Baby gang, maranza, devianza di gruppo: nel dibattito pubblico queste espressioni vengono usate quasi come sinonimi, a coprire un fenomeno che in realtà è molto più frammentato e vario di quanto le etichette lascino intendere. Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e già direttore della Scuola di specializzazione in psicoterapia dell’adolescenza e del giovane adulto dell’Istituto Minotauro di Milano, ne analizza origine e limiti, insieme al peso della strada e dei social, al ruolo delle famiglie multiproblematiche e alla condizione dei minori stranieri non accompagnati, toccando temi come l’abbassamento dell’età imputabile, l’inasprimento delle pene e il ruolo – spesso frainteso – del gruppo nella crescita adolescenziale. Fenomeni che, sostiene, cambiano le proprie forme, ma non la sostanza.
Professor Maggiolini, iniziamo la nostra conversazione da un termine molto diffuso nel dibattito pubblico: “baby gang”. Alcuni esperti lo considerano problematico sul piano definitorio. Qual è la sua opinione e come ci aiuta a leggere meglio il fenomeno, che lei ha studiato anche recentemente?
L’espressione “baby gang” è molto efficace mediaticamente, ma ha diversi limiti. “Baby” fa pensare a bambini o preadolescenti, e questo è solo parzialmente vero. Suggerisce, inoltre, un’anticipazione della criminalità minorile: anche questa è un’idea discutibile. La parola “gang” rimanda invece a una devianza molto strutturata: un gruppo con gerarchie e obiettivi criminali precisi. Nella realtà non è così. Il vantaggio di queste due parole è di attirare l’attenzione sul fenomeno; lo svantaggio è che diventano un contenitore indistinto che copre sottogruppi molto diversi. È vero che circa tre reati su quattro commessi dai ragazzi avvengono in gruppo: ma non è una novità, è un tratto costante della devianza minorile. A Milano, nel dopoguerra, c’era la “Ligera”, gruppi di ragazzi armati di coltelli. Nell’Ottocento la “Compagnia della Teppa”. La devianza minorile di gruppo è un fenomeno universale: cambiano le forme, ma non la sostanza. Parlare di “baby gang” dà l’idea di qualcosa di inedito, ma non lo è del tutto. È, tra l’altro, un’espressione che usiamo solo in Italia: all’estero non esiste, pur essendo in inglese.
E all’estero come viene definito questo fenomeno?
Si parla di “youth violence”, “group violence”, “street violence”. Talvolta di “street gang”, bande di quartiere ben definite, o di “drug gang”, specializzate nel controllo del mercato delle sostanze stupefacenti. Ma quando in Italia diciamo “baby gang”, intendiamo un insieme molto più ampio e indifferenziato.
Un altro termine oggi molto popolare è “maranza”. Cosa indica davvero?
“Maranza” è un termine nato a Milano, ma ormai è diffuso a livello nazionale. Viene usato per identificare uno stile: abbigliamento, atteggiamenti, comportamenti. È associato soprattutto ad immigrati di seconda generazione, spesso di origine nordafricana, con tratti di bullismo e spavalderia. In inglese si parla di “street bullying”: bullismo di strada. Anche questa definizione è parziale, ma coglie un punto: molti comportamenti che attribuiamo alle “baby gang” sono in realtà sfide tra gruppi in strada. La strada, appunto, è un elemento cruciale da considerare.
Si parla oggi di un tasso di violenza più alto rispetto al passato. C’è un abbassamento dell’età? C’è più violenza? Cosa troviamo davvero dentro questo scenario?
Sull’abbassamento dell’età bisogna essere cauti. Nella ricerca che abbiamo condotto confrontando il periodo pre e post-Covid, non abbiamo riscontrato un abbassamento significativo tra i ragazzi entrati nel Centro di prima accoglienza di Milano. Quindi, non possiamo parlare di una tendenza generale. Quanto invece a comportamenti più violenti, questo è vero, ma richiede distinzioni. Se parliamo di abusi sessuali o omicidi, i dati non mostrano un incremento costante. Per esempio, i reati di violenza sessuale non sono aumentati. Gli omicidi oscillano: in alcuni anni dieci casi, in altri trenta, ma la tendenza decennale resta relativamente stabile. C’è, invece, un aumento rilevante dei reati di strada – rapine, risse, lesioni – soprattutto nel periodo post Covid, anche se segnali di crescita erano già visibili prima. È probabile che la pandemia abbia inciso: tutte le forme di disagio giovanile sono aumentate, dai disturbi alimentari ai comportamenti autolesivi. La devianza può essere stata una delle strade attraverso la quale questo disagio si è espresso.
