Si toglie il melanoma, se ne analizzano le mutazioni e da quel tumore viene costruito un trattamento diverso per ogni paziente. Fino a 34 bersagli molecolari, scelti sulla carta d’identità genetica della malattia e messi dentro una molecola di mRNA che deve insegnare al sistema immunitario cosa andare a cercare. Il cosiddetto vaccino a mRNA contro il melanoma è arrivato ora alla prova più pesante: il 19 agosto Moderna e Merck hanno annunciato che lo studio internazionale di fase 3 INTerpath-001 ha raggiunto sia l’obiettivo principale sulle recidive sia quello sulle metastasi a distanza.
È un passaggio importante anche perché parliamo del primo risultato positivo di fase 3 per una terapia oncologica personalizzata basata su neoantigeni e mRNA. C’è però un dettaglio piuttosto ingombrante da mettere subito sul tavolo: i risultati comunicati sono per ora topline. Sappiamo che la differenza rispetto alla sola immunoterapia è stata definita statisticamente significativa e clinicamente rilevante; non sappiamo ancora di quanto. I dati completi saranno presentati a un prossimo congresso medico e sottoposti alle autorità regolatorie.
Non è il vaccino che si fa per evitare il melanoma
La parola “vaccino” può far immaginare una puntura somministrata alle persone sane per impedire la comparsa del tumore. Qui succede qualcosa di molto diverso.
Intismeran autogene, conosciuto durante lo sviluppo anche come V940 o mRNA-4157, è una terapia oncologica individualizzata. Nello studio di fase 3 è stata utilizzata in persone che avevano già avuto un melanoma cutaneo ad alto rischio, negli stadi IIB, IIC, III o IV, e alle quali il tumore era stato completamente rimosso chirurgicamente. L’obiettivo è diminuire la probabilità che qualche cellula tumorale rimasta nell’organismo riesca a rimettere in moto la malattia.
Per costruire intismeran viene utilizzato un campione del tumore del singolo paziente. Le sue mutazioni vengono analizzate per individuare i cosiddetti neoantigeni, caratteristiche anomale delle cellule cancerose che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Viene quindi sintetizzato un mRNA capace di codificarne fino a 34. Una volta somministrato, dovrebbe addestrare i linfociti T a riconoscere proprio quei bersagli.
Il trattamento viene associato a pembrolizumab, un farmaco immunoterapico anti-PD-1 già utilizzato contro diversi tumori. Se intismeran fornisce al sistema immunitario una specie di identikit delle cellule da cercare, pembrolizumab interviene su uno dei meccanismi con cui il tumore riesce a frenare la risposta immunitaria.
E no, non si tratta neppure di una singola iniezione confezionata e pronta per chiunque. Nel trial i pazienti assegnati alla combinazione hanno ricevuto intismeran per via intramuscolare ogni tre settimane, fino a nove dosi, insieme a pembrolizumab per circa un anno. Una medicina personalizzata sul serio significa anche questo: prima bisogna leggere il tumore, poi bisogna fabbricare il trattamento.
Cosa ha dimostrato davvero la fase 3
Lo studio INTerpath-001 è randomizzato e in doppio cieco. Secondo i dati appena comunicati dalle aziende ha coinvolto 1.137 pazienti, assegnati in rapporto due a uno alla combinazione intismeran-pembrolizumab oppure a placebo più pembrolizumab.
L’obiettivo principale era la sopravvivenza libera da recidiva: quanto tempo trascorre prima che il melanoma ricompaia, localmente o a distanza, oppure prima della morte. La combinazione ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e considerato clinicamente rilevante rispetto al solo pembrolizumab.
È stato raggiunto anche un secondo obiettivo importante, la sopravvivenza libera da metastasi a distanza. Significa che nel gruppo trattato con intismeran più immunoterapia è stato osservato un vantaggio anche nel tempo trascorso senza comparsa di metastasi lontane dalla sede originaria del melanoma.
