Nino Cervella nasce nel 1942 a Margarita. Diventa insegnante di scuola elementare, come la moglie, che sposa nel 1971. Poco dopo, però, si ammala e dal 1974 inizia la dialisi. Nei primi anni solo di notte, successivamente anche tre volte a settimana il pomeriggio. La dialisi accompagnerà Nino per 15 anni. Eppure, in tutto quel periodo, continua a insegnare senza lasciarsi fermare dalla malattia. Fondamentale, in questa storia, è la moglie, Flavia Lusso, che pian piano impara ad assistere personalmente il marito durante la dialisi domiciliare. All’epoca la dialisi domiciliare era poco praticata nel cuneese. Nino e Flavia si iscrivono all’ANED, l’associazione dei dializzati. In quel periodo iniziano anche ad invitare diverse classi delle elementari a casa per sensibilizzare gli alunni sul tema.

Poi, nell’agosto del 1989, arriva la chiamata che aspettavano: Nino poteva finalmente ricevere un trapianto di rene a Torino.

Da quel momento la loro vita cambia: la passione per i viaggi li porta a girare il mondo, dall’America allo Sri Lanka. Nel 1991, però, Nino subisce anche l’amputazione di una gamba, dopo anni segnati dalla malattia e dalla dialisi. In quegli anni va in pensione e decide di dare una mano: entra a far parte dell’AIDO, va nelle scuole per le campagne di sensibilizzazione e in Municipio per spiegare il dono a chi non ne conosce abbastanza.

Nino è morto nel dicembre del 2023. Oggi è la moglie Flavia a raccontarne la vita, continuando idealmente quell’opera di sensibilizzazione che lui aveva portato avanti per anni

Questa è l’intervista realizzata dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”:

Ricostruiamo la storia di Nino. Quando sono iniziati i primi problemi di salute?

“Nei mesi successivi al matrimonio aveva la pressione alta e non capivamo la ragione. Non aveva avuto altri problemi. Poi ebbe dei problemi ai denti, con alcuni granulomi. E i reni ne avevano risentito: uno era già stato tolto, poiché atrofizzato; l’altro aveva avuto un cancro, quindi glielo tolsero. A quel punto le strade erano due: la dialisi e il trapianto. Si può vivere seguendo la prima strada, ma solo con un nuovo rene la sua vita sarebbe tornata normale”.

Quando una persona si sottopone alla dialisi cambia la sua quotidianità, ma ne risente anche chi gli sta accanto. Come cambiarono le vostre giornate?

“Era una tortura: non avevamo più tempo libero. Tuttavia, i miei genitori e i nostri parenti ci davano una mano, anche perché avevamo da poco avuto una bambina”.

Come veniva vissuta la malattia da Nino? Era una persona che ne parlava o tendeva ad andare avanti?

“Reagiva molto bene. Non si è mai abbattuto e, anzi, durante il periodo di dialisi, passava letto per letto per chiedere ai dializzati di iscriversi all’ANED (Associazione Nazionale Emodializzati, ndr)”.

E lei, invece? Quali erano le sue sensazioni?

“Tante preoccupazioni. Avevo altri problemi familiari in quel momento, quindi non è stato facile”.

Si ricorda il giorno in cui arrivò la notizia che c’era un organo compatibile?

“Era il 10 agosto 1989. Io e mia figlia stavamo vendendo il nostro alloggio al mare. Eravamo lì e non c’erano telefoni. Nino era da sua madre e ricevette la telefonata. Uno dei miei fratelli venne a prenderci al mare, mentre l’altro lo portò a Torino”.

Grazie a quel trapianto suo marito ha potuto vivere altri 34 anni. Pensando a tutto ciò, che significato assume la parola “donazione” per lei?

“Penso sia la cosa più bella che ci possa essere: nel suo caso è stato il non plus ultra. Lui è mancato nel 2023, ma fino all’anno prima portava ancora i nipoti a ginnastica e danza. Voleva rimanere attivo, andava in parrocchia e lavorava per l’AIDO. Anch’io, ancora oggi, a 79 anni do il mio contributo andando a scuola e in parrocchia per raccontare e spiegare”.

Secondo lei perché Nino sentì il bisogno di trasformare la propria esperienza personale in un impegno verso gli altri?

“Dopo quello che aveva subito sulla sua pelle, voleva cercare di trasmettere un messaggio. Le reazioni, nei primi tempi, erano abbastanza contrarie: le persone avevano paura e i giovani non ne sapevano molto”.

E oggi?

“Negli ultimi anni la posizione della gente è un po’ cambiata. Oggi, comunque, i giornali e le televisioni ne parlano, avvicinando la gente alla questione. Anche i più giovani oggi ne sanno molto di più”. 

C’era qualcosa che Nino ripeteva spesso quando raccontava della donazione?

“Cercava sempre di esprimere la massima gratitudine. Parlava dei donatori: non si sa mai da dove arrivi l’organo. Nino aveva ricevuto un rene che ha continuato a funzionare per 34 anni. Noi abbiamo sempre pensato che potesse provenire da una persona giovane e facemmo anche una supposizione”.

Ovvero?

“All’epoca a Parma viveva una nostra amica e sapevamo che un giovane motociclista era mancato. Non sappiamo se il rene provenisse davvero da lì, ma da quel momento abbiamo sempre rivolto le nostre preghiere ai giovani”. 

Dopo 34 anni dal trapianto, Nino se n’è andato nel 2023. Guardando indietro, le è mai capitato di pensare a come sarebbe andata la vostra vita senza quel donatore?

“Per fortuna chi aspetta un trapianto di rene può vivere grazie alla dialisi, in altri casi no. Senza operazione Nino avrebbe potuto continuare a vivere, però privandosi di moltissime cose. Per fortuna mio marito aveva una costituzione robusta, anche grazie ai lavori agricoli che aveva sempre svolto in famiglia, quindi sosteneva bene la dialisi”. 

Alcuni conoscono la donazione degli organi attraverso le campagne di sensibilizzazione, altri tramite giornali e televisioni. Lei, invece, l’ha conosciuta vivendola. Cosa direbbe oggi a chi non ha mai affrontato seriamente questo tema? 

“Questo argomento è difficile da affrontare. Qualche anno prima era morto mio cognato in un incidente stradale. Era in sala rianimazione e, in effetti, quando sei attaccato alle macchine “sembri” ancora vivo. Bisogna spiegare queste cose alle persone prima di arrivare lì, perché in quei momenti è difficile ragionare”.

Se potesse incontrare la famiglia del suo donatore, cosa direbbe loro?

“Sarebbe un grazie continuo, una preghiera per loro, un dono che, nonostante una grave perdita, è stato fatto”.

Secondo lei Nino sentiva il bisogno di “restituire” qualcosa dopo il dono che aveva ricevuto? 

“Credo di sì, perché la prendeva a cuore. Superava tutto per poter spiegare alla gente l’importanza del gesto. Anche quando gli costava molta fatica, anche e soprattutto fisica”.

Quindici anni di dialisi, poi trentaquattro anni con un rene donato da uno sconosciuto. Nel mezzo ci sono una figlia, i viaggi, la scuola, i nipoti e anni trascorsi a raccontare agli altri il valore della donazione. Nino Cervella ha cercato così di restituire almeno una parte di ciò che aveva ricevuto. 

Oggi, a continuare quel racconto, è Flavia. 

Perché dietro un organo donato non c’è soltanto una vita salvata: ci sono anche tutti gli anni, le persone e i momenti che quella vita potrà ancora incontrare. 




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Tommaso Puggioni

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