e Popolare di Vicenza per circa 10 miliardi.

Ma sono il primo e il secondo motivo di orrore di Cottarelli a esortarci alle storie: «Primo, non si capisce come dovrebbe essere definito un extraprofitto. Qual è la soglia oltre la quale un profitto deve essere considerato extra? (…) Secondo, il sistema tributario deve essere il più possibile stabile. Se si comincia a intervenire con misure a sorpresa si scoraggia l’investimento di lungo termine».

Anche se Cottarelli finge di ignorarlo (è infatti impensabile che lo ignori), i due (per lui) insormontabili problemi sono stati affrontati e risolti con successo un secolo fa da due grandi economisti liberali, Luigi Einaudi e Francesco Saverio Nitti, che probabilmente egli stesso colloca nel Pantheon dei suoi Maestri.

Con il Regio decreto 21 novembre 1915 n. 1643, firmato dal ministro delle Finanze Edoardo Daneo a sei mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, vengono sistemati i due problemi che tolgono il sonno a Cottarelli e alla famiglia Berlusconi: si definisce il criterio per il quale un profitto dev’essere considerato extra e si introduce, senza tante cerimonie, una tassazione retroattiva di 15 mesi.

Il Regio decreto non ci gira intorno:

«Art. 1. I nuovi redditi realizzati durante il periodo dal 1° agosto 1914 al 31 dicembre 1915 in conseguenza della guerra europea da commercianti, industriali ed intermediari, non che i redditi della medesima natura che nello stesso periodo hanno ecceduto quelli ordinari determinati ai sensi del presente allegato, sono accertati a parte per l’applicazione dell’imposta di ricchezza mobile e sono inoltre assoggettati ad una sovrimposta straordinaria di guerra nella seguente misura».

Non è complicato: si definisce un criterio per calcolare il reddito (cioè il profitto) ordinario, e si tassa la parte eccedente con aliquote progressive fino al 60 per cento, che nell’immediato Dopoguerra (quando si scoprirà che la guerra era costata molto più del previsto) saranno inasprite fino a sfiorare il 100 per cento.

Per togliere ogni dubbio il decreto luogotenenziale 23 dicembre 1915 n. 1893 dichiara doversi presumere profitti di guerra tutti quelli realizzati, per aumento di produzione o di commercio oppure per elevamento di prezzi, dopo il primo agosto 1914. Dove tutti significa tutti.

Misure bolsceviche? No, misure liberali necessarie, dicono Einaudi e Nitti. Come si fa a dire che gli extra-profitti sono dipendenti dalla guerra?

Lo spiega Einaudi con un esempio limite:

«Per le società di assicurazioni contro gli incendi, nonostante fosse constatato che la massa delle operazioni non era aumentata né le tariffe cresciute, fu giudicato poter darsi profitto di guerra anche semplicemente in seguito alla diminuzione dei rischi derivanti proprio dallo stato di guerra.

I richiami sotto le armi scemarono, a quanto pare, in talune regioni le occasioni di incendio e, in parte, attenuarono l’intensità degli odi di famiglia e di classe, sicché, essendo diminuiti gli incendi, talune imprese di assicurazione dovettero pagare minori risarcimenti ed, a tariffa costante e numero di operazioni invariato, ottennero più lauti profitti. Questi furono perciò giudicati profitti di guerra e soggetti all’imposta».

Avete capito? I contadini chiamati a morire sull’Isonzo non hanno più occasione di dare fuoco al pagliaio del vicino, e questo determina per gli assicuratori un profitto di guerra.

Einaudi teorizza senza battere ciglio quello che oggi sarebbe stigmatizzato dai nostri liberisti a gettone come uno “Stato di polizia fiscale”.

È vero, ragiona, che una tassazione punitiva induce l’industria ad aumentare i prezzi delle forniture militari e quindi la misura fiscale non porterebbe grande vantaggio allo Stato.

Però, teorizza il futuro governatore della Banca d’Italia e presidente della Repubblica, «il suo vero valore sta altrove: nella possibilità che si è data, per la prima volta, ai funzionari delle imposte di frugare nei registri delle società e dei privati e di far saltare fuori il vero».

