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Ci si chiede spesso che cosa avessero in comune Scilla e Cariddi. Entrambe appartengono a un immaginario femminile, entrambe abitano le acque dello Stretto di Messina ed entrambe, attraversando i secoli, sono diventate immortali. Entrambe persero se stesse per il volere di qualcun altro. Entrambe mostri. Eppure, dietro queste somiglianze si nascondono due storie profondamente diverse. Scilla è protagonista di un racconto di desiderio, gelosia e vendetta.

Cariddi incarna invece una voracità senza misura, quella che nei secoli successivi sarebbe stata ricondotta a uno dei sette vizi capitali: la gola. Da una parte una ninfa privata della propria bellezza, dall’altra una creatura condannata per la sua insaziabilità. Questa, però, non è soltanto la storia di due figure mitologiche o delle acque complesse e temute dello Stretto. È il racconto di come un luogo reale possa generare il mito e di come il mito, attraversando la tradizione popolare e la letteratura, finisca per diventare parte dell’identità di un territorio.

Scilla, la ninfa trasformata dalla gelosia

Occhi azzurri e trasparenti come l’acqua, pelle chiara, capelli scuri e un’espressione cauta, quasi disarmata. Il suono della cetra accompagnava i suoi movimenti, tranne quando si immergeva in un’insenatura della costa calabrese: il luogo che più amava. Figlia del dio marino Forco – o, secondo altre versioni, di Tritone – e di Cratèide, Scilla era una giovane ninfa circondata da altre creature marine. Un giorno, però, quell’equilibrio si spezzò. Glauco, divinità marina per metà uomo e per metà pesce, si innamorò perdutamente di lei. Non era propriamente un mostro, ma il mare aveva trasformato profondamente il suo corpo: aveva il petto coperto di alghe, la barba fluente e i capelli verdi. Insolito, selvaggio e lontano dall’armonia delle divinità che Scilla aveva sempre conosciuto. Quando lo vide, la ninfa fuggì spaventata. Disperato, Glauco si rivolse a Circe, chiedendole un filtro capace di far innamorare Scilla. Ma ciò che agli occhi della giovane appariva come un inquietante ibrido marino, accese nella maga un desiderio improvviso. Circe tentò di sedurlo, ma Glauco la respinse: non avrebbe amato nessun’altra all’infuori di Scilla.

Ferita e accecata dalla gelosia, Circe non preparò la pozione richiesta. Versò invece un veleno nelle acque in cui la ninfa era solita immergersi. Ignara di tutto, Scilla entrò nell’insenatura e vide il proprio corpo deformarsi: dal ventre le spuntarono mostruosi cani rabbiosi e ululanti, mentre la parte inferiore assunse sembianze marine. La creatura è descritta dalla tradizion

e con sei teste e dodici appendici, pronta a strappare i marinai dalle navi che si avvicinavano alla sua dimora. Scilla perse così se stessa. Si rifugiò in una profonda grotta della costa calabrese, nel punto proteso verso la Sicilia, diventando il mostro temuto da tutti coloro che attraversano lo Stretto.

Scilla e Cariddi, due simboli immortali dello Stretto - Be Sicily Mag - scilla e cariddi

Cariddi nell’abisso

Cariddi, invece, era una creatura diversa. Figlia di Poseidone, dio del mare, e di Gea, personificazione della Terra, dei suoi tratti fisici non è rimasta alcuna traccia. Non sappiamo se fosse bruna o bionda, se avesse la pelle chiara o un aspetto giunonico. Neppure Ovidio si soffermò a disegnare i lineamenti del suo viso. Di lei si racconta, invece, che fosse vorace, dominata da un appetito smisurato e da un’indole avida e impetuosa. Se potessimo invertire il procedimento della fisiognomica e provare a immaginare il volto partendo dal carattere, Cariddi potrebbe apparirci come una donna dai capelli neri e mossi, dalle labbra carnose e dal corpo formoso: una di quelle bellezze mediterranee celebrate negli anni Sessanta. È soltanto un’immagine possibile, perché il mito non le ha consegnato un volto. Le ha lasciato, piuttosto, una fame impossibile da saziare.

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Fu proprio quella voracità a determinarne il destino. Secondo il racconto mitologico, Cariddi sottrasse e divorò alcuni dei buoi di Gerione che Eracle aveva conquistato durante una delle sue fatiche e che erano sacri al Sole. Il gesto scatenò l’ira di Zeus, che la colpì con un fulmine, facendola precipitare nelle profondità marine. La trasformò in una lampreda: un pesce primitivo senza mascelle, con un corpo lungo simile a un’anguilla e una bocca a ventosa, gigantesca e piena di denti, tanto da risucchiare con violenza l’acqua del mare, in grandi quantità e diverse volte al giorno, risucchiando imbarcazioni e marinai. La tradizione ha identificato la sua dimora nelle acque dello Stretto di Messina, al largo di Capo Peloro, proprio dove le correnti contrapposte producono gorghi chiamati localmente “garòffali”.

Mostri e vortici

Scilla da un lato, Cariddi dall’altro. Colei che dilania e colei che risucchia, raccontano i testi antichi. Ma al di là di Omero, Ovidio e Virgilio, e delle immagini con cui i grandi poeti continuano ad alimentare le nostre fantasie, esiste uno Stretto che è sempre stato considerato uno dei tratti di mare più difficili da attraversare.

