Mezzi d’epoca perfettamente funzionanti per immergersi nella storia. Un percorso che attraversa il Novecento, dagli anni Venti agli anni Ottanta, e che va ben oltre il semplice motorismo storico. Qui si abbattono i pregiudizi di genere, si promuovono progetti di solidarietà, si educano le nuove generazioni alla sicurezza stradale e si racconta la filosofia dei viaggiatori su due ruote, raccogliendo testimonianze provenienti da ogni parte del mondo.
Tutto nasce a Castroreale, uno dei borghi più suggestivi della provincia di Messina, dove trentuno anni fa Enrico Munafò fondò, insieme ad altri appassionati, il Circolo Auto Moto d’Epoca Alzavalvola. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: creare una realtà capace di inserirsi nel tessuto sociale e culturale del territorio. Quella che sembrava una semplice passione per i motori era, in realtà, il seme di un progetto molto più ampio. Con il tempo, Munafò comprese che quel patrimonio di esperienze e memoria non poteva rimanere confinato a una cerchia di appassionati. Doveva diventare un bene condiviso, capace di raccontare non solo le motociclette, ma anche l’evoluzione della società, del lavoro e dei costumi. Nasce così, otto anni fa, il Piccolo Museo della Moto, un luogo dove ogni mezzo diventa il punto di partenza per un viaggio nella storia.

La storia continua a viaggiare
Il Piccolo Museo della Moto accompagna il visitatore in un percorso che attraversa il Novecento. Motociclette, tricicli e automobili, tutti perfettamente funzionanti, non sono semplici pezzi da esposizione, ma testimonianze vive di un’epoca. Una scelta che rende il museo unico e che richiede un costante lavoro di manutenzione. “All’interno del museo non possiamo conservare né olio né carburante. Ogni volta bisogna preparare tutto: inserire l’olio nel motore, riempire il serbatoio, avviare il mezzo e, alla fine, svuotarlo nuovamente. Poi ci sono la pulizia costante, la manutenzione straordinaria e la cura delle vernici e delle cromature”.
Questa particolarità ha attirato anche la Rai, che con la trasmissione Easy Driver ha scelto Castroreale per raccontare un museo dove i mezzi continuano a vivere sulle strade del borgo. Per Munafò, però, il vero valore della collezione va oltre la meccanica. “Il mio obiettivo è raccontare ciò che è accaduto dal 1920 agli anni Ottanta. Non è la motocicletta a diventare protagonista, ma tutto ciò che le ruota attorno: il motivo per cui è stata costruita, quale esigenza doveva soddisfare e quale ruolo ha avuto nella società di quel tempo”.

Tra le tante motociclette custodite nel museo, ce n’è una alla quale Enrico Munafò è legato per ragioni profondamente personali, quella del padre. Tuttavia, è una DKW del 1925 a rappresentare, dal punto di vista storico, uno dei pezzi più significativi della collezione. “È una moto con una storia tutta sua. Rappresenta il punto di partenza di un percorso di evoluzione tecnica e ingegneristica che, attraverso una serie di innovazioni, ha portato quel marchio a costruire anche automobili. Negli anni, infatti, la DKW si fuse con altre aziende, tra cui la tedesca Auto Union, dando origine ai quattro cerchi intrecciati che oggi riconosciamo nel marchio Audi”. Tra i veicoli che più riescono a conquistare l’attenzione dei visitatori continua però a esserci la Vespa, autentica icona del Made in Italy. “Tra tutte quelle presenti spicca il modello del 1953, l’anno in cui venne girato a Roma Vacanze Romane. È un passaggio fondamentale della nostra storia culturale e uno dei simboli più rappresentativi dell’Italia nel mondo”.
La storia dimenticata delle donne in motocicletta
Tra i progetti ai quali Enrico Munafò tiene maggiormente c’è anche quello dedicato al rapporto tra donne e motociclismo,una pagina di storia ancora poco conosciuta e spesso raccontata attraverso stereotipi. “Oggi, nell’immaginario collettivo, la donna in moto viene ancora vista soprattutto come la zavorrina, cioè la passeggera seduta dietro il motociclista. Ma è un’idea completamente sbagliata”. Secondo Munafò, questa convinzione nasce da una lettura parziale del passato. “Storicamente siamo stati portati a pensare che fosse solo l’uomo a utilizzare la motocicletta, perché era lui che lavorava mentre la donna rimaneva in casa ad accudire la famiglia. L’uomo utilizzava la moto anche come strumento di lavoro, ma la realtà è ben diversa. Già nel 1915 troviamo moltissime donne che guidavano motociclette con una naturalezza e un’eleganza straordinarie”.

A testimoniare questa realtà sono anche le fotografie custodite nel museo: immagini che ritraggono donne con grandi cappelli, borsette e scarpe con il tacco, perfettamente a proprio agio alla guida di una motocicletta. Un patrimonio iconografico che restituisce una prospettiva diversa, lontana dai luoghi comuni e capace di raccontare il ruolo che le donne hanno avuto nella storia del motociclismo. Da questa consapevolezza nasce anche un nuovo progetto culturale. “Ho deciso di realizzare un’iniziativa dal titolo Oltre cento anni di storia: la donna in moto. Se tutto procederà come spero, vedrà la luce nel 2027”.
Usa la testa, usa il casco
Usa la testa, usa il caso, è la frase che accompagna il casco esposto nel museo e che, molti anni fa, salvò la vita a Enrico Munafò durante un grave incidente. Da quell’esperienza personale è nata una delle attività alle quali il fondatore del museo è maggiormente legato: l’educazione stradale. “Non c’è nulla di più pericoloso di un bambino sui pattini, su una bicicletta o su qualsiasi altro mezzo senza le adeguate protezioni. Per questo ho deciso di portare avanti un percorso rivolto agli studenti, in collaborazione con i dirigenti scolastici. Sono le classi a venire qui al museo, dove svolgo lezioni di educazione stradale cercando di coinvolgere i più giovani”.

