La mattina del 26 agosto i sismografi hanno registrato un segnale da terremoto sull’Himalaya. Le immagini satellitari e l’analisi delle onde hanno poi rimesso in ordine la sequenza: una massa enorme di ghiaccio e roccia si era staccata in alta quota, era precipitata per oltre un chilometro e aveva fatto tremare il terreno. L’energia liberata dalla frana e dalla colata di detriti è stata paragonabile a quella di un terremoto di magnitudo 5,2. Da lì è partita l’ondata che ha travolto il confine tra Nepal e Tibet, cancellando strade, ponti, case e interi tratti di valle. Lo ha chiarito anche l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

Il bilancio continua a cambiare mentre si scava nel fango. Alle 7 del mattino del 28 agosto la polizia nepalese aveva comunicato il recupero di 469 corpi in otto distretti. Sul versante tibetano l’ultimo bilancio ufficiale disponibile parlava di tre morti e 558 persone ancora disperse. Le diverse liste di residenti, lavoratori e viaggiatori vengono aggiornate di ora in ora e non coincidono perfettamente, ma le persone che mancano all’appello tra i due lati del confine sono ormai oltre 1.400.

Il terremoto era la frana

La prima ricostruzione aveva attribuito il disastro a una scossa sismica. È successo il contrario. Secondo l’INGV, il segnale inizialmente classificato come un terremoto di magnitudo 4,4 è stato prodotto dal crollo di un enorme blocco di ghiaccio e roccia e dalla successiva colata di detriti. Analisi più approfondite hanno stimato per il fenomeno un’energia equivalente a quella di un sisma di magnitudo 5,2. Le cause precise del distacco sono ancora allo studio.

Le ricostruzioni ufficiali più recenti collocano il distacco sul versante nepalese, nell’area del Langtang National Park, vicino al Tibet. L’US Geological Survey parla di una colata di detriti e di un’alluvione probabilmente innescate dal collasso glaciale. Ghiaccio e rocce hanno raggiunto il Lhende Khola, trascinando altro materiale e acqua lungo il percorso fino al valico tibetano di Gyirong. La piena ha continuato la sua corsa verso sud per quasi cento chilometri.

Per qualche tempo i detriti hanno anche sbarrato il Lhende Khola. Quando quella diga naturale ha ceduto, acqua, fango e massi hanno trovato una strada già apparecchiata dalla gravità. L’ICIMOD, il centro intergovernativo che studia l’Hindu Kush Himalaya, ha registrato sul fiume Trishuli un aumento del livello dell’acqua fino a nove metri in appena trenta minuti a Galchhi; a Malekhu l’aumento è stato di circa sette metri.

Gyirong è stata investita in pieno

La colata ha raggiunto Gyirong Port, in Tibet, uno dei principali valichi stradali tra Tibet e Nepal lungo la direttrice che collega Lhasa e Kathmandu. Nel giro di pochi minuti il fango ha sommerso edifici e infrastrutture del posto di frontiera. Le autorità tibetane avevano portato il numero dei dispersi sul loro territorio a 558 già nella mattina del 27 agosto; tra loro figuravano 260 cittadini stranieri.

Il premier cinese Li Qiang è arrivato personalmente a Gyirong il 27 agosto per seguire le operazioni. Pechino aveva mobilitato soccorritori, militari, elicotteri, mezzi da trasporto e droni per ristabilire le comunicazioni in un’area dove raggiungere alcuni punti richiede già parecchio in condizioni normali. Con chilometri di strade scomparsi sotto il fango, le condizioni normali sono un ricordo piuttosto lontano.

Anche sul versante nepalese la devastazione corre lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli. Il ministero degli Esteri del Nepal ha segnalato danni estesi a abitazioni, strade, ponti e impianti idroelettrici, oltre a centinaia di cittadini stranieri ancora da rintracciare.

Tra le persone che risultavano ancora irreperibili il 27 agosto ci sono anche tre italiani, secondo gli aggiornamenti della Farnesina. Una prima nota ufficiale del Ministero degli Esteri aveva riferito di verifiche sui nominativi segnalati dalle autorità nepalesi e dell’invio di personale dell’Ambasciata italiana a New Delhi verso Kathmandu. Le liste sono particolarmente difficili da ricostruire perché comprendono persone dirette al valico, persone che potrebbero averlo già attraversato e viaggiatori rimasti senza comunicazioni.

Ora fanno paura i laghi creati dai detriti

L’onda del 26 agosto ha modificato anche il terreno che ha attraversato. I detriti hanno bloccato corsi d’acqua e formato laghi di sbarramento sui due lati del confine. Il rischio adesso è che la pressione dell’acqua rompa quelle dighe fatte di fango, rocce e materiale instabile, liberando una seconda piena mentre soccorritori e abitanti sono ancora nella zona devastata.

Sul lato tibetano, il Ministero cinese delle Risorse idriche aveva stimato giovedì circa due milioni di metri cubi d’acqua già accumulati nel bacino vicino a Gyirong. Le previsioni indicano l’arrivo di altri tre milioni di metri cubi nell’arco di tre giorni, con un rischio elevato di cedimento e possibili conseguenze per il valico e le aree più a valle. Le autorità hanno attivato il monitoraggio idrologico, il telerilevamento satellitare e squadre tecniche sul posto.

Nelle prime ore del 28 agosto l’acqua ha cominciato a tracimare verso l’area delle ricerche. Le operazioni nel punto più esposto del Tibet sono state quindi sospese: le squadre già avanzate sono state fatte arretrare di circa un chilometro e messe in attesa in zone considerate più sicure. Prima vengono i dispersi. Prima ancora, però, occorre evitare che al loro numero si aggiungano i soccorritori.

Anche il Nepal ha diramato un allarme per le comunità e le squadre impegnate lungo il Bhote Koshi e il Trishuli, chiedendo di allontanarsi dalle rive e raggiungere aree più elevate. Piogge previste nei prossimi giorni possono aumentare ulteriormente l’acqua trattenuta dai nuovi sbarramenti. La montagna, dopo aver cambiato forma in pochi minuti, continua dunque a muoversi.

Il clima entra nella storia, con una cautela importante

Attribuire direttamente questo singolo distacco al cambiamento climatico richiede ancora studi: l’INGV specifica che le cause del crollo restano in esame. Il contesto dell’Himalaya, però, è già misurato con parecchia precisione.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2026 da ICIMOD, tra il 1990 e il 2020 i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya hanno perso circa il 12% della loro superficie e il 9% delle riserve di ghiaccio stimate. Il ritmo di perdita è raddoppiato dall’inizio del secolo. Il riscaldamento, il ritiro dei ghiacciai e il degrado del permafrost rendono più instabili pendii dove ghiaccio e roccia stanno insieme soltanto finché riescono a farlo.

A Gyirong quella stabilità è durata fino alla mattina del 26 agosto. Poi una massa di montagna è precipitata per più di un chilometro, ha scosso strumenti a migliaia di chilometri di distanza e ha trasformato diversi corsi d’acqua in una colata di fango. Adesso i sismografi hanno smesso di essere il problema. È l’acqua rimasta intrappolata tra i detriti che tutti stanno guardando.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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