Una review di 181 studi trova ancora PBDE in aria, suoli e sedimenti europei, decenni dopo il loro uso massiccio

Nei fanghi degli impianti di depurazione, nei sedimenti dei fiumi, nei terreni e perfino nell’aria continuano a comparire sostanze che avremmo preferito lasciare nel secolo scorso. Sono i PBDE, vecchi ritardanti di fiamma usati per anni dentro plastiche, apparecchi elettronici, mobili e imbottiture. Molti dei loro impieghi sono stati vietati o fortemente limitati in Europa. Le molecole, evidentemente, non avevano ricevuto il promemoria.

Una review pubblicata su Environmental Research ha raccolto i risultati di 181 studi scientifici condotti in Europa. Gli autori hanno cercato i PBDE nell’aria, nell’acqua, nei suoli, nei sedimenti, nei fanghi di depurazione e perfino nella neve. Li hanno trovati ancora in molti ambienti, comprese alcune aree lontane dalle principali fonti di inquinamento.

Prima, però, va sistemata una data. I PBDE al centro dello studio non sono stati vietati negli anni Settanta. In Europa le restrizioni più importanti su alcune miscele commerciali, come pentaBDE e octaBDE, sono arrivate nei primi anni Duemila. Il DecaBDE è stato regolato successivamente ed è entrato nella Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti nel 2017. Parliamo comunque di sostanze che possono restare nell’ambiente molto più a lungo degli oggetti nei quali erano state infilate.

Il BDE-209 continua a spuntare soprattutto nei fanghi e nei sedimenti

I PBDE non sono una singola sostanza, ma una famiglia di composti. Tra quelli osservati più spesso nella review c’è il BDE-209, collegato soprattutto all’uso storico del DecaBDE. Compare frequentemente nei fanghi di depurazione e nei sedimenti, mentre nell’aria e nei terreni sono comuni anche altri composti come BDE-47 e BDE-99.

La distribuzione cambia molto da luogo a luogo. Le concentrazioni maggiori tendono a comparire nelle zone urbane e industriali, vicino agli impianti di trattamento delle acque reflue e nelle aree dove vengono gestiti o accumulati rifiuti. Nei luoghi remoti i livelli sono generalmente inferiori. Inferiori, però, non significa necessariamente zero.

Ed è questo uno degli aspetti più interessanti dello studio. In diversi territori le concentrazioni sono diminuite nel tempo, soprattutto nell’aria e nei suoli. Le restrizioni hanno quindi prodotto effetti. Il problema è l’eredità lasciata da decenni di utilizzo.

Perché continuano a uscire da mobili, plastiche e vecchi apparecchi

Per capire come possano essere ancora in giro bisogna guardare dentro un vecchio televisore, un divano o un pannello isolante.

I PBDE venivano aggiunti ai materiali per renderli meno facilmente infiammabili. In molti casi, però, non erano legati chimicamente alla plastica o alla schiuma. Con il passare degli anni potevano quindi uscire lentamente dal prodotto e finire nella polvere, nell’aria e successivamente nell’ambiente. Poi l’oggetto diventava un rifiuto. Oppure veniva riciclato.

La review segnala proprio i vecchi prodotti, i rifiuti e alcuni materiali riciclati tra le possibili sorgenti che continuano ad alimentare la contaminazione. Una plastica recuperata, insomma, può portarsi dietro anche una parte della chimica con cui era stata prodotta. Ed è un problema piuttosto concreto per l’economia circolare: riciclare di più serve, ma bisogna sapere anche che cosa stiamo rimettendo in circolo.

L’Unione europea ha previsto limiti specifici per diversi PBDE nel regolamento sugli inquinanti organici persistenti, proprio per evitare che il riciclo diventi una scorciatoia attraverso la quale vecchie sostanze vietate rientrano nei nuovi prodotti.

Dall’ambiente al cibo, perché i PBDE preoccupano ancora

I PBDE sono sostanze persistenti: significa che si degradano lentamente. Alcuni possono inoltre accumularsi negli organismi e passare lungo la catena alimentare.

Nel 2024 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, EFSA, ha rivalutato la presenza di dieci PBDE negli alimenti analizzando oltre 84 mila risultati. La conclusione è stata che l’esposizione alimentare complessiva ad alcuni di questi composti può rappresentare una preoccupazione per la salute.

Tra gli alimenti che possono contribuire maggiormente all’esposizione ci sono pesce, prodotti ittici, carne e prodotti a base di carne. Questo non significa che mangiare una porzione di pesce provochi automaticamente un danno: le valutazioni riguardano l’esposizione complessiva e prolungata e servono alle autorità per stabilire quali livelli richiedano attenzione.

Gli effetti studiati riguardano soprattutto lo sviluppo del sistema nervoso, la riproduzione e il funzionamento degli ormoni tiroidei. Per diversi aspetti le prove più solide arrivano ancora dagli studi sugli animali, quindi occorre evitare il salto facile tra “sostanza presente” e “malattia provocata”.

Vietare una sostanza è solo l’inizio del lavoro

La review mette insieme dati raccolti con metodi diversi, in Paesi e anni differenti. Non permette quindi di dire che tutta l’Europa sia contaminata allo stesso modo, né di costruire una singola classifica dei luoghi più inquinati. Permette però di vedere con chiarezza un fenomeno: i PBDE continuano a muoversi tra prodotti, rifiuti e ambiente anche dopo le restrizioni.

Gli autori chiedono per questo monitoraggi più uniformi e maggiore attenzione anche ai prodotti nei quali queste sostanze possono trasformarsi degradandosi e ai nuovi ritardanti di fiamma che le hanno sostituite. Perché vietare una molecola persistente chiude il rubinetto. Poi rimane tutta l’acqua che abbiamo già versato per terra.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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