“Raccontami della pianura, raccontami della montagna e raccontami delle città”. Perché si va a Santiago, quali sono i motivi che spingono persone differenti, di paesi, culture ed età differenti a mettersi in cammino? Nelle mie precedenti esperienze qui avevo notato un’età molto elevata, oggi mi sembra decisamente più bassa, complici forse i mesi estivi. La predominanza era maschile, ora molto più femminile. Prima di partire da Sobrado cerco l’indirizzo dell’Ufficio del Pellegrino, il luogo dove si certifica il cammino percorso e si ottiene (forse) la Compostela e scopro che sul sito web è attivato un servizio di counter degli arrivi, in tempo reale (potete verificarlo ogni giorno). Ieri, un nomale venerdì di agosto, hanno terminato il cammino quattromila persone. Quattromila persone! Provo a fare due ragionamenti: la media annuale, comprensiva dei mesi invernali di minore affluenza, può essere stimata in 2000 arrivi giornalieri. Due euro a credenziale, Compostela all’arrivo gratis, certo, ma contenitore rigido a tre euro, e chi non lo acquista? Soprattutto essendo a piedi o in bici con gli zaini. Cinque euro per 2000 fa diecimila euro al giorno… per 363 giorni l’anno. Natale e Capodanno l’ufficio è chiuso. Totale stimato all’anno 3 630 000 euro. Un’economia intera e stiamo parlando solo della parte che va alla curia spagnola. Paesi di trecento abitanti vedono passare ogni giorno migliaia di pellegrini. Basta essere sul percorso giusto.
Spaventato da questa cifra mi metto in bici verso le otto del mattino, anche perché la pagina web avverte che, in caso di grande affluenza, non sarà garantita la Compostela nel giorno stesso e io devo ancora arrivare al mare a Finisterra; essere a La Coruña per l’eclissi. Stanco e appesantito dalla nottata in bianco e dalla fatica dei giorni di viaggio precedenti che ormai si è accumulata inesorabilmente, imbocco la strada verso Santiago, il cartello conferma che mancano 58 km. È il termine del cammino, la fine di un progetto, dopo ci sarà il mare, a Fisterra, e il ritorno con l’eclisse. Mi prende un’ansia mescolata ad emozione. Il cupo bosco dopo Sobrado non fa trasparire il sole, neanche tra i tronchi di eucalipti. L’aria è frizzante e per la prima volta indosso la mantellina antipioggia per proteggermi dal freddo. Finisco di nuovo in un tratto molto sterrato del cammino. Tutto è in discesa ma io non accelero, quasi non pedalo, come spesso mi accade l’ansia di arrivare è ormai sostituita dall’ansia di non dover più pedalare. Mi godo la bellezza della Galizia che mentre ci si avvicina alla costa diventa abbagliante. La povertà scompare progressivamente, il turismo e la pesca diventano progressivamente risorsa, diminuiscono l’agricoltura e la pastorizia dei chilometri precedenti. A Baamonde decido di ricongiungermi con il cammino francese, in direzione Melide. Qui i cammini diventano uno solo, come a Puente la Reina; questo tratto di strada l’ho già percorsa a piedi e in bicicletta, i passi calpestano i propri passi e i passi di altri che ci hanno preceduto e ci seguiranno. Orme su orme.
Per me che sono in bicicletta la cosa è molto più difficile. Immediatamente mi si presenta un muro di gente. Passare su due ruote diventa difficilissimo sia per me chee per gli altri. A Santiago mancano solo dieci km ma proprio non riesco a procedere. Tutti si augurano buon cammino, c’è un un’aria di festa, di passeggio serale. Ci sono gli scout, i gruppi di amici, i pellegrini solitari, le associazioni che ti fermano per chiederti una firma; le donne galleghe sulle panchine che si godono il passaggio. Ci sono quelli con gli zaini, quelli senza, quelli che zoppicano e quelli ipertecnici freschi come rose. Per un po’ insisto, poi esasperato cambio strada a caso. Finisco in una orribile zona industriale fuori città e subito i chilometri dal centro aumentano. Pellegrini e ostelli spariscono, fioriscono i centri commerciali i tir parcheggiati lato strada. Decine di tir, pellegrini anche loro. C’è persino una invadente fabbrica, le cui ciminiere immettono nell’aria fumi nauseabondi. Questa volta il mio arrivo a Santiago è davvero contromano. Va bene così. Alla fine ci arrivo, ed è peggio di come ricordavo. La sagra del pellegrino è diventata un ipermercato del souvenir. Ci sono le magliette per ogni distanza, per ogni punto di partenza, per ogni cammino (ne compro una da bici anche io, ok). L’ufficio del pellegrino, comunque, lo hanno spostato in un edificio nuovo e io prima di capirlo mi faccio mezz’ora di coda con chi vuole andare a salutare il Santo. Quando finalmente arrivo nel posto giusto sono il pellegrino 1331 del giorno. In quattro minuti mi danno la Compostela e la nuova (per me) certificazione dei chilometri percorsi: sono 803 da San Sebastian, DONOSTIA!. La certificazione costa 3 euro (ora non rifarò i conti ma capirete anche voi…). Romanticismo zero, emozione poca, sicuramente quella di aver trovato la mia famiglia, mia figlia, in Plaza de Obradoiro, con un cartello con scritto “bravo papà!”.
