È forse questo l’equivoco da cui parte tutta la discussione sulla “Grande Vasto”: attribuire alla dimensione un valore che, da sola, non possiede.

Un Comune più grande non è necessariamente un Comune più efficiente. Un ente con più abitanti non è automaticamente più autorevole. Un’amministrazione che gestisce un territorio più vasto non diventa per questo più capace di programmarlo. E mettere insieme quattro debolezze non produce matematicamente una forza.

La dimensione può essere un vantaggio quando consente economie di scala, servizi migliori, maggiore capacità tecnica e una programmazione più efficace. Ma può diventare esattamente il contrario quando allontana i luoghi della decisione, diluisce le responsabilità e trasferisce altrove risorse e capacità di scelta.

Per questo il paragone con la “Grande Pescara” convince poco.

Pescara e Montesilvano costituiscono da tempo una conurbazione sostanzialmente continua: residenza, mobilità, servizi e attività economiche hanno progressivamente superato i confini amministrativi. Pescara, inoltre, rappresenta già uno dei principali nodi istituzionali, infrastrutturali e logistici della regione.

Nel Vastese la struttura territoriale è profondamente diversa.

Vasto, San Salvo, Cupello e Monteodorisio conservano centri urbani distinti, fisicamente separati e con identità ben riconoscibili. La continuità edificata riguarda soprattutto alcuni tratti della fascia costiera e non corrisponde a una vera integrazione urbana e funzionale. È una continuità che, per molti aspetti, resta prevalentemente stagionale.

Una città non diventa metropolitana semplicemente cancellando dei confini su una carta. Prima dell’unificazione amministrativa dovrebbe esistere, o almeno essere progettata, un’integrazione territoriale.

Ed è qui che il dibattito potrebbe diventare davvero interessante.

Il progetto di Kisho Kurokawa aveva intuito molti anni fa una questione ancora attuale: prima di unire le istituzioni bisognava provare a unire il territorio. Creare cerniere urbane, infrastrutturali e funzionali tra Vasto e San Salvo, evitando la semplice saldatura edilizia e costruendo invece luoghi, servizi e funzioni capaci di mettere realmente in relazione le due città.

È una differenza fondamentale.

La buona urbanistica non consiste nel riempire gli spazi vuoti tra due centri fino a farli diventare uno solo. Significa governarne le relazioni: mobilità, servizi pubblici, attrezzature collettive, aree produttive, scuola, paesaggio, costa e infrastrutture.

Ospedale e stazione possono rappresentare esempi di funzioni territoriali di questo tipo, anche se dovremo ancora verificarne gli effetti reali sull’organizzazione del territorio.

E non partiamo da zero.

Negli anni Novanta questo territorio aveva sviluppato una cultura della cooperazione probabilmente più avanzata di quella attuale: il Patto territoriale, i SUAP, le iniziative comuni di promozione, l’Unione dei Comuni e persino un piano di indirizzo intercomunale tra Vasto e San Salvo.

L’idea era semplice ma politicamente importante: i confini amministrativi non devono necessariamente coincidere con quelli della programmazione.

Poi quella stagione è stata progressivamente smantellata.

Oggi ogni Comune programma autonomamente il proprio sviluppo urbanistico, organizza la propria stagione turistica, costruisce la propria promozione e partecipa alle fiere cercando individualmente una visibilità che, su scala nazionale e internazionale, inevitabilmente diventa marginale.

Ci presentiamo come piccoli soggetti separati davanti a territori che, invece, competono come sistemi.

Ed è questo il vero paradosso: abbiamo smantellato gli strumenti della cooperazione e adesso riscopriamo la necessità di stare insieme partendo direttamente dalla fusione istituzionale.

Ma unire i Comuni non significa automaticamente unire il territorio. E soprattutto non significa necessariamente amministrarlo meglio.

Prima bisognerebbe rispondere a una domanda molto semplice: quando abbiamo accentrato, questo territorio ci ha guadagnato davvero?

L’esperienza invita almeno alla prudenza.

Con SASI, Comuni che disponevano di reti più efficienti e minori dispersioni sono entrati in un sistema più grande nel quale costi, inefficienze e investimenti vengono inevitabilmente redistribuiti. Il cittadino, nel frattempo, si è trovato davanti un gestore più distante e bollette più pesanti. La scala è diventata più grande. Non necessariamente il servizio migliore.

Con ARAP è accaduto qualcosa di politicamente ancora più significativo. L’unificazione dei consorzi industriali su scala regionale ha sottratto al territorio autonomia decisionale, capacità di programmazione e disponibilità economiche che prima erano maggiormente legate alle esigenze dell’area produttiva locale. Abbiamo conferito forza, competenze e risorse a un organismo più grande, ma non è affatto scontato che questo territorio ne abbia ricevute altrettante indietro.

E allora attenzione a trasformare “grande” in sinonimo di “meglio”.

Non lo è.

La dimensione può produrre economie di scala. Ma può anche produrre diseconomie istituzionali: decisioni più lontane, responsabilità più confuse, minore controllo democratico e risorse redistribuite senza che i territori più efficienti ne ricavino necessariamente un vantaggio.