Un altro elemento importante: i nostri dati mostrano che i reati dei minori italiani non sono aumentati, anzi tendono a calare. Crescono, invece, quelli dei ragazzi stranieri di seconda generazione e, soprattutto, dei minori stranieri non accompagnati. Questi ultimi arrivano spesso dopo percorsi drammatici, con consumo di sostanze e situazioni psicologiche precarie, vivono in strada e con pochissimo sostegno: sono quindi più esposti a comportamenti violenti.
In altre interviste, mi è stato detto che la “qualità” dell’immigrazione è cambiata: in passato le famiglie puntavano sul ragazzo più promettente, facendogli affrontare rischi enormi, con la speranza di un futuro migliore. Oggi, sembrerebbe arrivare una popolazione giovanile più fragile. È d’accordo?
Sì. Da oltre trent’anni lavoro con il servizio della giustizia minorile e i minori stranieri non accompagnati ci sono sempre stati. Ma prima, molti di loro arrivavano con un progetto forte di integrazione: volevano inserirsi, studiare, trovare lavoro. Erano portatori di speranza. Oggi, arrivano ragazzi più disperati che speranzosi. E questo fa una grande differenza: cambia la motivazione, cambia la capacità di reggere le difficoltà e aumenta la probabilità di devianza.
In questi casi, cosa si può fare?
La legge prevede sistemi di prima accoglienza finanziati dallo Stato, ma spesso i Comuni non ricevono le risorse necessarie. Milano, ad esempio, non riceve i fondi per garantire un’accoglienza adeguata. È quindi anche un problema politico e di risorse. Accogliere questi ragazzi è un lavoro complesso, ma senza strumenti e sostegno rischia di fallire.
Parliamo del fenomeno della devianza agìta. Ogni storia ha la sua specificità, ma ci sono punti di contatto? Cosa porta un gruppo di ragazzi a commettere reati?
In generale, la devianza è un modo con cui gli adolescenti provano a crescere: una scorciatoia, un cortocircuito della crescita. Chi sceglie la scorciatoia spesso è costretto dalle condizioni. I ragazzi provenienti da famiglie adeguate, con risorse affettive ed economiche, tendono oggi a rallentare i tempi: prendono la patente più tardi, si sposano più tardi, fanno figli più tardi. È una tendenza culturale delle società occidentali: il rallentamento della crescita, reso possibile da un contesto supportivo. Ma dove le risorse non ci sono, dove i genitori non sono in grado di sostenerlo, un ragazzo deve arrangiarsi. Non può permettersi di aspettare: deve crescere subito. Una delle vie più rapide è la devianza. Attraverso lo spaccio o le rapine, ottiene oggetti di valore che non hanno solo un peso economico ma anche simbolico: gli danno un senso immediato di autonomia e di identità adulta.
Cercare la scorciatoia aumenta il senso di responsabilità e la maturità?
Di solito, no. Cresce il desiderio di diventare adulti, ma senza corrispondente maturazione personale o sociale. Spesso parliamo di famiglie multiproblematiche, con genitori assenti o essi stessi devianti, con problemi psichiatrici o economici. A questo si aggiungono caratteristiche individuali: impulsività, ricerca del rischio, incapacità di proiettarsi nel futuro. Un ragazzo che vive in un contesto stabile può permettersi di pensare al domani. Uno che vive nell’incertezza deve concentrarsi sul presente: oggi, domani mattina. È quasi una necessità. Così, chi cresce in ambienti tranquilli tende a sviluppare problemi ansiosi o depressivi, quelli che in psicologia chiamiamo “internalizzanti”. Chi cresce in contesti difficili, sviluppa invece problemi “esternalizzanti”: più spavalderia, più rischi, meno paura. Devono avere coraggio, perché nessuno li protegge. È un modo diverso di affrontare la crescita.
Un educatore come deve muoversi? E, dall’altra parte, non rischiamo che chi cresce più lentamente diventi vittima dei più spavaldi?