Venti violenti e correnti rapide e irregolari si muovono verso nord o verso sud, seguendo le differenti maree del Tirreno e dello Ionio. I due mari presentano livelli, densità e temperature differenti: l’incontro delle acque e il loro urto contro fondali e promontori generano vortici chiamati localmente “garòffali”. La tradizione colloca Scilla sulla costa calabrese, nell’area di Punta Pezzo, e Cariddi davanti alla costa messinese, nelle acque del Faro.

Per gli antichi, tuttavia, quel passaggio non rappresentava soltanto un pericolo naturale. Ogni separazione tra due terre, specifica Sergio Todesco nei suoi studi, possedeva un carattere sacro e attraversarla significava sfidare l’ignoto. Lo fecero gli Argonauti tra le Simplegadi, le rocce cozzanti, e Odisseo tra Scilla e Cariddi. Anche l’Ulisse dantesco pagò con la vita la propria hybris, dopo aver oltrepassato il limite delle Colonne d’Ercole. Richiamando Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Sergio Todesco legge il gorgo come una breccia tra due dimensioni: il caos e l’ordine. Il mare che inghiotte diventa così un luogo di passaggio e di prova. Un punto reale dello Stretto nel quale, ancora una volta, la natura incontra il mito.

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Da Scilla e Cariddi a Sciglia e Cariglia

Il mito classico di Scilla e Cariddi è sopravvissuto nella tradizione orale siciliana, assumendo nomi e caratteristiche differenti e avvicinandosi, in alcuni racconti, all’universo delle sirene. L’antropologo Sergio Todesco ricorda che Giuseppe La Farina, in Messina ed i suoi monumenti, pubblicato nel 1840, considerava Scilla e Cariddi sirene a pieno titolo.

La stessa sovrapposizione emerge dalle testimonianze raccolte da Giuseppe Pitrè nel quarto volume di Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, pubblicato nel 1889. Secondo alcune credenze popolari, nel Faro di Messina avrebbero vissuto due sirene chiamate Sciglia e Cariglia, entrambe bellissime e incantevoli, ma anche estremamente malvagie. Dietro questi nomi, deformati e tramandati oralmente, Todesco riconosce con evidenza le figure mitologiche di Scilla e Cariddi. I due mostri dell’antichità vengono così trasformati dalla fantasia popolare in creature femminili e seducenti, nelle quali convivono fascino e pericolo.

Questa contaminazione ritorna nella storia di lu Gialanti Pisci, richiamata dallo stesso Todesco. Il protagonista, una sorta di Nettuno popolare rielaborato attraverso la figura di Colapesce, riesce a catturare e addomesticare i due mostri-sirene, chiamati questa volta Sciglia e Carilla. Mito classico e patrimonio narrativo siciliano si mescolano, generando figure nuove ma ancora riconoscibili.

La capacità del mito di rinnovarsi arriva fino alla letteratura contemporanea. In Horcynus Orca, Stefano D’Arrigo fonde i nomi dei due mostri nella creazione onomastica “Scillecariddi”. Scilla e Cariddi non sono più soltanto due presenze contrapposte, poste ai lati dello Stretto, ma diventano linguisticamente un’unica realtà: un’immagine capace di racchiudere la forza, l’ambiguità e la pericolosità di quel tratto di mare.

Scilla e Cariddi nella storia della città

La cattura di Scilla e Cariddi non compare soltanto nella storia di lu Gialanti Pisci. Nel 1557 lo scultore Giovanni Angelo Montorsoli, allievo e stretto collaboratore di Michelangelo, realizzò la Fontana di Nettuno, oggi collocata in piazza Unità d’Italia. Nell’opera, Scilla e Cariddi sono due mostri pericolosi incatenati e dominati dal dio del mare. La scena assume così un significato politico e allegorico: il controllo esercitato da Nettuno sulle forze marine rimanda al buon governo assicurato dai sovrani asburgici Carlo V e Filippo II.

In origine, la fontana si trovava fuori dalle mura, davanti al vecchio molo, nel punto in cui il mare e la terra sembravano incontrarsi. Nettuno rivolgeva lo sguardo verso la città, mentre dopo il trasferimento in piazza Unità d’Italia, avvenuto nel 1934, fu orientato verso il mare. I bombardamenti del 1848 danneggiarono le statue di Nettuno e Scilla: gli originali sono oggi conservati al Museo Regionale di Messina, mentre sulla fontana vennero collocate due copie ottocentesche. Letterio Subba realizzò la nuova Scilla e Gregorio Zappalà scolpì il nuovo Nettuno.

Il nome di Cariddi compare anche in un altro momento della storia cittadina. Fu uno dei motti utilizzati per identificare anonimamente i progetti presentati al concorso bandito nel 1910 per la costruzione di Palazzo Zanca. Non indicava un’opera dedicata al mostro mitologico, ma era semplicemente la denominazione convenzionale di uno degli elaborati. Anche questo dettaglio mostra quanto i nomi legati allo Stretto fossero entrati nel linguaggio e nell’identità di Messina.

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Valentina Di Salvo

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