Prato Inglese: allo Stabile di Torino, Shakespeare è entertainment libero e sofisticato


L’edizione 2026 di Prato Inglese del Teatro Stabile di Torino ha portato in scena Le allegre comari di Windsor, diretto da Marta Cortellazzo Wiel, e Come vi piace, con la regia di Giulia Odetto, entrambe tradotte e adattate da Diego Pleuteri. Recensione

Prove_Le allegre comari di Windsor_ph Andrea Macchia

Quand’è Shakespeare? Sempre.

Il suo tempo è il nostro, nonostante secoli ci separino: c’è la distanza ma non la lontananza e ogni volta è ancora una volta, fatta di una stratificazione di tempi in un’unica e eterna temporalità. E così Shakespeare diventa instagrammabile, è tra gli eventi estivi di giugno e luglio a Torino, è una diversa modalità di fruizione e partecipazione teatrale. Shakespeare è Prato Inglese al Teatro Carignano.

Un progetto del Teatro Stabile di Torino sul e per il territorio del capoluogo per il quale «nei mesi di giugno e luglio il Teatro Carignano diventa la cornice di opere tratte dal repertorio shakespeariano, nuove produzioni caratterizzate da un approccio più popolare e informale, con prezzi dei biglietti ridotti a meno della metà di un abituale biglietto alla stagione». Il pubblico che si incontra in sala nelle due repliche è visibilmente giovane, è la prima volta che va teatro e sembra sia riuscito a prendere gli ultimi biglietti disponibili (secondo quanto ci conferma il chiacchiericcio della platea). Dal programma di sala si legge: «il progetto ha saputo trasformare uno spazio suggestivo come il Carignano in una sorta di Globe Theatre contemporaneo, dove il confine tra attori e spettatori si assottiglia. Un altro ingrediente chiave, che accompagna il progetto sin dalla prima edizione, è la volontà di affidare le produzioni a giovani artisti, valorizzando talenti emergenti e portando in scena freschezza, entusiasmo, intensità interpretativa e dando spazio a messe in scena innovative e moderne, senza tradire l’essenza e lo spirito del drammaturgo britannico». Riguardo i “talenti emergenti” avremmo però da dissentire essendo state le regie dal 2021 al 2025 assegnate rispettivamente a personalità non proprio “in emergenza”, tutt’altro semmai: Silvio Peroni (49 anni) per Molto rumore per nulla, Valerio Binasco (62 anni) con Sogno di una notte di mezza estate, Leo Muscato (53 anni) alle prese con La dodicesima notte, Filippo Dini (53 anni) in Romeo e Giulietta e After Juliet, e Jurij Ferrini (55 anni) alla direzione di Pene d’amor perdute e Racconto d’inverno.

Prove_Come vi piace_ph Andrea Macchia

In questa edizione di Prato Inglese – Sere d’estate con il teatro di William Shakespeare – sono due le commedie scelte affidate a due registe diverse: Le allegre comari di Windsor, diretta da Marta Cortellazzo Wiel (32 anni), e Come vi piace, con la regia di Giulia Odetto (33 anni), per la traduzione e adattamento di Diego Pleuteri, appena nominato direttore artistico junior del Teatro Stabile di Torino. Pleuteri nelle note di curatela del progetto afferma che «tradurre Shakespeare non significa dunque trasportare delle parole da una lingua a un’altra, ma implica il tentativo di restituire una precisa idea di teatro» e approfondisce la questione attorno al verso, la cui ritmicità e naturalezza del pentametro giambico non ha equivalenti in italiano e la cui messa in prosa potrebbe infatti alterarne il senso. Tuttavia, a indurre una riflessione più profonda, se vogliamo quantunque pignola anche, è quella “precisa idea di teatro”. Perché alla visione, e godimento pure, dei due lavori di Marta Cortellazzo Wiel e di Giulia Odetto non assistiamo affatto, e fortunatamente, a una “precisa idea di teatro” quanto a idee diverse, contemporanee, simultanee, intrecciate, parallele, contaminate, tanto che lo stesso Pleuteri dichiara infatti nel finale della sua nota: «Shakespeare regge qualunque pressione perché i suoi temi non appartengono a nessuna epoca in particolare. Appartengono a tutte». Shakespeare è, appunto, sempre.

