Una draga risucchia sabbia dal fondo del fiume, la spinge lungo una tubazione, un camion la porta via. Il passaggio successivo può essere un palazzo, una strada, un ponte. Nel letto del fiume rimane invece un deficit di sedimenti. E nei casi per cui esistono misurazioni, quel deficit può essere parecchio grande: una nuova revisione pubblicata su Reviews of Geophysics rileva che l’estrazione annuale di sabbia e ghiaia supera spesso di diverse volte la quantità di materiale che il fiume riesce naturalmente a reintegrare. Da lì cominciano ad abbassarsi i fondali, a cedere le sponde e, in alcuni casi, perfino le falde vicine.

Edward Park, Christopher Hackney e un gruppo internazionale di ricercatori hanno messo insieme 411 studi scientifici peer-reviewed pubblicati dal 1974. È una delle sintesi più ampie realizzate finora sull’estrazione di sabbia e ghiaia dai fiumi. E contiene anche un dettaglio utile per evitare di trasformare la ricerca nell’ennesimo numero globale molto sicuro di sé: il 69% degli studi analizza gli impatti, appena il 27% quantifica l’estensione dell’attività estrattiva e solo il 24% studia direttamente le forze economiche che la alimentano. Sappiamo parecchio delle ferite. Molto meno di quanta sabbia venga effettivamente portata via.

La sabbia del cemento non è affatto un dettaglio

Il Sahara, purtroppo, non risolve il problema con una palata. Per costruire servono aggregati con precise caratteristiche fisiche e la sabbia fluviale è particolarmente ricercata. Gli autori spiegano che sabbia e ghiaia costituiscono oltre il 70% del volume del calcestruzzo; nel solo 2024 la domanda mondiale di questi aggregati destinati al cemento è stata stimata in 28,03 miliardi di tonnellate. Entrano poi nell’asfalto, nelle fondazioni e nelle opere di espansione delle coste.

Il problema è più grande del solo materiale estratto dai fiumi. Secondo il nuovo rapporto Sand and Sustainability dell’UNEP, nel mondo utilizziamo complessivamente circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia ogni anno. Per i soli edifici la domanda potrebbe crescere fino al 45% entro il 2060. La stessa sabbia che diventa cemento, vetro o asfalto svolge però un altro lavoro quando rimane dov’è: stabilizza rive e coste, contribuisce alla sicurezza delle risorse idriche e offre habitat a numerose specie. In un edificio smette di farlo con una certa puntualità.

Quando il fiume rimane affamato di sedimenti

Un fiume trasporta continuamente sabbia e ghiaia da monte verso valle. Quel movimento aiuta a modellare il letto, le barre fluviali, le sponde e, più avanti, i delta. Se si estrae materiale più velocemente di quanto ne arrivi, la corrente continua ad avere energia da spendere e meno sedimenti da trasportare. Comincia così a erodere il proprio letto e le proprie rive. Il fenomeno è noto da decenni come hungry water, letteralmente acqua affamata: una definizione poco rassicurante e piuttosto precisa.

La nuova revisione ricostruisce una catena di conseguenze che può allontanarsi parecchio dalla draga. L’incisione del letto rende instabili le sponde e può favorirne il collasso; un alveo più profondo modifica gli scambi con le acque sotterranee e può contribuire all’abbassamento della falda. Nei delta e nelle zone costiere l’approfondimento dei canali permette all’acqua salata di penetrare più lontano nell’entroterra, con conseguenze per l’agricoltura e le riserve di acqua dolce. Draghe e macchinari possono inoltre risospendere i sedimenti, aumentare la torbidità e modificare la qualità dell’acqua.

Poi ci sono gli abitanti meno interessati al mercato immobiliare. Fondali, banchi di ghiaia e zone poco profonde sono aree di alimentazione e riproduzione per pesci, macroinvertebrati e altre specie acquatiche. Scavare direttamente quegli ambienti ne riduce la complessità e può eliminare aree di deposizione delle uova; erosione e instabilità possono raggiungere anche infrastrutture, campi coltivati e comunità che dipendono dal fiume per acqua, pesca e reddito.

Attribuire qualsiasi sponda erosa all’estrazione di sabbia sarebbe però una scorciatoia. Dighe, variazioni della portata, subsidenza, cambiamento climatico e trasformazioni dell’uso del suolo agiscono contemporaneamente sul trasporto dei sedimenti. Gli stessi autori indicano tra le lacune della ricerca proprio la difficoltà di separare questi effetti e capire come interagiscano nel lungo periodo. I fiumi hanno una pessima abitudine: ignorano i confini ordinati delle nostre categorie.

Sappiamo dove sono i danni, molto meno quanta sabbia sparisce

La difficoltà maggiore compare prima ancora di decidere quanto estrarre. Per moltissimi fiumi manca un bilancio affidabile dei sedimenti, cioè una stima di quanto materiale arriva naturalmente e di quanto può essere rimosso senza mandare il sistema in deficit. Una parte delle attività avviene inoltre sott’acqua, altre estrazioni sfuggono alle statistiche ufficiali e i dati commerciali indicano spesso il materiale senza permettere di ricostruirne con precisione l’origine. Per verificare cosa accade servono rilievi batimetrici, immagini satellitari, droni e monitoraggi ripetuti nel tempo.

La gestione proposta dalla revisione parte proprio da questo vuoto. Gli autori chiedono limiti all’estrazione collegati ai bilanci reali dei sedimenti, monitoraggio su scala di bacino, cooperazione tra territori attraversati dallo stesso fiume e sistemi di controllo capaci di seguire le attività estrattive. Tra gli strumenti studiati ci sono anche le Sustainable Mining Zones, aree individuate considerando dinamica dei sedimenti, idrologia e vulnerabilità ambientale, con quantità estraibili da adattare alle condizioni del fiume invece di fissarle una volta per tutte.

Anche la domanda deve entrare nel conto. Il rapporto UNEP del 2026 propone 24 azioni che comprendono riduzione degli usi evitabili, maggiore circolarità dei materiali da costruzione, pianificazione di lungo periodo, trasparenza delle autorizzazioni e monitoraggio. Continuare a considerare la sabbia una materia prima quasi gratuita perché il prezzo del fiume rimane fuori dalla fattura ha funzionato piuttosto bene per il cemento. Molto meno per il fiume.

C’è anche qualche segnale su ciò che accade quando le ruspe si fermano. Sul fiume Lubha, nel nord-est del Bangladesh, l’estrazione intensiva di ghiaia aveva lasciato numerose fosse nel canale e nelle aree alluvionali. Dopo il divieto introdotto nel 2021, uno studio pubblicato su Cell Reports Sustainability ha osservato che entro il 2024 circa il 74% delle fosse presenti nel canale attivo era stato riempito naturalmente dai sedimenti. Quelle scavate nei canali abbandonati e nella pianura alluvionale recuperavano molto più lentamente.

Il fiume, quindi, può ricucire alcune delle ferite quando i sedimenti tornano a passare. Dove la corrente arriva poco, i buchi restano. Il cemento indurisce in poche ore. Per rimettere la sabbia al suo posto, un fiume segue decisamente altri tempi.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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