Quanto grande sia questo vantaggio, ancora non possiamo scriverlo. Moderna e Merck non hanno diffuso hazard ratio, percentuali di pazienti liberi da malattia o numero degli eventi osservati nella fase 3. Hanno comunicato inoltre che non sono emersi nuovi segnali di sicurezza rispetto agli studi precedenti, ma anche in questo caso i dati dettagliati sugli effetti avversi non sono stati ancora resi pubblici.
Lo studio proseguirà soprattutto per chiarire un’altra questione assai meno accessoria: la sopravvivenza complessiva, cioè verificare se il trattamento riesca anche a far vivere più a lungo i pazienti.
Da dove arrivano allora quel 49% e quel 59%?
Qui conviene separare due notizie che rischiano di finire nello stesso frullatore.
Il 49% di riduzione del rischio di recidiva o morte e il 59% di riduzione del rischio di metastasi a distanza o morte arrivano dal precedente studio randomizzato di fase 2b KEYNOTE-942, pubblicato nel giugno 2026 sul Journal of Clinical Oncology. Quello studio comprendeva 157 pazienti con melanoma ad alto rischio già asportato: 107 ricevettero intismeran più pembrolizumab e 50 il solo pembrolizumab.
Dopo un follow-up mediano di circa cinque anni, era libero da recidiva il 68,8% dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 49,1% del gruppo pembrolizumab. Il rischio di recidiva o morte risultava inferiore del 49%, quello di metastasi a distanza o morte del 59%. Ed è proprio la solidità di questi risultati ad aver portato alla sperimentazione molto più ampia appena arrivata al primo risultato positivo.
Nello stesso studio il 92,2% dei pazienti del gruppo intismeran risultava vivo a cinque anni, contro il 71,3% del gruppo di controllo. Un numero notevole, che a giugno ha prodotto parecchi titoli. La sopravvivenza complessiva era però un’analisi esplorativa, con appena 14 decessi complessivi e un intervallo di confidenza ampio. Gli stessi ricercatori parlano quindi di una tendenza favorevole, non della dimostrazione definitiva che il vaccino riduca la mortalità.
È precisamente uno dei motivi per cui la fase 3 continua.
La sperimentazione è passata anche dall’Italia
L’Italia è entrata nello studio internazionale. Il registro ClinicalTrials.gov riporta tra i centri coinvolti l’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli, l’Istituto nazionale dei tumori e l’Istituto europeo di oncologia di Milano, l’Azienda ospedaliero-universitaria senese e l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.
Intismeran, comunque, rimane un trattamento sperimentale. Il risultato di fase 3 non equivale a un’autorizzazione e oggi non esiste ancora una prescrizione ordinaria del “vaccino contro il melanoma”. Moderna e Merck hanno annunciato che presenteranno i risultati completi e discuteranno con le autorità regolatorie le domande di approvazione. In Europa, l’EMA aveva già ammesso V940 nel 2023 al programma PRIME, pensato per sostenere più da vicino lo sviluppo di medicinali promettenti destinati a bisogni clinici rilevanti. PRIME, anche qui, significa percorso accelerato di sviluppo e valutazione: non farmaco già autorizzato.
E intanto la stessa tecnologia viene studiata anche in altri tumori. Il programma INTerpath comprende sperimentazioni su carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumori della vescica e del rene, oltre ad altri studi oncologici. È forse la parte più interessante di questa storia: il melanoma potrebbe diventare la prima dimostrazione su larga scala che un vaccino a mRNA costruito partendo dalle mutazioni del tumore di una singola persona può aggiungere qualcosa a un’immunoterapia già efficace.
Per sapere quanto aggiunga serviranno quei numeri che ancora mancano. Ma la fase 3 ha già tolto intismeran dal territorio delle sole promesse: oltre mille pazienti dopo, recidive e metastasi si sono mosse entrambe nella direzione prevista. Ora tocca ai dati completi.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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