Il progressivo invecchiamento della popolazione desta parecchie preoccupazioni circa la futura sostenibilità del nostro sistema previdenziale: se è vero che il numero delle pensioni è destinato ad aumentare, lo è altrettanto che andrebbero evitati allarmismi eccessivi. Per tutelare il sistema occorrerà però non ripetere gli errori del passato, adeguando l’età pensionabile all’aspettativa di vita ed evitando eccessive anticipazioni e prepensionamenti

L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, L’Economia del 24/8/2026

Una delle maggiori preoccupazioni legate all’invecchiamento della popolazione riguarda il welfare in generale, e il sistema pensionistico in particolare. Da più parti, spesso anche istituzionali, vengono lanciati allarmi del tipo: “tra 10/20 anni avremo una valanga di pensionamenti e il numero dei pensionati aumenterà enormemente”. Qualcuno addirittura indica, intorno al 2045, 1 pensionato per ogni lavoratore attivo per cui il sistema diventerà insostenibile e i giovani non avranno più la pensione. Si tratta di uno scenario possibile e, se sì, in quale misura? Solo ansie e paure o l’intero schieramento politico e sociale è pronto a passare dagli allarmi alle soluzioni?

Indubbiamente in questi ultimi 80 anni, per la prima volta nella storia umana – e probabilmente anche l’ultima – nella storia umana, la popolazione mondiale è passata dai circa 2 miliardi del 1945 agli attuali 8,25 miliardi; un aumento definito “abnorme” dai demografi e responsabile in buona parte dei problemi del Pianeta. Nello stesso periodo l’aspettativa di vita media è enormemente aumentata; nel 1945 nel mondo era di 45,5 anni e in Italia di 59/60 anni; oggi nel mondo siamo a 75 anni, in Italia superiamo gli 83 anni e a 65 anni di età abbiamo ancora in media 22 anni di vita.

Ci sarà quindi la valanga di pensionamenti?

Andiamo con ordine: al 31 dicembre di quest’anno tutti i nati fino al 1959 sono pensionati. Lo sono poi il 40% dei nati fino al 1961 e il 20% di quelli nati fino al 1962. Pertanto, nei prossimi dieci anni, fino al 2036, se si manterranno i requisiti attuali senza le solite anticipazioni, Quote, pensioni di cittadinanza e APE sociale proposte da una politica a caccia di facili quanto pericolosi consensi, si pensioneranno per vecchiaia anticipata, vecchiaia e invalidità da lavoro INPS (restano escluse le pensioni di reversibilità, le invalidità civili e gli assegni sociali di cui si dirà più avanti) all’incirca 4,86 milioni di persone: una media annua di 486milasoggetti. Nei successivi 10 anni, fino al 2046, anno che vedrà l’Italia toccare il picco dell’invecchiamento con gli over 65 che rappresenteranno circa il 35% della popolazione e gli over 80 il 13,5%, il numero dei soggetti che accederanno al pensionamento, sempre mantenendo i requisiti odierni, saranno tra 5,1 e 5,3 milioni.

Vediamo ora cosa è successo nell’ultimo decennio per comprendere meglio il fenomeno. Dal 2015 al 2024 sono andati in pensione 5.260.000 soggetti, con una media annua di 526mila e un’età media per le anticipate inferiore a 60 anni e a 50 per le invalidità. Se si estende al periodo 2005-2014, i pensionamenti sono stati 4.389.000, per una media annua di 438.900 e un’età media di 58 anni per le anticipate (il “grosso”), 55 per le invalidità e 63 per la vecchiaia. Quindi, negli ultimi vent’anni si sono pensionate circa 9,65 milioni di persone, con una media annua di 482.450 soggetti, mentre nei prossimi 20 anni ne andranno in pensione tra 9,9 e 10,16 milioni, quindi non certo una “valanga”, e con un’età media di circa 64 anni e oltre 67 per la vecchiaia (il “grosso” delle uscite). Peraltro, sempre nei prossimi 10 anni, verranno cancellati circa 5 milioni di pensioni, tra cui le 800mila prestazioni in pagamento da oltre 40 anni e una buona parte dei 2 milioni in pagamento da oltre 31 anni, mentre nei successivi 10 anni, al netto delle cancellate, potremmo avere tra 1 e 1,5 milioni di pensionati in più: quasi tutti di vecchiaia perché il pensionamento con la cosiddetta “vecchiaia anticipata” sarà quasi impossibile in quanto occorreranno oltre 45 anni di anzianità contributiva oppure, per i contributivi, oltre 65 anni di età, 20 di contributi ma con un assegno pari a 3 volte l’assegno sociale, quindi con un’età effettiva quasi uguale a quella di vecchiaia.

Di conseguenza, il numero di pensionati dovrebbe aumentare di circa un 10% arrivando a circa 17,8 milioni, un valore toccato in Italia nel 2008 con meno di 23 milioni di occupati e un rapporto attivi/pensionati di 1,28.

Visto che la valanga non c’è ma il numero di pensionati comunque aumenta, passiamo alla seconda domanda: quali soluzioni adotteranno la politica e le parti sociali considerando che la quasi totalità dell’aumento sarà relativa alle pensioni di vecchiaia e invalidità INPS liquidate nel periodo 2037/46 (circa 3 milioni come per il decennio precedente), delle quali circa un terzo avrà un importo a calcolo inferiore alla pensione minima e dovranno quindi essere integrate a carico della fiscalità generale? Per mantenere il rapporto attivi/pensionati pari all’attuale 1,5 (1,5 attivi per 1 pensionato), con non più di 16,3 milioni di pensionati, i governi dovrebbero in tempi rapidissimi adottare una serie di soluzioni per evitare gli errori del passato come accadde nel 1969, quando nel pieno dell’aumento della popolazione con oltre 900mila nascite l’anno e un già visibile aumento dell’aspettativa di vita, l’età di pensionamento era di 65 anni per uomini e donne e il metodo di calcolo era contributivo. Il sistema pensionistico godeva di ottima salute ma la riforma delle pensioni Brodolini, improvvidamente, recepì le “baby-pensioni” nel pubblico impiego (14 anni 6 mesi e 1 giorno per le donne madri compresa laurea e maternità, e massimo 19/25 anni rispettivamente per i dipendenti dello Stato e degli enti locali), i prepensionamenti con anche 10 anni di anticipo sull’età pensionabile e introdusse i 35 anni minimi (le pensioni di anzianità). Ovviamente fu un disastro che necessitò della grande riforma Amato, Dini e delle revisioni Berlusconi e Prodi.

Quindi, la prima azione riguarda l’adeguamento dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita.

La seconda riguarda le troppe pensioni di vecchiaia che raggiungono in media meno di 300 euro al mese e che lo Stato porta 700 euro; per evitare gli abusi occorre ripristinare la regola che si va in pensione solo se l’importo della stessa è pari a 1,25 volte l’assegno sociale. Con queste semplici ed eque azioni, il numero dei pensionati nel decennio fino al 2046 resterebbe come oggi a patto che i vari esecutivi evitino inutili anticipi e prepensionamenti. E poi ci sono altre soluzioni: rapportare i contratti di lavoro alle età dei lavoratori; ridurre di un punto di PIL, rimodulando l’ISEE, la spesa assistenziale; agire sulle pensioni di invalidità civile, reversibilità e sugli assegni sociali; aumentare l’occupazione almeno del 2% a 25,5 milioni (resteremmo comunque ancora ultimi in Europa) e migliorare la produttività.   


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Mara Guarino

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