Frugare nei registri delle società, propugna Einaudi nel 1917.

Stiamo parlando di uno Stato che, per finanziare la guerra all’Austria, si indebita in tre anni fino a circa il 100 per cento del Prodotto interno lordo, ed esce dalla guerra il 4 novembre 1918 con un deficit del bilancio statale attorno al 12 per cento.

Anche su questo punto Einaudi è severo: la tassazione degli extra-profitti deve andare esclusivamente a riduzione del debito pubblico.

Lo Stato ti prende mille lire di tassa e ti rimborsa mille lire di titoli di Stato, non deve quindi assolutamente usare quelle mille lire per altre spese.

Il 20 ottobre 1917, quattro giorni prima della rotta di Caporetto, Nitti tiene un importante discorso alla Camera, propedeutico alla caduta del governo Boselli e alla nascita del governo Orlando (in cui Nitti stesso sarà ministro del Tesoro).

Ebbene, il grande economista liberale e ministro del Tesoro in pectore così affronta il tema degli extra-profitti, secondo il resoconto parlamentare:

«Io non so spiegarmi come, dopo tanto tempo, vi possano essere così larghi profitti; come industrie che hanno largamente ammortizzato, abbiano degli extra-profitti, e non sia possibile ragguagliarli. (Bene!)».

Insomma, non ce l’ha con la severa tassazione ma con un sistema fiscale impotente di fronte all’evasione.

Il Corriere della Sera, giornale super interventista, commenta il discorso di Nitti in modo sorprendente, polemizzando con neutralisti, pacifisti e socialisti, «i quali danno a intendere che i fautori della guerra sono in realtà i fautori dei fornitori militari, i complici necessari di coloro che diventano milionari a vista d’occhio. Ma non importa. L’osservazione [di Nitti] era giusta».

Insomma, il Corriere dice di essere per la guerra ma nega di essere al servizio di coloro che diventano milionari a vista d’occhio.

E addirittura rivendica, per fare buon peso, che la severità di Nitti è stata anticipata sulle sue colonne dal brillante collaboratore Einaudi con questa analisi implacabile:

«Io credo che non sia stato ancora abbastanza utilizzato un altro mezzo per ridurre i guadagni di quelli che lavorano per la guerra. Sta bene tassare i profitti dopo che si sono prodotti; ma non sarebbe ancor meglio non lasciare guadagnare tanto ai fornitori dello Stato?

Se ci sono dei fabbricanti, i quali guadagnano troppo, ciò vuol dire che il prezzo delle spolette, delle granate, delle mitragliatrici, degli aeroplani è stato fissato troppo alto in rapporto al costo di produzione.

Vuol dire che si è pagato 10 l’oggetto che costava 5; lasciando lucrare 5 al fabbricante. Invece di aspettare a tassare i 5 di profitto quando già il fabbricante li ha intascati, quando già si è abituato a considerarli come roba sua ed è disposto a difenderli con le unghie e coi denti contro il funzionario delle imposte, non sarebbe meglio che i ministeri dell’Armamento, della guerra, della marina, che il comitato supremo, che le varie autorità accertassero e pagassero soltanto 6?».

Il Corriere chiude il discorso in un modo che oggi suonerebbe eversivo:

«La faccenda degli extra-profitti ha due aspetti antipatici. Se non si riesce — come dice l’on. Nitti — a “raggiungerli”, si dà l’impressione d’una debolezza del governo, tutore del danaro pubblico oggi spremuto dai sacrifizi di tutta la popolazione, verso gli accumulatori di grossissimi guadagni; e se si riesce a raggiungerli, le cifre danno la piena evidenza di questi guadagni enormi, che devono essere diminuiti, perchè è scandaloso che vi sia gente la quale non sappia più dove riporre o dove spendere i milioni che lo stato di guerra le frutta».

Lo stesso Einaudi, pochi giorni prima del discorso di Nitti, scrive un articolo che parte così:

«Se debbo giudicare dalla frequenza delle lettere che giungono a me ed alla direzione del Corriere, continua ad essere grande e sfavorevole l’impressione che sull’opinione pubblica esercitano i molti casi di rapido arricchimento dovuto alla guerra.

