Strategia è una parola che la provincia italiana ha imparato a pronunciare con cautela, quasi con pudore. La usano le Capitali, le fondazioni, i ministeri. I Comuni di ventimila abitanti, di norma, si accontentano di un cartellone: un elenco di serate, un manifesto affisso a giugno, un consuntivo a settembre. Veroli ha scelto di rovesciare questa gerarchia. L’estate che si avvia verso la conclusione sulle sue mura non è stata una parentesi e non è stato intrattenimento: è stata la verifica pubblica di un’ipotesi. Quella secondo cui la Cultura può essere una forma di governo prima ancora che una forma di spettacolo.
Non nasce da zero questa estate di Veroli. È il punto d’arrivo provvisorio di un percorso che l’amministrazione guidata dal sindaco Germano Caperna con l’assessore alla Cultura Francesca Cerquozzi, porta avanti da anni con coerenza: occasioni culturali distribuite lungo tutto il calendario, non concentrate nelle sere di luglio e agosto.
Quest’anno il disegno è diventato più leggibile. La tappa del Premio Strega in maggio ne è stata il primo segnale: la città ha ospitato la Dozzina dell’80° Premio Strega, cioè una serata dedicata ai dodici libri finalisti del prestigioso premio letterario nazionale. E da lì in poi una sequenza praticamente senza interruzioni fino a settembre (leggi qui: Veroli, la cultura come strategia: «Non somma di eventi, ma progetto di città». E qui: Top e Flop, i protagonisti di giovedì 7 maggio 2026).
Un territorio troppo grande per un solo palcoscenico
Per capire la portata della scommessa bisogna partire da un dato che si legge sulle carte prima che nei programmi. Veroli è il Comune con il territorio più vasto della provincia di Frosinone: un centro storico arroccato sui Monti Ernici e intorno una costellazione di contrade con tradizioni, luoghi, associazioni e identità che raramente si parlano. Una geografia che, in molte amministrazioni, produce frammentazione: ogni frazione la sua festa, ogni associazione la sua sera, ogni campanile la sua memoria.
La sfida non era mantenere un numero elevato di eventi. Era tenere insieme questa ricchezza, farle parlare una lingua affine senza appiattirne le differenze: mettere in relazione centro e contrade, luoghi e iniziative, fare in modo che ciascuno conservasse la propria storia riconoscendosi dentro un racconto più grande. È un lavoro di tessitura istituzionale, non di programmazione artistica: va giudicato con i criteri delle istituzioni: esiste una rete? Produce qualcosa? La risposta, a fine estate, la forniscono i risultati dei vari eventi.
La risposta è che la rete esiste e non è più solo un’intenzione. (leggi qui: Via al nuovo centro: parcheggi, strade, ascensori e una nuova idea di città).
La filosofia che scende nei vicoli
Il Festival della Filosofia, alla settima edizione, resta il vertice riconoscibile di questa architettura. Quest’anno ha scelto un tema che le Capitali della cultura discutono con imbarazzo e le città medievali, in teoria, non dovrebbero nemmeno permettersi: l’intelligenza artificiale.
Sono passati da Veroli Telmo Pievani con la distinzione tra le storie che l’uomo racconta e i dati che la macchina elabora, Alan Friedman con la domanda che l’Europa non può più rinviare — chi governa chi — e Claudio Cerasa con una tesi che riguarda direttamente chi scrive: la domanda che salva il giornalismo, la fanno ancora gli umani (leggi qui: Cerasa e la domanda che salva il giornalismo, Friedman e la domanda che l’Ue non può rimandare, La filosofia apre con Pievani).
Ma il segnale più interessante di questa edizione non è arrivato dal palco. È arrivato dall’Aperitivo filosofico, la novità che ha portato il pensiero fuori dalla piazza principale e dentro i vicoli: una forma meno ingessata, meno cerimoniale, più vicina alle persone. Troppo facile liquidarlo come un espediente di comunicazione. Non lo è: è la dimostrazione che la filosofia può abbassare il tono senza abbassare la profondità, e che un pubblico non specialistico è disposto a fermarsi se lo si tratta da interlocutore e non da platea. Il tutto, all’interno di un mondo in cui il dibattito pubblico si consuma in frammenti di trenta secondi, si affida ad un reel: Veroli che organizza conversazioni lente in una strada medievale ha fatto, a modo suo, un’operazione di igiene democratica.
I Fasti, o della città che diventa spettacolo
I Fasti Verolani hanno una storia e una forza proprie. Quest’anno hanno tagliato il traguardo della venticinquesima edizione. Per alcuni giorni cambia il modo di vivere il centro storico: le mura, le scale, le chiese e le piazze smettono di essere il luogo in cui lo spettacolo avviene e ne diventano parte. La città non ospita la rappresentazione: la interpreta.
Contrade in Fasti è un’altra cosa ed è forse la scelta più politica dell’intera stagione. Significa portare quella contaminazione fuori dal perimetro delle mura, dentro un territorio enorme, coinvolgendo realtà diverse per storia e per abitudini. È il modo in cui il centro storico restituisce alle contrade ciò che per anni ha attratto verso di sé.
Quest’anno il passaggio ad Alatri ha aggiunto un elemento nuovo: ciò che nasce a Veroli comincia anche a viaggiare. È il primo risultato concreto di Hernica Saxa, l’alleanza che nei mesi scorsi ha visto insieme Veroli con Anagni, Alatri e Ferentino: storiche città fortificate, unite nel progetto di diventare Capitale Italiana della Cultura. Mancato per poco, sfiorato, sfumato solo una volta arrivati alla finalissima.