Se hai davanti un ragazzo troppo frenato, e una famiglia che ha paura della sua crescita, devi aiutarlo a staccarsi un po’, a essere più autonomo, a correre qualche rischio. Se, invece, hai un ragazzo che vive solo nel presente, che non valuta le conseguenze delle sue azioni, il lavoro è fargli capire i rischi e le conseguenze. Ma non basta la mentalizzazione: bisogna tenere conto delle condizioni reali. Un ragazzo che deve crescere in fretta non può sentirsi dire solo “aspetta”. Devi offrirgli percorsi rapidi di inserimento sociale o lavorativo, dare alternative concrete per realizzare il bisogno di identità adulta. Quanto all’altra parte della sua domanda, è vero: i discorsi sulle baby gang alimentano la paura. Ragazzi più protetti, già ansiosi, rischiano di sentirsi minacciati dai coetanei più spavaldi. Alcuni si chiudono in casa, altri si difendono cercando protezioni, altri ancora escono armati, con il rischio che la paura li porti a gesti irreparabili.
Se c’è una violenza che fa paura e se queste scorciatoie di crescita non si accompagnano a un’adeguata maturazione, si pone il tema di come arginare il fenomeno. Da una parte si dice: lavoriamo sulle condizioni, servono tempo e risorse; dall’altra: usiamo il pugno duro, inaspriamo le pene. Qual è la sua posizione?
L’aumento delle pene non ha efficacia. Non è la gravità a contare, ma la tempestività e la certezza della risposta. Se un intervento delle Forze dell’ordine o del Tribunale è rapido e sicuro, allora può avere un impatto. Ma dire a un sedicenne che rischia tre anni o quattro non cambia nulla, perché i reati di cui parliamo sono spesso impulsivi, non premeditati. Anzi, l’inasprimento ha effetti negativi. Primo: rischia di intasare il sistema. Abbiamo sempre avuto sovraffollamento nelle carceri per adulti; ora, anche nelle strutture minorili si registrano tensioni dovute sia al profilo dei ragazzi sia alle condizioni in cui vivono. Secondo: il carcere diventa una scuola di devianza. Le misure alternative ‒ comunità, messa alla prova ‒ riducono molto di più il rischio di recidiva. Studi italiani mostrano che l’80% dei casi trattati con la messa alla prova ha esiti positivi. La risposta punitiva serve più ad allentare l’allarme sociale che a ridurre i reati.
In questo quadro, abbassare l’età imputabile, come alcuni propongono, è una soluzione?
No, è una prospettiva inadeguata. Mettere in carcere un quattordicenne, o addirittura un dodicenne, non risolve nulla. La letteratura internazionale ‒ parlo di meta-analisi americane ed europee ‒ dimostra che la risposta punitiva non riduce la recidiva. Bisogna distinguere: un conto è la funzione simbolica, valoriale, della pena; un altro è l’efficacia. Possiamo discutere se sia “giusto” punire più duramente, ma se guardiamo all’efficacia, la pena più grave non funziona. Sono la certezza e la rapidità che fanno la differenza. Per gli infraquattordicenni serve un lavoro preventivo, di tipo psico-socio-educativo rivolto soprattutto alle famiglie.
Parliamo della vita digitale. Una parte crescente della socializzazione avviene online. Che impatto ha questo sul percorso di crescita e sulla devianza?
Un libro molto discusso ‒ La generazione ansiosa di Haidt ‒ mostra con molti dati che i ragazzi di oggi sono più ansiosi. La società stessa è diventata ansiosa, e Internet amplifica questa tendenza. Aumentano tristezza, paura, vergogna, senso di esclusione. Non è la rabbia il sentimento dominante: è l’ansia. Non ci sono prove che la vita digitale aumenti la violenza. Anzi, alcuni studi suggeriscono che la diffusione di Internet abbia contribuito alla riduzione dei reati minorili, perché i reati di gruppo e legati all’uso di sostanze diminuiscono se i ragazzi stanno meno tempo in strada. Certo, Internet amplifica tutto. Le “risse convocate” sui Social ne sono un esempio. Se un ragazzo un tempo scriveva “morte alla prof” sul muro del bagno della scuola, era un atto grave, ma circoscritto. Se oggi apre un sito con lo stesso messaggio, l’effetto è incomparabile: il mezzo amplifica enormemente la portata, non cambia però la motivazione di fondo.
La soluzione è limitare l’uso dei Social?
Una certa limitazione può essere ragionevole, ma la direzione è l’educazione. Il mondo digitale è un ambiente in cui i ragazzi vivono e costruiscono identità, relazioni, valori. Bloccarne l’accesso è controproducente. Come per altri aspetti della crescita, serve un accompagnamento educativo: adulti competenti che guidino e supervisionino. La scuola dovrebbe integrare seriamente questo insegnamento. Così come impariamo a orientarci con le mappe del mondo reale, i ragazzi dovrebbero imparare a orientarsi con le “mappe” del mondo digitale, sapendo dove è sicuro andare e dove invece ci sono rischi.