La traduzione di Pleuteri anima e muove scenicamente – dal punto di vista dell’allestimento – e drammaturgicamente – per quanto riguarda testo e azione – due adattamenti inediti che fanno del teatro shakespeariano un leggero e sofisticato entertainment teatrale. Entertainment, del resto, non è sempre una parola da denigrare. Andare a teatro e incontrare per due sere consecutive la stessa compatta, versatile, meticolosa e appassionata compagnia di attori e attrici (Lorenzo Bartoli, Teresa Castello, Christian di Filippo, Matteo Federici, Iacopo Ferro, Jozef Gjura, Celeste Gugliandolo, Anna Manella, Stefania Medri, Marta Pizzigallo, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta) alle prese con temi, testi e personaggi diversi, vuol dire innanzitutto rinnovare un appuntamento, una breve consuetudine, all’insegna della curiosità. Basti pensare che a una rapida ricerca tra le cose da fare nel weekend a Torino, questo evento veniva consigliato insieme a quelli di clubbing e/o musicali. Le due messinscene sono dunque innovative non tanto e non solo in quanto affidate a giovani – registe – donne – emergenti – under 35 che troppo spesso risulta essere una categoria di merito comoda per garantire una quota, ma perché sono dirette attraverso un linguaggio consapevole del modello, forse proprio di “quell’idea precisa di teatro”, lavorata però come uno schema aperto, dinamico, desituato, decisamente libero. Tanto per chi lo interpreta che per chi lo guarda.

Potremmo osservare allora i due lavori individuandone le analogie e divagazioni dall’originale, potremmo anche voler rintracciare dei punti in comune tra i due sguardi registici ma preferiamo andare al cuore di queste due scritture, che riscrivono Shakespeare. Nella prima in ordine di visione – Le allegre comari di Windsor – Marta Cortellazzo Wiel colloca la commedia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e la sceglie come pretesto per focalizzare prima l’attenzione sia sulle mire del grasso Falstaff, con la sua verga (dall’inglese staff) che gli casca (fall), interpretato da un arrivista, irreprensibile e pure bonario Michele Schiano di Cola, e sia sulle due comari Alice Ford e Margaret Page, esilaranti e plastiche Marta Pizzigallo e Stefania Medri; per poi spostare il tema generazionale dall’annoiata borghesia alla riluttante e rivoluzionaria nuova generazione rappresentata dalla figlia Anne Page, sognante e lucida Anna Manella, e da Fenton, passionale e scapigliato Iacopo Ferro. Ovvero, come sottolineato nelle note, rappresentanti «quelli che decideranno di partecipare alle ribellioni e alle proteste del Dopoguerra, in particolare a quelle del ‘68, alla ricerca di nuovi valori, modi di pensare e visioni della società, stili di vita diversi, per prendere le distanze dal passato e dalla cultura dominante e proiettarsi verso l’esterno e verso il futuro». Nella scena, di Anna Varaldo, «le originarie case Ford e Page, abbandonanoo il realismo borghese previsto dal testo a favore di una rappresentazione più astratta del mondo domestico femminile, inteso come spazio di potere, complicità e strategia» che, anche per i costumi di Giovanna Fiorentini, ricordano da un lato sì l’estroversione à la Hollywood Party di Blake Edwards ma anche la rarefazione romantica di un Moonrise Kingdom di Wes Anderson, perciò sono teneramente comici Christian Di Filippo e Teresa Castello nelle vesti di Nym e Bardolph, i due maldestri scagnozzi di Falstaff. E proprio in questa dimensione dalla risata beffarda e crinata dall’inquietudine dell’ingiustizia di classe – la taverna in cui alloggia Falstaff diventa infatti un motel sgarrupato e la festa di svelamento alla quercia tra satiri e fate, un party dark e borghese – emergono con piglio attualizzante i temi di rivendicazione di genere, di sopruso, astuzia, inganno e mistificazione. Così si acclara quell’idea shakespeariana che Nadia Fusini, curatrice e traduttrice scientifica di Shakespeare, sintetizza nella prefazione della commedia da lei curata per Feltrinelli: «le libere donne di Windsor hanno già capito che se c’è qualcuno da cui si devono emancipare, è dal mito del don Giovanni […] È già loro chiaro, anzi chiarissimo che rispetto a quel tipo di libertino devono difendere una diversa idea della libertà».