Imprese in crisi profonde tratte a salvamento; altre mediocri tratte ad insperata fortuna; quelle grandi divenute strapotenti; molti dal nulla riusciti a grandi ricchezze.

Questo spettacolo dei subiti guadagni e del lusso sfrenato di non pochi nuovi arricchiti irrita e nuoce alla resistenza morale del paese».

Einaudi traccia solo una linea di confine, quella tra la tassazione sacrosanta e l’eccesso: l’aliquota sugli extra profitti non deve superare il 66 per cento, e non perché sarebbe ingiusto ma perché andare oltre farebbe esplodere l’evasione, con risultati controproducenti per l’erario.

Tre mesi dopo, nei primi giorni del gennaio 1918, Nitti va a Torino e tiene un discorso per incitare i piemontesi ricchi a sottoscrivere il prestito di guerra che, peraltro, offre un rendimento interessante al 5,78 per cento annuo, laddove, fa notare il ministro del Tesoro, gli alleati inglesi stanno finanziando l’Italia al 3,5 per cento.

Einaudi va ad ascoltare l’amico e collega (che l’anno successivo, diventato presidente del Consiglio, lo farà nominare senatore del Regno) e restituisce ai lettori del Corriere questo resoconto:

«Come ministro del Tesoro, Nitti parla francamente, brutalmente ai suoi ascoltatori, li piglia per il petto e con il suo tono sorridente e pacato dice loro: o voi vuotate il vostro portafoglio, largamente, abbondantemente, come non lo avete mai vuotato sinora, o gli austriaci vi piglieranno vita e portafoglio e onore e libertà.

Io non vi ringrazio, se voi mi date il vostro denaro, tutto il vostro denaro; perché in questo momento, in cui i padri danno i loro figli alla patria, i possessori di ricchezze, piccole, medie, grandi ricchezze devono dare tutto ciò che possono per la difesa della patria».

È chiara la logica dominante in quegli anni tra le forze più conservatrici e liberali: se la guerra la facciamo pagare ai poveri il sistema salta.

Logica che dura fino alla marcia su Roma, quando Benito Mussolini risolve il problema alla sua maniera: al diciannovesimo giorno di governo, con il regio decreto-legge 19 novembre 1922 n. 1487, sopprime la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra.

Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il conto della guerra tornano a pagarlo i poveri esattamente come nell’Italia di Giorgia Meloni e Mario Draghi.

Nell’Italia del 2026 si prefigura per lo Stato uno sforzo finanziario immane per il riarmo.

Giusta o sbagliata che sia l’idea di predisporsi a uno scontro armato con la Russia chiudendo gli ospedali per comprare missili, la domanda è comunque la stessa di 109 anni fa: chi paga?

Cerchiamo di capire che cosa sono oggi gli extra-profitti.

Il 24 febbraio 2022, giorno di inizio dell’attacco della Russia all’Ucraina, segna per l’Italia l’ingresso in un’economia di guerra, segnata dalla celebre frase dell’allora premier Mario Draghi sulla scelta tra la libertà e il condizionatore, con cui è stata introdotta la severa norma secondo cui la guerra la devono pagare i poveri nel loro proprio interesse, perché, se la facciamo pagare ai ricchi, quelli, per necessità o per ritorsione, li licenzieranno.

Da quel giorno le azioni Eni hanno aumentato il loro valore di circa il 75 per cento, la capitalizzazione, cioè il valore totale dell’Eni, è passata da 39 a 68 miliardi.

Nel frattempo l’Eni ha distribuito come dividendi o riacquisto di azioni proprie (un modo elegante di distribuire i profitti senza darlo tanto a vedere) oltre 20 miliardi.

Chi ha comprato azioni Eni per 100 mila euro il 24 febbraio 2022 oggi si ritrova in tasca 225 mila euro: quell’investimento gli ha reso mediamente quasi il 20 per cento all’anno. Secondo i criteri fissati nel 1915, considerando “ordinario” un rendimento niente male attorno al 10 per cento annuo, l’extra-profitto sarebbe calcolabile in circa 80 mila euro su 145.

