Apple ha annunciato martedì i nuovi termini commerciali per le app distribuite nell’Unione Europea, firmabili da subito e in vigore dal 1° ottobre. La Core Technology Fee, il prelievo fisso da 0,50 euro su ogni installazione annuale oltre il primo milione, sparisce e lascia il posto alla Core Technology Commission, una commissione del 5% sulle transazioni digitali nelle app distribuite fuori dall’App Store. Cadono anche la commissione di acquisizione iniziale e quella per i servizi dello Store, e tutti gli sviluppatori che distribuiscono nell’UE passano sotto un unico contratto.
Apple presenta le modifiche come esito di una “stretta collaborazione” con la Commissione Europea e sostiene che “risolvono le divergenze di Apple con la Commissione sui termini commerciali e sulla distribuzione alternativa”. Un portavoce della Commissione ha dichiarato a Bloomberg che l’esecutivo comunitario accoglie con favore le modifiche, arrivate al termine di un “dialogo ravvicinato”, e che ne monitorerà l’attuazione. È la seconda revisione dei termini europei in poco più di un anno, dopo quella del giugno 2025 che a Bruxelles non era bastata.
Le aliquote e i vincoli sui pagamenti
Per le app sull’App Store che usano il sistema di acquisto in-app di Apple la commissione scende al 26%, contro il 30% dei termini tradizionali. Resta però al 15% per chi aderisce all’App Store Small Business Program, al Mini Apps Partner Program o al Video Partner Program, e per gli abbonamenti a rinnovo automatico dopo il primo anno. È Apple stessa a indicare il 15% come l’aliquota della grande maggioranza degli sviluppatori.
Chi resta sull’App Store ma usa un sistema di pagamento alternativo dentro l’app paga il 20%, che scende al 10% per gli iscritti agli stessi programmi. Chi rimanda l’utente sul web per completare l’acquisto paga il 15%, anche qui ridotto al 10% per i programmi. Le app distribuite attraverso marketplace alternativi o via web pagano soltanto la Core Technology Commission del 5%.
Gli sviluppatori possono ora affiancare l’acquisto in-app di Apple alle soluzioni alternative, dentro l’app o con un rimando al web, combinazione che nell’Unione Europea non era mai stata permessa; l’azienda impone requisiti di presentazione per garantire agli utenti un’esperienza coerente. La scelta, però, si blocca: una volta selezionata la combinazione di metodi di pagamento, va mantenuta per dodici mesi prima di poterla cambiare. Il vincolo vale per tutte le opzioni, sistema Apple compreso.
Le app della categoria Bambini non possono contenere link verso siti esterni per completare una transazione, misura che Apple motiva con il rischio di frodi rivolte ai più piccoli. Per gli utenti sotto i 18 anni, ogni app dell’App Store che usa un sistema di pagamento alternativo o rimanda al web deve inserire un filtro parentale, che coinvolge un genitore o un tutore prima dell’acquisto. Sotto i 13 anni il rimando a un sito esterno è vietato del tutto, e negli Stati membri che richiedono il consenso dei genitori oltre quella soglia le protezioni si estendono di conseguenza.
Chi può aprire uno store alternativo
Apple allarga anche la platea di chi può gestire un marketplace alternativo o distribuire app via web. Basta soddisfare uno solo di cinque requisiti: un punteggio di stabilità finanziaria almeno moderato secondo Dun & Bradstreet, la quotazione in borsa propria o della società controllante, un finanziamento ricevuto da una società di venture capital consolidata, una revisione contabile completata da un professionista abilitato, oppure lo status di ente governativo, istituzione scolastica o organizzazione senza scopo di lucro. Il regime precedente era molto più selettivo, e chiedeva garanzie bancarie di importo elevato oppure un’anzianità nel Developer Program accompagnata da soglie di installazioni già raggiunte.
Resta invece la notarizzazione, la revisione di base che ogni app distribuita fuori dall’App Store deve superare e che verifica funzionalità elementari e assenza di minacce serie. Apple accompagna l’apertura con un avvertimento sulla distribuzione via web, disponibile soltanto nell’Unione Europea: senza un gestore di marketplace alle spalle, scrive l’azienda, “un malintenzionato può operare a lungo, danneggiando gli utenti, prima che qualcuno se ne accorga”. L’avvertimento non si traduce in un obbligo aggiuntivo per chi sceglie quella strada.
Come si è arrivati a questo punto
Il braccio di ferro con Bruxelles dura da anni. Nel 2025 la Commissione ha multato Apple per 500 milioni di euro per aver impedito agli sviluppatori di indirizzare i clienti verso opzioni di acquisto più economiche fuori dall’App Store, e a luglio l’azienda ha perso il ricorso con cui chiedeva di escludere App Store e iOS dal perimetro del Digital Markets Act, cioè dallo status di gatekeeper. La revisione annunciata ora arriva dopo entrambe le sconfitte.
Il primo tentativo di adeguamento risale al giugno 2025 e aveva prodotto un impianto molto più frammentato: una commissione di acquisizione iniziale del 2% sui beni venduti nei sei mesi successivi al primo download, azzerata per il Small Business Program e per gli account con anzianità, e una commissione sui servizi dello Store divisa in due livelli, 5% per le funzioni obbligatorie e 13% per quelle facoltative, ridotta al 10% per le stesse categorie agevolate. Sopra tutto questo restava la Core Technology Fee da 0,50 euro per installazione. L’aliquota unica del 5% sostituisce l’intero meccanismo per le app distribuite fuori dall’App Store.
Gli sviluppatori possono firmare le nuove condizioni da subito, mentre l’entrata in vigore è fissata al 1° ottobre, e da lì in avanti la Commissione dice che vigilerà sull’attuazione. Sull’altra sponda dell’Atlantico Apple ha intanto proposto ai tribunali statunitensi un prelievo compreso fra il 5% e il 15% sugli acquisti conclusi con sistemi di pagamento di terze parti, un intervallo che ricalca da vicino quello appena fissato per l’Europa.
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