Venticinque anni senza vivere di rendita
Ernica Etnica ha festeggiato il quarto di secolo con una partecipazione che gli organizzatori stessi hanno definito enorme. Nata nel 2000 per portare a Veroli la musica popolare del Mediterraneo, la rassegna ha allineato quest’anno Officina Zoè, Eugenio Bennato e le Officine Meridionali Orchestra dirette da Giuliano Gabriele, per poi allargare per la prima volta il perimetro fino al Sud America, con i cinquanta ballerini argentini dei Danzantes di San Luis arrivati nell’ambito del Festival Internazionale del Folklore di Alatri (leggi qui: Venticinque anni di Ernica Etnica).
Il dato rilevante non è l’anniversario. È che una manifestazione con radici così profonde continui, dopo venticinque anni, ad allargare il proprio pubblico invece di amministrarlo. Le rassegne longeve, in Italia, tendono a diventare rendite di posizione: si ripetono perché si sono sempre fatte. Ernica Etnica è la prova che la longevità può convivere con il rinnovamento, a condizione che qualcuno continui a porsi la domanda scomoda: a chi stiamo parlando, e chi ancora non ci ascolta?
Il teatro e la forza silenziosa delle associazioni
Il teatro ha mantenuto il suo spazio con Chiostro in Scena e con le altre esperienze che Veroli accoglie: una dimensione più leggera, capace però di lasciare una riflessione. Ed è qui che emerge il fattore che nessun cartellone dichiara e senza il quale nessun cartellone esisterebbe: l’associazionismo. Non un contorno alla programmazione comunale, ma una delle forze che la rendono possibile.
Le associazioni sono il tessuto connettivo tra il palazzo e le contrade, tra il grande nome e il pubblico locale; sono la ragione per cui la rete di cui si parlava all’inizio ha una consistenza concreta e non soltanto istituzionale.
Lo si vede con chiarezza nel Festival Nazionale dello Sport Raccontato, che l’associazione Tutti i Colori del Libro ha portato all’ottava edizione. Una settimana in cui lo sport torna a essere cultura attraverso le storie, la memoria e i protagonisti: dallo scrittore Maurizio De Giovanni alla parabola di Beppe Signori, fino al dialogo di chiusura con il presidente Maurizio Stirpe sul futuro del Frosinone Calcio (leggi qui: Il coraggio di raccontare l’anima più profonda dello sport).
Accanto a questo, gli appuntamenti sportivi che Veroli continua ad accogliere portano dentro la città persone, federazioni e realtà diverse. Anche questa è una forma di apertura, e non la meno importante.
Veroli, città che legge
Veroli è città di cultura nel suo Dna. E cultura significa libri. Non è un caso che prima dei Fasti, prima di Ernica Etnica, ci sia stato un mese intero, quello di giugno, in cui Veroli ha parlato quasi esclusivamente al femminile. Lo ha fatto con VeroLibri, la rassegna curata dalla libreria Ubik di Frosinone che ha raggiunto quest’anno la dodicesima edizione. Ha scelto un filo conduttore netto: quattro autrici, quattro romanzi, quattro temi diversi, dal 2 al 29 giugno nel Chiostro di Sant’Agostino.
Dodici anni sono tanti, per una rassegna che vive di libri in un’epoca in cui i libri si leggono sempre meno. Ma è proprio questo, forse, il punto: VeroLibri non ha inseguito il pubblico dei grandi eventi, ha continuato a coltivare quello più piccolo, più fedele, della lettura come pratica quotidiana.
Una rete che respira in due direzioni
C’è infine un movimento che va ormai nei due sensi, e che rappresenta il vero salto di qualità di questa estate rispetto alle precedenti. Veroli porta fuori e Veroli accoglie. Il Festival della Filosofia è andato ad Anagni; Contrade in Fasti è arrivato ad Alatri; a Veroli sono giunti il Festival Internazionale del Folklore e il Festival del Teatro Medievale. Lo scambio tra Comuni comincia a essere qualcosa di concreto, misurabile, non un’enunciazione di principio.
È probabilmente questo il riscontro più significativo di Hernica Saxa, la rete delle città fortificate della Ciociaria nata attorno alla candidatura a Capitale Italiana della Cultura, arrivata tra le dieci finaliste. Le candidature, in Italia, hanno una vita breve: si costruiscono in un anno, si perdono in un giorno e si dimenticano il giorno dopo. Qui è accaduto il contrario. Prima ancora dei progetti e delle dichiarazioni congiunte, le città hanno cominciato a scambiarsi pubblico, esperienze e occasioni. È il segno che una rete territoriale funziona non quando viene firmata, ma quando le persone iniziano a spostarsi lungo i suoi fili senza che nessuno glielo chieda.
La scommessa che resta
La sequenza logica di questa estate è ormai leggibile: prima mettere in relazione un territorio vastissimo, le sue associazioni, i suoi luoghi e le sue peculiarità; poi aprire quella rete verso l’esterno. Dentro tutto questo rimane la scommessa culturale più impegnativa, quella che non si vince in una stagione: fare di Veroli un luogo in cui i grandi nomi, le esperienze locali e il pubblico abbiano senso insieme, e non semplicemente accanto.
La provincia italiana è piena di Comuni che organizzano tutto e di Comuni che non organizzano niente. La terza via, la più difficile, è quella di una città che non pretende di produrre ogni cosa ma sa far accadere le cose, mettendo in relazione le energie che ha e facendole parlare una lingua affine.
Non è una politica culturale: è una politica, punto. E la domanda che Veroli lascia aperta, alla fine di quest’estate, non riguarda il prossimo cartellone. Riguarda quante altre città di questo territorio saranno disposte a chiedersi se la cultura, per loro, sia ancora una spesa da giustificare o sia diventata un modo di stare al mondo.
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