L’art. 1, comma 201, della legge 30 dicembre 2025, n. 199 (Legge di Bilancio 2026) è intervenuto in modo L’Employment Outlook 2026 sottolinea come il mercato del lavoro nella zona OCSE si confermi solido, pur mostrando crescenti segnali di indebolimento che dipenderanno anche dall’evoluzione del quadro macroeconomico internazionale e, in particolare, dal protrarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dei rischi sui mercati energetici. In tale contesto, l’occupazione italiana ha evidenziato numeri complessivamente in crescita, ma con il permanere di alcune fragilità strutturali.

In particolare, il report sottolinea come nel primo trimestre 2026 nell’area OCSE i tassi di occupazione e di partecipazione alla forza lavoro abbiano toccato livelli record, rispettivamente 72,1% e 76,7%, con un basso tasso di disoccupazione rispetto agli standard storici pari al 4,9% a maggio 2026. In Italia, a maggio il tasso di disoccupazione è sceso su un minimo storico del 5% con un calo di 1 punto e mezzo percentuale nell’ultimo anno, facendo parte di un ristretto gruppo di Paesi dell’Europa meridionale, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, nei quali la disoccupazione ha continuato a diminuire in controtendenza rispetto al quadro generale osservato nella maggiore parte dei Paesi della zona OCSE, dove la disoccupazione ha invece registrato un aumento.

Al tempo stesso, anche l’occupazione è cresciuta su livelli record raggiungendo nel primo trimestre dell’anno il 62,8%, pari a oltre 24,2 milioni di occupati, ancora tuttavia al di sotto di circa 9,3 punti percentuali rispetto alla media OCSE,e con un divario particolarmente marcato per quanto riguarda donne e giovani. Inoltre, la crescita del tasso di occupazione domestico ha subito un evidente rallentamento nell’ultimo anno, in contrasto con l’aumento sostenuto registrato in altri Paesi dell’Europa meridionale.

Tale rallentamento, unito alla discesa sostenuta delle persone in cerca di occupazione, è spiegato da una delle principali criticità del nostro mercato del lavoro, ossia il tasso di inattività, pari nel primo trimestre 2026 al 33,7%, con un picco del 42,5% per quanto riguarda le donne, rispetto a una media OCSE del 23,3%. Il decremento della disoccupazione è avvenuto a un ritmo decisamente più rapido rispetto all’incremento degli occupati: ciò significa che una parte del calo è spiegata dal ritiro dell’offerta di lavoro, e solo una parte dalla creazione di nuovi impieghi. In valori assoluti, a maggio 2026, rispetto allo stesso mese dello scorso anno, il numero di occupati è aumentato di 228mila unità e quello dei disoccupati è diminuito di 399mila, il che equivale a una diminuzione della forza lavoro – ossia del tasso di partecipazione – di 171mila unità; nei dodici mesi, al contrario, il numero di inattivi è cresciuto di 190mila soggetti. Più in generale, dato che il confronto su un singolo mese può essere poco significativo, nei primi cinque mesi del 2026 la forza lavoro è diminuita di 83mila unità rispetto alla media del 2025, mentre gli inattivi sono cresciuti di 91mila unità.

Altro tema centrale del report OCSE riguarda la dinamica delle retribuzioni. Fino alla nuova impennata dei prezzi energetici seguita allo scoppio della guerra in Iran, l’inflazione era su una traiettoria discendente e inferiore a un anno prima nella maggior parte dei Paesi OCSE. Nel primo trimestre 2026 in area OCSE era pari al 3,6%, inferiore rispetto al 4,3% dei primi tre mesi 2025 e ben al di sotto del picco di oltre il 10% toccato nel 2022. Ciononostante, la crescita dei salari reali ha rallentato al 2,2% rispetto al 2,7% del primo trimestre 2025, con circa un terzo dei 37 Paesi analizzati (per uno dei 38 Paesi OCSE si segnala l’indisponibilità di dati) che mostrano livelli ancora inferiori rispetto al 2021, ossia prima della fiammata inflazionistica post pandemica.

È questo il caso dell’Italia: nei primi tre mesi dell’anno i salari reali sono cresciuti dell’1,3% rispetto al pari periodo 2025, rimanendo però al di sotto del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021 e segnando così il peggior risultato tra le grandi economie della zona OCSE. L’organizzazione parigina ha scelto come base di confronto il primo trimestre 2021 poiché immediatamente antecedente all’impennata inflazionistica del 2022, sebbene ancora caratterizzato da parziali lockdown. Tuttavia, anche considerando il periodo pre-COVID, l’Italia risulta essere l’unico Paese tra le economie avanzate a mostrare una diminuzione dei salari medi tra il 1990 e il 2020. Le proiezioni OCSE, inoltre, indicano per il 2026 un calo dei salari reali italiani dello 0,9% e quindi una leggera ripresa del +0,2% complice la ripresa dell’inflazione, che a giugno è salita del 3%. Previsioni però da prendere con la necessaria cautela dettata dall’elevata situazione di incertezza, che dipenderà appunto dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e, di conseguenza, dall’andamento dei prezzi dell’energia.

Le ragioni della debolezza della dinamica salariale sono molteplici e spaziano dall’elevato cuneo fiscale alla struttura del tessuto produttivo, fino alla contrattazione collettiva. Secondo l’OCSE, il problema principale riguarda però la produttività: nel periodo 1995-2019, la produttività del lavoro, misurata come PIL per ora lavorata, è cresciuta a un tasso medio annuo del 2% in area OCSE, dimezzando poi il ritmo all’1% tra il 2019 e il 2025. In Italia, invece, ha segnato un +0,4% tra il 1995-2019, rallentando poi allo 0,2% nel 2019-2023 e segnando un -1% nel biennio 2023-2025. Da segnalare, inoltre, che la crescita dell’occupazione italiana ha riguardato principalmente il settore dei servizi e, in particolare, impieghi a basso valore aggiunto, caratterizzati da bassi livelli salariali. Non solo, la composizione del tessuto produttivo, caratterizzato dalla prevalenza di piccole e micro-imprese, e il ricorso al debito bancario quale principale fonte di finanziamento hanno frenato il processo di digitalizzazione e adozione di nuove tecnologie, limitando gli investimenti in innovazione necessari a migliorare la produttività.

Infine, la forte diffusione di aziende di piccole dimensioni comporta una minore e più frammentata contrattazione aziendale, spesso non in grado di mantenere il potere d’acquisto in linea con l’inflazione, a cui si sono aggiunti i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi che hanno determinato un adeguamento dei salari più lento rispetto al rapido aumento dei prezzi. E il rischio è quello di accumulare ulteriore ritardo, sottolinea l’OCSE, visti i limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma per il 2027 e il rallentamento in corso nel mercato del lavoro.


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Mara Guarino

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