Cos’è il “ritiro sociale”?
Il ritiro sociale è un fenomeno diverso dalla devianza. I ragazzi devianti vanno in strada, fanno gruppo, cercano identità attraverso comportamenti anche rischiosi. I ragazzi in ritiro scelgono invece di chiudersi: non solo in casa, ma spesso nella loro stanza. Sono due strategie opposte. È come se alcuni rinunciassero all’identità sociale, mentre altri la rivendicano ed esibiscono anche in modo aggressivo. Entrambe sono risposte alla difficoltà di costruirsi un ruolo sociale. Colpisce soprattutto i maschi: oggi sembrano avere più difficoltà delle femmine a costruirsi un’identità sociale chiara. Internet non è la causa, ma facilita il ritiro: permette di rimanere in contatto con il mondo senza affrontare davvero il mondo. In passato, il problema prendeva altre forme: pensiamo alle sante del Trecento che digiunavano, agli eremiti che si isolavano nelle grotte.
Possiamo dire che questi fenomeni ‒ la devianza violenta da una parte, il ritiro dall’altra ‒ sono due “patologie sociali” opposte?
Sì, entrambi indicano difficoltà nella costruzione dell’identità. Non sono esiti salubri. Alcuni ragazzi sfogano il disagio nella violenza, altri lo rivolgono contro sé stessi, chiudendosi. È utile leggerli come due polarità di uno stesso problema sociale: come diventare adulti oggi, in una società che non offre più punti di riferimento chiari.
Un episodio recente che mi ha colpito è quello della tredicenne morta a Piacenza. Prima di morire scriveva a ChatGPT chiedendo: «Come faccio a distinguere un amore vero da un amore tossico?». Più in generale: queste tecnologie offrono informazioni ma non la relazione umana. Nel campo della salute mentale, è un vantaggio o un rischio?
Il rischio c’è. Nei disturbi fisici la diagnosi ha una base oggettiva: un tumore, una polmonite, qualcosa che sta nel corpo. Per i disturbi mentali non è così semplice: non sono solo “malattie nel cervello”, ma esiti di un intreccio tra individuo, contesto, relazioni. ChatGPT, come altri strumenti, simula e amplifica le visioni già esistenti. Se uno psicologo guarda i disturbi solo come malattie interne alla persona, l’Intelligenza artificiale rafforzerà questa prospettiva, rischiando di trascurare la dimensione sociale. Per questo va usata con cautela: può arricchire, ma non sostituire la presenza e la relazione.
Veniamo al tema della prevenzione. Come si mettono in ordine le priorità? Da dove iniziare?
Bisogna aiutare gli adolescenti a costruire un’identità sociale positiva. Le famiglie con più risorse ci riescono, quelle con meno risorse economiche, culturali o linguistiche faticano. Qui deve intervenire il sistema sociale. La scuola è decisiva, ma non basta affidarsi agli insegnanti. Servono figure psico-socio-educative integrate, che aiutino a recuperare lo svantaggio e a riattivare l’ascensore sociale, oggi spesso bloccato. Per molti ragazzi l’unico “ascensore” visibile è la musica rap o trap: la scuola deve offrire alternative concrete di riconoscimento e di futuro.
Servono, poi, servizi sociali meno sovraccarichi, e servizi di salute mentale capaci di lavorare con un approccio meno medico e più sociale. Se a una madre che lavora come badante viene diagnosticato al figlio un “disturbo della condotta” e prescritte psicoterapie settimanali, sappiamo già che non potrà seguirle. Serve un modello diverso, più integrato e pragmatico. Infine, mancano “garanti sociali” della crescita. Nelle società tradizionali c’erano riti di passaggio che accompagnavano l’adolescente verso l’età adulta. Oggi, questo ruolo non è chiaro: la scuola fa soprattutto didattica, Internet e i consumi costruiscono identità parziali. Occorrerebbero presidî educativi: scuole aperte al pomeriggio con sport, musica, laboratori, spazi di aggregazione.
Ci sono esperienze, in Italia o all’estero, che mostrano come scuola e territorio possano davvero svolgere questa funzione educativa più ampia?