Naturalmente è solo per farsi un’idea, perché a essere tassati non sarebbero i singoli azionisti ma le società.

Prendiamo ad esempio Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana, e Leonardo-Finmeccanica, fabbrica di armi a controllo pubblico, che negli anni della guerra sono andate molto bene.

Chi ha comprato azioni Intesa per 100 mila euro il 24 febbraio 2022 adesso si trova in tasca (tra crescita in Borsa, dividendi e l’astuto buy-back) circa 340 mila euro.

Il suo investimento gli ha reso circa il 31 per cento all’anno, niente male. Secondo i criteri dei liberali di un secolo fa, dei 240 mila euro di profitti quasi 200 mila andrebbero considerati extra-profitti (Intesa, che è la maggiore banca italiana, non è quella con la performance migliore, Bper, Unicredit e Banco Bpm hanno fatto meglio. Ma i loro extra-profitti sono sacri e inviolabili).

Chi ha comprato azioni Leonardo per 100 mila euro il 24 febbraio 2022 adesso, con le azioni cresciute del 600 per cento, si trova in tasca oltre 720 mila euro, equivalenti a un rendimento medio superiore al 55 per cento annuo.

In totale queste tre sole società hanno generato per i loro azionisti un guadagno “oltre l’odinario”, cioè un profitto di guerra, calcolabile intorno ai 150 miliardi, cioè quanto cinque manovre finanziarie, come amano dire i politici con un’unità di misura peraltro non molto significativa.

A fronte di questi guadagni va ricordato, per rigore di cronaca, il contributo straordinario imposto dallo stesso Draghi sulle imprese energetiche che nel 2022 ha prodotto un gettito di 2,8 miliardi.

Si può dunque dire che in questo momento c’è un sacco di gente che si sta arricchendo con la guerra prossima ventura o evitata?

Se gli economisti studiassero la storia saprebbero che è un fenomeno normale, già studiato dagli economisti venuti prima di loro: nella guerra ‘15-’18 un sacco di gente ha fatto un sacco di soldi mentre 650mila ragazzi morivano sul Carso.

Un solo esempio: la Fiat del senatore Giovanni Agnelli dal 1914 al 1918 ha visto i suoi dipendenti passare da 4 mila a 40 mila, e i profitti di guerra hanno di fatto finanziato la costruzione del Lingotto, iniziata nel 1916 e terminata nel 1923.

Ma non si ricorda all’epoca nessun economista che teorizzasse quanto fossero benedetti gli extra-profitti che consentivano la creazione di posti di lavoro. Al contrario.

Proprio a Torino, nell’estate del 1917, si verifica una penuria di farina, cioè di pane, talmente grave da provocare una rivolta popolare letteralmente soffocata nel sangue: polizia e carabinieri uccidono sulle strade una cinquantina di uomini e donne.

In questo clima il ventiseienne Antonio Gramsci, che si è appena fatto notare in città con un articolo intitolato Odio gli indifferenti, torna sul Grido del popolo con un intervento sugli arricchimenti di guerra:

«Ci hanno chiamati demagoghi perché ci piace chiamare “pescicani” i fornitori militari (…) Siamo persuasi che debbono vergognarsi dei loro guadagni, che possono essere chiamati “pescicani” quelli che abusano della loro indispensabilità, della mancanza di concorrenza per svaligiare l’erario pubblico, per imporre i prezzi che permettano gli arricchimenti subitanei».

Nel frattempo La Stampa, il giornale della borghesia torinese, affronta il problema con un tono non molto diverso:

«Il pubblico – al quale la cosa fu tante volte preannunziata e promessa – attende ancora, attende sempre, e già brontola per l’indugio, un congegno fiscale di forte percezione, di prelevamenti quasi espropriatori dei sopraprofitti di guerra, che la coscienza universale si ricusa di considerare come leciti accumuli di legittimi benefici e considera piuttosto come refurtiva della vasta e permanente razzia allestita sui vari bilanci della difesa nazionale durante la guerra».

Confrontando il dibattito sugli extra-profitti di un secolo fa con quello di oggi viene il forte sospetto che qualcosa sia andato storto nella testa della classe dirigente non solo italiana.

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