Un altro Ferragosto è passato, e con quello l’ennesima ondata di allarmi sulla sicurezza. Eppure i numeri, quelli veri, raccontano una storia opposta a quella che la politica continua a ripetere.
Chi si chiede se i dati raccontano davvero un’emergenza sicurezza in Italia troverà una risposta scomoda per chi fa dell’allarme sociale il proprio mestiere quotidiano: no, non la raccontano. Nei primi sei mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2025, gli omicidi volontari sono calati del 15%, i furti dell’11%, le rapine del 12%, le violenze sessuali del 7%, le truffe e le frodi informatiche del 9%, i femminicidi del 32%. Eppure la legislazione italiana in materia di sicurezza continua a reagire come se il Paese fosse sull’orlo del collasso, rincorrendo ogni singolo fatto di cronaca con un nuovo decreto, una nuova pena inasprita, un nuovo reato inventato.
Perché la politica italiana produce così tante norme sulla sicurezza?
La risposta, purtroppo, non ha nulla a che vedere con l’analisi dei dati. Il rave party abusivo di Modena, nell’ottobre 2022, ha ispirato il “decreto Rave”. Il naufragio di Steccato di Cutro, nel febbraio 2023, ha prodotto il “decreto Cutro”. I roghi nel Mezzogiorno dell’estate 2023 hanno spinto il governo a inasprire le pene per l’incendio boschivo. Lo stupro di gruppo di Caivano ha innescato il decreto omonimo, con nuove strette sui minori. La morte di due giovani sul Lago di Garda, e l’indignazione per una condanna ritenuta troppo mite, ha portato all’inasprimento delle pene per l’omicidio nautico. I blocchi stradali degli eco-attivisti e le occupazioni abusive hanno generato il “decreto Sicurezza” del giugno 2025, con quattordici nuove fattispecie di reato. Gli scontri di Torino del 31 gennaio scorso hanno prodotto un altro “decreto Sicurezza”, nel febbraio 2026. Ogni volta lo schema si ripete identico: un fatto di cronaca ad alto impatto emotivo, seguito nel giro di poche settimane da un provvedimento che crea nuovi reati o inasprisce quelli esistenti.
Un rave party, un naufragio, uno stupro, un incidente nautico, delle proteste: ciascuno di questi episodi, isolato e per sua natura eccezionale, è stato trattato dalla politica non come un fatto singolo da giudicare secondo le leggi già esistenti, ma come il sintomo di un’emergenza sistemica da affrontare con l’ennesima norma d’urgenza, costruendo così un impianto legislativo fatto di reazioni istintive più che di riforme organiche.
Quanti di questi provvedimenti sono stati adottati come decreti d’urgenza?
Degli undici principali provvedimenti in materia di sicurezza assunti dal governo, otto hanno preso la forma del decreto, uno strumento che la Costituzione riserva ai soli casi di “necessità e urgenza”. Un impianto di reazioni istintive, più che di riforme ponderate, che segue in questo un modello già ampiamente sfruttato dagli esecutivi precedenti, di ogni colore politico. La direzione, quasi senza eccezioni, è sempre la stessa: creazione di nuovi reati punibili con il carcere, inasprimento delle pene per quelli già esistenti. Una politica che non si chiede se le norme già in vigore siano sufficienti, ma che risponde a ogni emergenza percepita con l’ennesimo giro di vite penale, come se la severità della pena fosse di per sé una garanzia di maggiore sicurezza.
I dati confermano che l’Italia è davvero un Paese pericoloso?
Al contrario. Sotto il profilo dei reati gravi, l’Italia è un caso particolarmente virtuoso, che meriterebbe di essere studiato da sociologi e criminologi a livello internazionale, invece di essere ignorato dal dibattito politico interno. Il tasso di omicidi volontari, femminicidi inclusi, è crollato di oltre l’80% dal 1990: pochi altri Paesi al mondo hanno ottenuto risultati simili. Oggi si ha meno probabilità di essere uccisi in Italia che in Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda o Danimarca, società considerate modelli internazionali di convivenza civile. Rispetto agli Stati Uniti, il tasso di omicidi italiano è undici volte inferiore.
Anche le due principali metropoli italiane, Roma e Milano, risultano nel complesso nettamente meno pericolose delle loro pari nel resto del mondo occidentale. Uno studio del criminologo Matt Ashby, dello University College London, ha misurato la frequenza dei principali reati violenti in una ventina di grandi città tra Europa, Asia e Nordamerica: su aggressioni con lesioni, Roma e Milano registrano una frequenza circa dieci volte più bassa di Berlino, sei o sette volte più bassa di Londra, tra quattro e sei volte più bassa di Chicago e New York. Anche sui furti personali, come scippi o furti in metropolitana, la situazione delle due città italiane risulta incomparabilmente migliore rispetto alle altre grandi metropoli occidentali. E anche i furti nelle abitazioni, il tema che più angoscia gli italiani proprio in periodo di vacanze, sono scesi del 37% tra il 2014 e il 2024, nonostante la percezione diffusa racconti l’esatto contrario.
