Un boato fortissimo e poi tanta paura, tra massi, neve, detriti precipitati a valle: nella serata del primo settembre una vasta frana si è staccata dalle pendici del Monviso, la cima più alta delle Alpi Cozie, in Piemonte.

Le verifiche effettuate poche ore fa dal Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese hanno escluso il coinvolgimento di persone nella frana staccatasi dal versante nord-orientale della montagna, nell’area del Rifugio Quintino Sella.

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Le ricognizioni hanno inoltre ridimensionato le prime informazioni secondo cui la massa principale della frana avrebbe travolto il sentiero che collega l’area del Quintino Sella con Pian del Re. Il tracciato sarebbe stato investito soprattutto dalla nube di polvere e dai detriti più fini sollevati dal distacco.

Cosa è successo sul Monviso

Il crollo è avvenuto poco dopo le 20 del 1° settembre ed è stato accompagnato da un forte boato, percepito anche a distanza. Dalla montagna si è sollevata un’enorme nube, ben visibile dai rifugi e dalla valle sottostante. Per stabilire le cause della frana, dicono gli esperti, saranno necessari sopralluoghi, rilievi geologici e analisi del settore di parete coinvolto.

Il precedente del Monviso, però, rende impossibile ignorare il contesto. Non è infatti la prima volta che sul massiccio si verificano crolli importanti e, almeno in passato, proprio Arpa Piemonte ha indicato tra i fattori che possono favorirli anche la degradazione del permafrost.

Dopo il crollo avvenuto sulla parete nord-est del Monviso nel 2019, le analisi dell’Agenzia regionale individuarono due elementi principali: la forte fratturazione naturale della roccia e, appunto, la degradazione del permafrost, il terreno permanentemente congelato che in alta quota può agire come una sorta di “cemento” all’interno delle fratture. Quando il ghiaccio si scalda e fonde, quell’azione stabilizzante può diminuire.

Le Alpi stanno cambiando sotto i nostri occhi

Inutile negarlo: le montagne europee sono tra gli ambienti in cui gli effetti della crisi climatica sono più evidenti. L’Europa nel suo complesso si sta riscaldando circa due volte più rapidamente della media globale dagli anni Ottanta e, stando ai dati Copernicus, negli ultimi anni temperature eccezionalmente elevate hanno interessato ripetutamente anche l’arco alpino.

A cambiare non è soltanto ciò che vediamo in superficie – neve e ghiacciai – ma anche ciò che si trova dentro la montagna. Uno studio pubblicato su Nature Communications, basato sui dati di 64 perforazioni nelle montagne europee, ha documentato un marcato riscaldamento del permafrost. In alcuni siti, tra il 2013 e il 2022, a dieci metri di profondità le temperature sono aumentate a ritmi superiori a 1 °C per decennio. E parte del riscaldamento già accumulato continuerà a propagarsi verso gli strati più profondi nei prossimi anni. In altre parole, anche quando una parete di roccia sembra immutabile, il suo equilibrio interno può non esserlo affatto.

@Nature

Perché il permafrost che fonde può rendere instabili le pareti

Con il termine permafrost si indica un terreno – roccia, sedimenti o detriti – che rimane a temperature pari o inferiori a zero gradi per almeno due anni consecutivi. Sulle Alpi è presente soprattutto alle quote maggiori e sui versanti più freddi. Nelle pareti fortemente fratturate, il ghiaccio contenuto nelle fessure può contribuire alla coesione della roccia.

Se però le temperature aumentano, quel ghiaccio può degradarsi e l’acqua può penetrare più in profondità nelle fratture. Alla perdita dell’azione “cementante” si aggiungono quindi cicli di gelo e disgelo, precipitazioni, fusione della neve e caratteristiche geologiche locali.

Il risultato è– come letteratura scientifica indica – che il riscaldamento e il deterioramento del permafrost possono aumentare la predisposizione dei pendii rocciosi d’alta quota ai crolli.

Un’altra ricerca pubblicata su Nature Geoscience, che ha ricostruito un secolo di cadute di massi nelle Alpi svizzere, ha trovato una significativa correlazione tra temperature estive e attività di crollo, con livelli elevati a partire dagli anni Ottanta. Arpa Piemonte sottolinea inoltre che sulle Alpi è già documentato un aumento della frequenza dei grandi crolli rocciosi nelle zone interessate dalla degradazione del permafrost, con fenomeni importanti registrati anche sui massicci piemontesi, dal Monte Rosa allo stesso Monviso.

Il deterioramento del permafrost è solo una parte della trasformazione in corso. Secondo Copernicus e l’Organizzazione meteorologica mondiale, in appena due anni, tra il 2022 e il 2023, i ghiacciai delle Alpi hanno perso circa il 10% del loro volume residuo. Il 2022 aveva già segnato un record di perdita, seguito nel 2023 da un’altra stagione eccezionalmente negativa.

A pesare sono state la scarsità di neve invernale, che normalmente protegge il ghiaccio sottostante dai raggi solari, e le temperature estive molto elevate.

Guardando a un periodo più lungo, Copernicus calcola che tra il 1997 e il 2022 i ghiacciai europei abbiano perso complessivamente circa 880 chilometri cubi di ghiaccio, con le Alpi tra le regioni più colpite.

La scomparsa della criosfera modifica la disponibilità di acqua, gli ecosistemi, il turismo, le vie alpinistiche e anche la stabilità del territorio. Crolli, frane e cadute di massi sono sempre esistiti sulle Alpi e continueranno a essere fenomeni naturali legati alla geologia e all’evoluzione delle montagne, ma il clima sta modificando le condizioni nelle quali questi processi avvengono.

Pareti che per decenni sono rimaste congelate possono scongelarsi; ghiacciai che sostenevano versanti possono ritirarsi; nevai permanenti possono scomparire e piogge intense possono raggiungere quote dove in passato erano più frequenti precipitazioni nevose. Per questo gli scienziati insistono sulla necessità di monitorare non soltanto i ghiacciai, ma anche le temperature all’interno della roccia e i movimenti delle pareti.

Sul Monviso serviranno ora analisi specifiche prima di poter dire che cosa abbia effettivamente innescato il distacco del 1° settembre. Ma la grande frana arrivata alla fine dell’estate ci ricorda qualcosa che ormai emerge da un numero crescente di studi: le Alpi del XXI secolo non sono più le stesse Alpi che abbiamo conosciuto nel secolo scorso.

E imparare a frequentarle, proteggerle e mettere in sicurezza chi le vive significa anche prendere atto di questo cambiamento.

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Germana Carillo

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