Probabilmente è così perché è il mio quarto cammino, perché sto invecchiando, ma il fatto è che risalgo in bici e me ne vado, più in fretta possibile da questo mercato del pellegrino. “Si è dato già troppo tempo al tempo, luna falò. Autodafé”. La strada per il mare è breve e veloce. Sono ottanta chilometri che divido in due, dopo i novanta di giornata, dormendo in un campeggio ormai alla fine della terra, a Cee. La mattina seguente è come l’ultima tappa del Tour de France. Una parata per chi ha già vinto. Al faro di Finisterre mancano dieci chilometri e me li godo tutti. Vado il più piano possibile, attorno a me nebbia che lascia poco spazio al panorama. Si sente qualche barca, senza vederla. Finisterre mi si presenta bella come sempre, ma nel passaggio lungo il porto in direzione faro scopro che anche qui le cose sono cambiate. La “casa do pulpo”di cui cantavano anche i Mau Mau è stata affiancata da una decina di locali turistici. C’è persino un ristorante stellato. Proseguo e un cartello mi avvisa che la pendenza per i restanti due chilometri sarà del sette per cento. Ormai non mi farebbe più male niente. Tutto è ancora nebbia, camper e van sono parcheggiati ovunque. Arrivo in cima sudato ma felice. C’è un negozio di souvenirs (gli stessi di Santiago); non me lo ricordavo, ma non posso giurare che non ci fosse già. Poi proseguendo supero un divieto: “eccetto clienti dell’hotel”. QUALE HOTEL? Una Tesla ricarica da una colonnina elettrica collocata sotto QUELL’hotel, poi un bar ristorante, infine il faro. Li il paesaggio è rimasto lo stesso. C’è sempre l’ultima pietra con scritto sopra: “km 0” dove tutti, pellegrini e non, si fanno la foto.
Mi siedo sul muretto a fianco alla mia fedele bici (non le ho dato un nome questa volta!) che assieme alle mie gambe mi ha portato qui. Provo a concentrarmi, pensare a un finale per questo viaggio che per ora mi sembra vuoto, triste e solitario, quando vengo disturbato da voci italiane, con uno spiccato accento pavese (magari sanno qualcosa di formica); sono alcuni motociclisti, uno di loro si sta lamentando delle nebbia “2000 km per veder la nebbia! La nebbia ce n’è a iosa anche a Pavia, casso!”
Salgo in bici e riscendo. Ho un’ultima cosa da fare. Entro a La Galeria, il locale alla fine della terra dove molti pellegrini portano una pietra o un po’ di terra dalla propria città. Tutto è rimasto uguale, le foto degli emigranti sui muri, le compostele dei cammini di Roberto Traba Velay, il proprietario, i suoi libri, i suoi articoli della “rubrica dalla fine della terra” per il quotidiano gallego “La Voz de Galicia” . Tutto sembra immobile. Lui però dietro il banco non c’è più. Il mobile che conteneva i vasetti è stato sostituito da alcune credenze, forse non c’era più spazio per contenerli tutti. Nella prima non trovo niente ma nella seconda, vicino ad una finestra che guarda la fine del mondo, da cui si nota anche formica, la vedo. La provetta per la pipì con un enorme tappo rosso. C’è la mia scrittura sopra: “La Spezia, 2009” . La guardo commosso. Penso… c’è una parte di me qui, una traccia, e forse l’ho ritrovata. Da questa traccia, forse, posso ripartire ancora una volta. Roberto, dietro di me, non l’ho visto arrivare, mi dice: “Sai, è strano, dobbiamo brindare, tanti vengono, la cercano, ma non la trovano, tu l’hai ritrovata, è un segno” mi sorride alzando il bicchiere e niente… gli casca un intero boccale di birra frantumandosi sul pavimento della Valeria.
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Fabio Lugarini
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