Allora perché così tanti italiani si sentono insicuri?
Perché ridurre questo scarto tra dati e percezione a una semplice questione di ignoranza sarebbe un errore, oltre che un’arroganza. Quando lo scarto tra i numeri e la sensazione delle persone comuni diventa così grande e crescente, la politica dovrebbe interrogarsi sul perché, non limitarsi a rassicurare o, peggio, ad alimentare l’allarme per tornaconto elettorale. La percezione di una protezione insufficiente delle forze dell’ordine è così radicata che alcuni servizi di sicurezza privata vendono ormai, insieme all’antifurto domestico, la promessa di inviare subito una guardia giurata quando scatta l’allarme: un servizio riservato a chi può permetterselo, l’equivalente, nel campo della sicurezza, della risonanza magnetica prenotata a pagamento perché le liste d’attesa del sistema pubblico sono infinite. Una politica che si accontenta di rincorrere ogni notizia allarmante con un nuovo decreto, senza mai investire in modo strutturale sulla presenza reale delle forze dell’ordine sul territorio, lascia che sia il mercato privato a colmare quel vuoto, per chi se lo può permettere.
La criminalità minorile è davvero fuori controllo, come si racconta?
Qui il quadro è più complesso, e la politica avrebbe dovuto guardarlo con maggiore attenzione prima di intervenire con l’ennesima stretta penale. I reati minorili nel complesso sono scesi nell’ultima ventina d’anni, ma dal periodo del Covid in poi hanno ripreso a crescere rapidamente, e i decreti approvati finora, con il loro corredo di pene più severe, non mostrano per ora risultati significativi. Gli omicidi attribuiti a minorenni sono nettamente diminuiti nell’ultimo ventennio, ma i tentati omicidi sono più che triplicati, passando da 51 casi nel 2019 a 166 nel 2024. I furti in appartamento e gli arresti per spaccio tra i minorenni scendono, ma le rapine sono più che raddoppiate, arrivando a quattromila casi nel 2024, e le lesioni dolose sono quasi raddoppiate, a 4.600 casi. Le paure, insomma, non sono soltanto immaginarie o alimentate da chi specula sull’allarme sociale: hanno radici concrete nella realtà, e proprio per questo la risposta politica dovrebbe basarsi su un’analisi seria, non su reazioni di pancia.
La risposta con più carcere sta funzionando?
I segnali dicono di no. Dal 2020 gli ingressi negli istituti penali per minorenni non fanno che aumentare, e a seguito del “decreto Caivano” la popolazione carceraria minorile è cresciuta del 50%, secondo il rapporto di metà 2026 dell’Associazione Antigone, nonostante quel provvedimento sposti molti neomaggiorenni verso le carceri per adulti. Per la prima volta nella storia, anche i centri di detenzione per minori mostrano lo stesso sovraffollamento cronico delle carceri ordinarie, con Milano arrivata al 146% della capienza e Treviso al 183%. Il sovraffollamento e il caldo estremo d’estate sono tra le cause della pessima salute mentale dei detenuti in Italia, dove il 40% assume farmaci o sostanze per resistere allo stress.
Credere che un ragazzo appartenente a una baby gang, o affiliato a una cosca, valuti razionalmente il rischio del carcere prima di agire, e per questo si astenga dal commettere un reato, significa ignorare decenni di studi sulla psicologia del comportamento, a partire dal lavoro del premio Nobel Daniel Kahneman sulla forza della sfera istintiva rispetto a quella razionale. E non è un mistero che i casi di recidiva tra i minori che finiscono in carcere siano circa tripli rispetto a quelli tra chi beneficia della messa alla prova, uno strumento alternativo alla detenzione. Nonostante questi dati, la politica continua a scommettere sul carcere come unica risposta, ignorando le evidenze sulla sua scarsa efficacia rieducativa, soprattutto tra i minori.
Cosa manca davvero, secondo i dati, per affrontare il problema alla radice?
Manca l’investimento su ciò che precede il reato, non su ciò che lo punisce dopo. Negli ultimi anni, tra i minori i tassi di povertà sono cresciuti più che in qualunque altra fascia demografica del Paese. Un rapporto della Fondazione Cariplo sulle disuguaglianze ha mostrato come bambini di 4-5 anni delle periferie milanesi più disagiate, in gran parte ma non solo stranieri di seconda generazione, registrino già risultati più deboli nei test che misurano fiducia nel prossimo, autocontrollo ed empatia, rispetto ai coetanei di famiglie abbienti della stessa città. Investire di più nelle scuole materne ed elementari nelle aree più a rischio potrebbe essere un modo concreto per prevenire i costi, sociali ed economici, ben più alti dei “maranza” di domani. Ma questa non è la strada che la politica sceglie: preferisce la scorciatoia del nuovo decreto, della pena più severa, del titolo di giornale rassicurante il giorno dopo l’approvazione. Il resto, in un’epoca di iper-semplificazione tribale tra destra e sinistra, è appunto solo questo: iper-semplificazione. E in questo caso, di destra.
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Angelo Greco
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