Il racconto parte dalla fine dell’Ottocento, quando i primi motociclisti indossavano una semplice cuffietta. “Non aveva la funzione di proteggere la testa come fanno i caschi di oggi. Serviva soprattutto a evitare le escoriazioni sul viso provocate dalle cadute sulle strade sterrate. All’epoca le motociclette raggiungevano velocità molto contenute, trenta o quaranta chilometri orari. Con il passare del tempo sono aumentate le prestazioni dei mezzi, le cilindrate e, di conseguenza, anche la necessità di proteggere il motociclista. Le aziende hanno sviluppato caschi sempre più evoluti, realizzati con materiali innovativi e progettati per salvare la vita”.
Motoviaggiatori e solidarietà
l Piccolo Museo della Moto parla anche di solidarietà. Da anni collabora con l’organizzazione I Bambini del Deserto, sostenendo progetti umanitari in Africa. “Ovunque andiamo portiamo con noi la loro bandiera. In Africa sosteniamo scuole, pozzi, attività meccaniche e iniziative rivolte alle comunità locali. Per noi viaggiare significa portare sport e cultura nel mondo, ma anche ricevere cultura dai luoghi che attraversiamo”, racconta Enrico Munafò.

Questa filosofia trova spazio anche all’interno del museo, dove una sezione è dedicata ai motoviaggiatori in solitaria. Accanto alle motociclette storiche, alle biciclette, ai ciclomotori, ai modelli da competizione e alle moto artigianali, è esposta anche la motocicletta di Ottavio Patanè, protagonista di uno straordinario viaggio dalla Sicilia alla Mongolia e ritorno. Su quel mezzo campeggia anche la bandiera de I Bambini del Deserto. “Attraverso questa sezione insegniamo come affrontare un lungo viaggio in moto: dalla preparazione dell’itinerario all’attrezzatura necessaria, dai documenti indispensabili ai permessi per attraversare alcuni Paesi esteri. Spieghiamo anche l’importanza della fotografia, perché ogni immagine diventa parte di un vero diario di bordo”.
Per Munafò il motoviaggiatore non vive il viaggio come una vacanza. “La motocicletta diventa un’estensione del proprio corpo. Si dorme vicino alla moto, si mangia ciò che si trova, ci si lava quando è possibile. Eppure accade una cosa bellissima: ovunque si venga riconosciuti come viaggiatori, le persone aprono le porte delle loro case, offrono un pasto, un letto, un sorriso. È uno stile di vita prima ancora che un modo di viaggiare”.

Il linguaggio universale delle moto
Oggi il Piccolo Museo della Moto richiama visitatori provenienti da ogni parte del mondo: non solo da Paesi europei come Francia e Germania, ma anche da Australia, Stati Uniti e Giappone. Un risultato che Enrico Munafò racconta con orgoglio. “Naturalmente non parlo molte lingue e qualche difficoltà nella comunicazione è stata inevitabile. Però ho scoperto una cosa bellissima: quando si parla di motori e di meccanica sembra quasi esistere un linguaggio universale”.
Eppure, a emozionarlo di più sono le persone. “Molte signore si commuovono durante il racconto, perché riaffiorano ricordi personali: c’è chi ripensa al nonno che la portava in Vespa, chi allo zio che le fece vivere la prima emozione in motocicletta”.
Per Munafò, infatti, il museo è prima di tutto un luogo di accoglienza. “Accompagno personalmente ogni visitatore e, prima ancora del museo, faccio scoprire il borgo di Castroreale. Non mi considero soltanto il fondatore e il curatore del museo: nel mio piccolo cerco di essere anche un divulgatore di storia”.

Il viaggio continua
Nel corso degli anni il Piccolo Museo della Moto ha collezionato importanti riconoscimenti, frutto di un lavoro costante e portato avanti con discrezione e passione. Nel 2017 ha conquistato il primo premio all’EICMA di Milano come miglior museo. Successivamente è arrivato uno dei traguardi più prestigiosi: il censimento da parte dell’ASI – Automotoclub Storico Italiano, il massimo organismo nazionale riconosciuto dallo Stato per la tutela del motorismo storico, che ha conferito alla struttura la targa di Museo di Interesse Nazionale. A questi si è aggiunto, proprio quest’anno, un nuovo e importante riconoscimento.
“La Federazione Motociclistica Italiana ha inserito il nostro tra i migliori musei censiti d’Italia. Credo che questi rappresentino i massimi traguardi ai quali una realtà museale come la nostra possa aspirare”.

Ma, nonostante i risultati raggiunti, lo sguardo di Enrico Munafò continua a essere rivolto al futuro.
“Uno dei miei sogni, è quello di dedicare un percorso sensoriale a chi convive con una disabilità. Se una persona cieca entra in un museo può leggere il Braille, ma quasi mai ha la possibilità di toccare realmente gli oggetti. Io, invece, vorrei creare uno spazio in cui sia possibile percepire con le mani ciò di cui si sta parlando. Credo che questo renderebbe l’esperienza molto più completa. È uno dei progetti ai quali tengo di più e spero, un giorno, di riuscire a realizzarlo”.
È un sogno che sintetizza perfettamente la filosofia del Piccolo Museo della Moto: non limitarsi a conservare la memoria, ma renderla accessibile a tutti. Perché la storia, quando può essere vissuta e condivisa senza barriere, diventa davvero patrimonio collettivo.
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Valentina Di Salvo
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