In alcuni paesi le scuole hanno un ruolo più personalizzato: i ragazzi scelgono materie che rispecchiano inclinazioni e talenti, iniziano a definire presto un’identità. Questo aiuta a ridurre la dispersione. In Italia servirebbe introdurre maggiore personalizzazione e una visione formativa più ampia. Importante anche il controllo del territorio: ma non come pratica di fermare i ragazzi “per colore della pelle”, bensì come presenza attenta, integrata con i servizi sociali, in grado di conoscere le realtà locali e prevenire i rischi. Per i minori stranieri non accompagnati la legge già prevede sistemi di accoglienza, ma spesso non vengono attuati in modo efficace. Servirebbe lavorare molto di più sull’integrazione, come previsto ma non realizzato.
C’è poi il tema della devianza legata al benessere. Penso alla serie televisiva Adolescence, che racconta di un ragazzo di buona famiglia che diventa assassino. Come si spiegano casi simili, in cui non c’è svantaggio sociale evidente?
Quella serie suggerisce che la colpa sia dei pari o dei Social, e che la famiglia non c’entri. È una visione parziale: ansiosa verso ciò che sta fuori. In realtà, i ragazzi hanno bisogno di frequentare i gruppi e di usare i Social, con le giuste mappe. Tenerli chiusi in casa non riduce i rischi, li sposta altrove. Ci sono però reati molto diversi da quelli di strada: parlo del parental abuse, quando un minore picchia o addirittura uccide i genitori. Qui i fattori di rischio sono diversi. A volte, si tratta di violenza filio-parentale secondaria: tossicodipendenza, disturbi psicotici, violenza subita in famiglia. In altri casi, non ci sono né dipendenze né patologie gravi, eppure la violenza è presente, è una violenza primaria.
Quali caratteristiche hanno queste situazioni?
Nelle forme croniche si tratta di tensioni continue: minacce, spinte, piccoli furti, episodi ripetuti. Spesso parliamo di famiglie di ceto medio, genitori colti e molto attenti, ma anche troppo intrusivi, incapaci di lasciare spazio. L’eccesso di controllo crea conflitto. Altre volte l’omicidio arriva improvviso, senza segnali precedenti: il ragazzo percepisce i genitori come un ostacolo insormontabile alla crescita. In questi casi la componente del disturbo mentale ‒ spesso di tipo psicotico ‒ è più rilevante: è come se covasse a lungo e all’improvviso esplodesse. La differenza è che, nei casi cronici, prevalgono disturbi di personalità, nei casi acuti, veri e propri disturbi mentali.
Rispetto alla scuola: è vero che il punto debole rimane la scuola media?
Anche la scuola superiore ha criticità, ma la scuola media è cruciale. È lì che compaiono le prime manifestazioni di tensione adolescenziale. Presidiarla con interventi psico-socio-educativi sarebbe fondamentale. Non si tratta di abbassare l’età imputabile, ma di potenziare i servizi nelle scuole medie, con un approccio integrato, non sanitario. È qui che si possono intercettare i segnali e lavorare in modo preventivo.
E per la prevenzione precoce, già nell’infanzia?
Alcuni bambini manifestano problemi di comportamento fin dall’asilo nido. In famiglie già note ai servizi sociali, dove i genitori hanno alle spalle detenzioni o precedenti fallimenti educativi, si può prevedere che quel bambino avrà difficoltà. Occorrono interventi mirati nei primi anni di vita, con operatori che supportano la madre più volte a settimana, aiutano a costruire un legame d’attaccamento sano. Studi dimostrano che questi bambini, da adulti, avranno meno probabilità di dispersione scolastica, incidenti, arresti. Sono interventi costosi ma altamente efficaci, veri “mattoni” per il futuro.
Torniamo all’inizio. Parlando di baby gang e di gruppo: non rischiamo di trasmettere l’idea che l’aggregazione sia di per sé pericolosa?
È un rischio. Crescere in gruppo è fondamentale: serve a costruire regole, identità, autonomia. Oggi, con famiglie più piccole e meno fratelli, la dimensione gruppale spontanea si riduce. Per questo va favorita, non scoraggiata. Il gruppo comporta rischi, certo, ma ha anche funzioni regolative. I ragazzi si correggono a vicenda, si sfidano, si prendono in giro: anche questo aiuta a crescere. Se passa l’idea che i ragazzi in gruppo sono pericolosi, si finisce per ostacolare un’esperienza vitale. Sarebbe come dire che, siccome uscire di casa è rischioso, è meglio non uscire: si perdono possibilità fondamentali di crescita.
Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes
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