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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 2 settembre 2026.
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ROBERTO VANNACCI
Esiste un test quasi infallibile con il quale misurare chi in Italia parla davvero alla pancia del Paese: il sondaggio fatto al rientro dalle vacanze, quello che gli elettori compilano senza il filtro della campagna elettorale, dopo essersi confrontati con il costo dei carburanti, i prezzi della vita una volta allontanatisi da casa. Swg per La7 lo ha diffuso la sera del 31 agosto ed è un test che Roberto Vannacci ha superato meglio di chiunque altro.
Futuro Nazionale sale al 7,5%, tre decimali in un mese. Scavalca Forza Italia, ferma al 7,1%: a inizio agosto il rapporto era ancora capovolto. Non basta: anche la Lega di Matteo Salvini viene superata, dall’Alleanza Verdi e Sinistra salita al 6,7% contro il 5,7% del Carroccio. Due sorpassi nello stesso mese, entrambi ai danni di Partiti storici, entrambi mentre Fratelli d’Italia resta primo ma cede due decimali.
Senza Partito
Il paradosso è che Vannacci non ha una struttura, non ha correnti, non ha un Partito nel senso tradizionale del termine: ha un tono. Mentre Elly Schlein guadagna un decimo faticando a ricucire un Campo largo che non decolla, Salvini insegue i suoi governatori del Nord, il generale ha capito prima degli altri che in politica, oggi, la chiarezza brutale paga più della mediazione. Non è un giudizio sui contenuti: è la fotografia di un metodo che funziona.
Resta da capire se un consenso costruito sulla sintonia emotiva regga alla prova del tempo. O se (come già accaduto ad altre meteore della politica nazionale) evapori alla prima gaffe fuori misura. Per ora, i numeri dicono che la pancia degli italiani ha trovato chi le parla in dialetto.
La pancia ha un nome.
LA NAZIONALE DI VOLLEY FEMMINILE
Più antica del catenaccio, più radicata della simulazione: nel nostro Dna sportivo c’è l’istinto per la polemica. Non ce la teniamo, rispondiamo sempre: all’offesa, al sospetto, a chi ci sminuisce. Dalla borraccia di Coppi e Bartali alle moviole di ogni lunedì, la nostra storia sportiva è anche una storia di repliche piccate, di conferenze stampa trasformate in tribunali.
Zoran Terzić, commissario tecnico della Serbia, conosce bene questo riflesso e vi ha fatto affidamento: le azzurre della nazionale di Pallavolo avrebbero avuto «un po’ di fortuna», il paragone con le grandi del passato sarebbe «ridicolo» e nessuno saprebbe nominarne quattro.
Era, in tutta evidenza, un invito a nozze per accendere una polemica capace di incendiare il clima.
La provocazione caduta nel vuoto
Ciò che è accaduto dopo è la notizia. Nessuna replica delle giocatrici, nessuna intervista risentita. Julio Velasco ha chiuso la faccenda con una frase che vale un manuale: «Non ascoltiamo nemmeno le nostre mamme, figuriamoci ciò che dicono altri». E poche ore dopo, a Brno, 3-0 alla Bulgaria in 67 minuti. Sei vittorie su sei, un solo set concesso in tutto il torneo. Nessuna distrazione.
Il paradosso è che la lezione più efficace all’italianità polemica arriva da un argentino con oltre quarant’anni di panchina italiana. Velasco ha costruito una squadra che ha già vinto Olimpiade e Mondiale e che ora, contro la Svezia, si gioca la semifinale senza aver speso un’oncia di energia in beghe.
Forse è questa la vera rivoluzione: non le medaglie, ma l’aver capito che il silenzio, in certi casi, è la risposta più feroce.
Il silenzio che vince
NICOLA OTTAVIANI e MARIO ABBRUZZESE
La politica italiana ha inventato una figura retorica che il resto d’Europa ci invidia poco: le «fonti vicine». Parlano, colpiscono, smentiscono e formalmente non esistono. Dal voto segreto dei franchi tiratori alle veline delle segreterie, la nostra Repubblica si regge da sempre su un principio non scritto: chi decide non firma, chi firma non decide. Un gioco al nascondino che in queste ore sta interessando anche la Lega. I governatori del Nord chiedono a Matteo Salvini un passo di lato, il Comitato di Gianluca Pini chiede la riesumazione della Lega Nord: in molti preferiscono non schierarsi, attendere che si capisca come andrà a finire per poi balzare con eleganza sul carro del vincitore ed andare in suo soccorso.
In questo paesaggio di ombre, due figure di primo piano della Lega del Lazio hanno fatto una cosa inconsueta: hanno parlato in prima persona mentre la tempesta è ancora in atto. Ci hanno messo la faccia mentre la partita è ancora in gioco. Nicola Ottaviani ha ricordato che da anni i parlamentari leghisti si tassano di tremila euro al mese per estinguere i 49 milioni della vecchia Lega, quella dei tempi del Trota e dei diamanti. Ed ha lanciato la sfida: chi vuole riesumarla si riprenda anche il conto. Mario Abbruzzese ha detto con chiarezza che il Comitato dei nonni e la partita per la leadership sono due binari separati, e che chi li confonde lo fa apposta. (Leggi qui: La vecchia Lega esce dall’armadio. E Salvini vede fantasmi. Ottaviani li esorcizza).
Il paradosso è che la chiarezza arriva dal Lazio, la provincia dell’impero leghista: forse perché chi la Lega l’ha costruita dove non c’era non ha simboli da conservare né ampolle da esibire. A Pontida, a settembre, si vedrà quanti avranno il coraggio di imitarli.
La faccia, merce rara.
FLOP
MATTEO SALVINI
Assediato. Da dentro e da fuori. Un’esperienza che ogni leader ha sperimentato nel corso dei momenti di difficoltà: spesso si pensa che cambiare l’uomo al comando significhi cambiare la rotta. Sbagliato. Sant’Agostino da Ippona insegnava che non esiste cambiare ma migliorare o peggiorare. È la domanda che non tutti si sono posti all’interno della Lega e che sta portando Matteo Salvini sotto assedio politico dall’interno e dall’esterno del Partito che è stato determinante nel salvare.
Venerdì, nel quartier generale di via Bellerio, il vicepremier riceverà i governatori del Nord: Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia. Tenterà una mediazione che Repubblica descrive come la concessione più ampia mai fatta al fronte nordista: un’«associazione del Nord» a cui affiancare, per bilanciare, un’«associazione del Sud» affidata a Claudio Durigon.
Contemporaneamente, dal Lazio alla Romagna, il Comitato di Gianluca Pini chiede la resurrezione della vecchia Lega Nord, la bad company dei 49 milioni, con l’aria di una resa dei conti che rischia la poltrona di Massimiliano Romeo. Due fronde che Salvini giura essere «due binari scollegati», la stessa formula usata a Frosinone da Mario Abbruzzese. Certo è che insieme raccontano un Partito che discute di sé mentre il mondo fuori vota altro.
Il fronte esterno
Ed è qui che il paradosso morde. Mentre il Carroccio lima statuti e associazioni regionali, il sondaggio Swg per La7 certifica che la Lega è stata scavalcata da Avs. Il carroccio è fermo al 5,7% contro il 6,7% dei verdi-rossi. E soprattutto: Roberto Vannacci, che di statuti e correnti non si cura, continua a salire senza bisogno di convocare nessuno.
Salvini negozia con i governatori la geografia del Partito. Vannacci, nel frattempo, si è già preso l’unica cosa che in politica conta davvero: la pancia degli italiani.
Il generale alle porte, i vecchi colonnelli in cortile.
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