Foto di Andrea Macchia

«Paul B. Preciado sostiene che il corpo è un archivio di tutte le identità attraversate e che cambiare non significa cancellare ciò che si è stato, ma portarlo con sé, e la B puntata nel suo nome lo ricorda. Così come Preciado è sia Beatrice sia Paul, Rosalinda è anche Ganimede. In questa molteplicità di identità, i personaggi non finiscono mai di cambiare, di reinventarsi, di ridefinire le loro inventità». Queste invece le note della regista Giulia Odetto per il suo Come vi piace che “taglia” l’originale secentesco sul tema dell’autodeterminazione e rispetto a questa si concentra sull’amore tra le due cugine Rosalinda e Clelia e sulla loro fuga collocando i personaggi in una scena, sempre disegnata da Varaldo, composta da trentadue corde ancorate a un ring, che costituiscono il principale dispositivo visivo dello spettacolo capace di ruotare su se stesso attorcigliandosi o sciogliendosi, a seconda che si tratti del palazzo del Duca o della foresta di Arden. Sulla contrapposizione tra un contesto normato, normativizzante e militaresco e un rifugio immerso nella spontaneità della natura – dualità manifesta anche nella tessitura dei costumi (Fiorentini) – Odetto riscrive una delle commedie più brillanti, poetiche e metateatrali di Shakespeare donandole una dimensione aperta e in divenire da guardare e “fare” con il pubblico. Spoiler: il finale è una grande festa nella quale catarticamente si sintetizzano tutte le parti delle musiche originali suonate e campionate dal vivo da Filippo Conti e cantate da Celeste Gugliandolo. In questa, cast e pubblico ballano insieme unendo le dimensioni di palco e platea e rendendo tangibile ed esperienziale il metateatro di «Tutto il mondo è un palcoscenico». Celebre massima che oltre ad ascoltarla, e a ballarla, la guardiamo anche, annegandoci dentro, nei lucidi occhi del «malinconico Jacques» interpretato da un commovente, doloroso, cinico ma realista Josef Gjura. Significativa è la scelta registica di Odetto, rispetto all’originale, di far interpretare il Duca esiliato a Marta Pizzigallo, una magnetica e solenne duchessa e madre di Rosalinda che, nonostante il ruolo di madre, ha scelto per sé la foresta di Arden come luogo dove poter essere pienamente se stessa.

Foto di Andrea Macchia

Pur comprendendo e rispettando la specificità territoriale del progetto Prato Inglese, dispiace constatare l’impossibilità di veder girare altrove, in altri teatri, questi due lavori, vederli crescere, confrontarsi con nuovi pubblici, semmai anche mantenendo propria la natura di evento. A tal proposito, per approfondire l’idea di un sempre vivo e mutevole e mai appesantito teatro shakesperiano, prendiamo in prestito le parole di Agostino Lombardo da lui scelte per parlare di un’edizione da lui curata di As you Like It ma che per noi potrebbero valere parimenti per l’opera omnia di Shakespeare: «se una qualche certezza, un qualche punto fermo in questo mondo instabile si può raggiungere, ciò avviene perché almeno una certezza è data, quella di un’arte capace di costruire, attraverso un linguaggio che include tutta la commedia e insieme tutta la tragicità della vita, un edificio teatrale di prodigiosa leggerezza ma anche di inimmaginabile solidità».

Lucia Medri

Teatro Carignano, Torino – luglio 2026

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
di William Shakespeare
regia Marta Cortellazzo Wiel e Giulia Odetto
traduzione e adattamento
Diego Pleuteri
aiuto regia Eleonora Bentivoglio
con (in ordine alfabetico) Lorenzo Bartoli, Teresa Castello, Christian di Filippo, Matteo Federici, Iacopo Ferro, Jozef Gjura, Celeste Gugliandolo, Anna Manella, Stefania Medri, Marta Pizzigallo, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta
scene Anna Varaldo
costumi Giovanna Fiorentini
luci Alessandro Verazzi e Andrea Valentini
suono Filippo Conti

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

COME VI PIACE
di William Shakespeare
regia Marta Cortellazzo Wiel e Giulia Odetto
traduzione e adattamento
Diego Pleuteri
aiuto regia Eleonora Bentivoglio
con (in ordine alfabetico) Lorenzo Bartoli, Teresa Castello, Christian di Filippo, Matteo Federici, Iacopo Ferro, Jozef Gjura, Celeste Gugliandolo, Anna Manella, Stefania Medri, Marta Pizzigallo, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta 
scene Anna Varaldo
costumi Giovanna Fiorentini
luci Alessandro Verazzi e Andrea Valentini
suono Filippo Conti

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale


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