La questione, quindi, non è quanto siamo grandi, ma cosa siamo capaci di fare insieme.

Ed è proprio qui che il ragionamento sulla “Grande Vasto” dovrebbe cominciare, non finire.

Se davvero vogliamo costruire un territorio più forte, non serve aspettare una fusione. Possiamo cominciare domani mattina.

Una Polizia locale coordinata tra più Comuni. Un unico programma turistico territoriale. Una sola strategia di promozione e partecipazione alle fiere. Una programmazione condivisa della costa. Un sistema integrato della mobilità. Una pianificazione coordinata delle aree produttive.

E poi la scuola, forse uno degli esempi più evidenti di quanto i confini amministrativi siano ormai inadeguati rispetto alla vita reale del territorio.

Gli studenti si spostano quotidianamente tra Vasto, San Salvo e i Comuni dell’entroterra senza preoccuparsi del confine comunale. Eppure continuiamo troppo spesso a ragionare su edilizia scolastica, trasporti, indirizzi formativi e servizi come questioni separate.

Una vera programmazione territoriale dovrebbe partire dai bacini reali di utenza: decidere insieme dove servono nuove scuole, quali strutture potenziare, come organizzare il trasporto pubblico, quali indirizzi sviluppare ed evitare inutili duplicazioni.

Industria, logistica, turismo, servizi, nuove tecnologie e transizione energetica richiedono competenze. Scuola, formazione tecnica, ITS, università e imprese dovrebbero essere parti dello stesso progetto di sviluppo.

Questo significa fare politica territoriale: non discutere su quale Comune debba “avere” una scuola, un ospedale o una stazione, ma dove quella funzione debba essere collocata perché possa servire meglio l’intero territorio.

E significa soprattutto tornare a una vera pianificazione strategica intercomunale: decidere insieme dove costruire e dove non costruire, quali aree tutelare, come governare la costa, dove concentrare servizi e infrastrutture, come collegare le aree produttive e dove localizzare le grandi funzioni pubbliche dei prossimi vent’anni.

Prima di sommare popolazioni sarebbe insomma interessante provare a sommare politiche.

Se Vasto, San Salvo, Cupello e Monteodorisio non riescono oggi a programmare insieme scuola, mobilità, sicurezza, turismo, infrastrutture e sviluppo urbanistico, per quale misteriosa proprietà della matematica amministrativa dovrebbero riuscirci meglio il giorno dopo una fusione?

C’è poi l’altro grande argomento: un Comune più grande avrebbe maggiore forza contrattuale nei confronti della Regione e dello Stato.

Anche qui la nostra storia dovrebbe insegnarci qualcosa.

Questo territorio ha espresso presidenti, assessori regionali, parlamentari e vertici di numerose istituzioni. Le cariche non ci sono mai mancate. Non sempre, però, questa abbondanza di rappresentanza si è trasformata in altrettanta capacità di incidere.

Perché il problema non è mai stato soltanto quante cariche abbiamo avuto, ma quale progetto comune quelle cariche rappresentassero.

Le auto blu partivano da qui, ma troppo spesso prendevano strade diverse.

La forza politica non nasce sommando abitanti. Nasce sommando idee, interessi, progetti e soprattutto la capacità di rappresentarli insieme.

Forse allora il problema è molto più semplice: non ci manca un Comune più grande. Ci manca una politica all’altezza di un territorio che grande lo è già.

Prima di ridisegnare i confini sulla carta sarebbe già rivoluzionario cancellare quelli che abbiamo costruito nella testa: quattro programmi turistici, quattro politiche urbanistiche, quattro strategie di promozione, servizi che non dialogano, progetti che troppo spesso finiscono esattamente dove comincia il Comune accanto.

Proviamo prima a mettere quattro amministrazioni intorno allo stesso tavolo e decidere insieme dove serve una scuola, come organizzare i trasporti, come governare la costa, quali infrastrutture chiedere, come promuovere il territorio e quale sviluppo immaginare per i prossimi vent’anni.

Non servono fusioni per farlo.

Serve politica.

Quella più difficile: scegliere, coordinarsi, condividere risorse e responsabilità, rinunciare a qualche piccolo protagonismo e soprattutto accettare di essere giudicati sui risultati.

Cambiare nome, invece, è molto più facile. E costa anche meno.

Grande significa meglio? Da quando in qua?

Prima di decidere quanto debba diventare grande il Comune sarebbe utile dimostrare quanto siamo capaci di diventare grandi come territorio.

Altrimenti rischiamo la più classica delle operazioni di marketing istituzionale: stessi problemi, stessi confini mentali, stessa incapacità di fare squadra. Cambia soltanto la scritta sulla confezione.

Del resto, quando un prodotto comincia a sembrare vecchio, il marketing conosce da sempre il rimedio.

Basta scriverci sopra “Maxi”.

Agostino Monteferrante

foto tratte dalla pagina Facebook di Agostino Monteferrante


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