C’è un Veneto silenzioso che non si vede a occhio nudo, ma da cui dipende gran parte della nostra vita quotidiana e della nostra economia. Sotto le case, i campi coltivati e le aree industriali della pianura scorre una fitta rete di «autostrade invisibili»: sono le acque sotterranee che riempiono le falde acquifere, cioè grandi serbatoi naturali fatti di ghiaie, sabbia e rocce permeabili. Per secoli questo immenso patrimonio si è ricaricato da solo grazie alle piogge, allo scioglimento delle nevi in montagna e al fenomeno delle risorgive nella fascia dell’alta pianura, regalando al Veneto una straordinaria ricchezza d’acqua. Oggi questo meccanismo perfetto sta dando segni di forte sofferenza. Spesso pensiamo che la siccità sia un problema solo estivo, che si nota quando i letti del fiume Brenta o del Bacchiglione si prosciugano. In realtà, i dati scientifici ci mostrano che la crisi vera si sta consumando nel sottosuolo, dove le riserve d’acqua si stanno lentamente esaurendo.
I monitoraggi condotti dall’Arpav (l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto) mostrano che i livelli delle falde – ossia la profondità a cui si trova l’acqua nel terreno – stanno scendendo in modo continuo. Si è spezzato l’equilibrio tra l’acqua che entra (con le piogge e la neve) e quella che viene estratta ogni giorno dai pozzi per le abitazioni, le fabbriche e le campagne. Le piogge sempre più scarse o concentrate in temporali brevi e violenti non riescono a penetrare nel terreno, mentre il caldo anomalo scioglie troppo in fretta la neve sulle montagne. Senza una ricarica costante, questo calo silenzioso minaccia non solo l’acqua potabile che arriva nei nostri rubinetti, ma la tenuta stessa del patrimonio agroalimentare del nostro territorio.
I dati dell’emergenza: caldo anomalo e poca neve
Per capire perché le nostre riserve sotterranee sono in affanno, occorre guardare a cosa succede sopra la nostra testa. Il ciclo dell’acqua si è inceppato a causa del riscaldamento globale e dei cambiamenti nei periodi di pioggia, come testimoniano le analisi dell’Arpav e i dati del servizio europeo Copernicus. Durante l’inverno meteorologico 2025-2026 (dicembre-febbraio), la pianura veneta ha registrato un’anomalia termica di più 1,7 gradi centigradi rispetto alla media 1991-2020 – il sesto inverno più caldo mai registrato da Arpav. Non si tratta di qualche giornata isolata di caldo, ma di un aumento costante della temperatura che ha effetti diretti sulla montagna, la vera “cassaforte” dell’acqua veneta. È sulle vette delle Dolomiti e delle Prealpi che si accumula la neve che dovrebbe sciogliersi pian piano in primavera, garantendo acqua costante per tutta l’estate.
Alle quote più elevate, sopra i duemila metri, la neve fresca caduta è risultata inferiore alla norma del 15-20 per cento rispetto ai valori tradizionali. Inoltre, a causa del caldo, la neve che cade a quote medio-basse fonde troppo presto. Invece di penetrare lentamente nelle rocce e scendere verso le falde profonde, l’acqua scorre via veloce in superficie verso il mare, senza riuscire a dissetare il terreno. Il risultato? Per trovare l’acqua nei pozzi spia sparsi nel territorio occorre scendere ogni anno sempre più in profondità.
Il caso Padova: l’asfalto avanza, le risorgive scompaiono
La provincia di Padova si trova in una posizione geografica e geologica del tutto speciale: è il punto d’arrivo di tutte le acque sotterranee che scendono dalle ghiaie dell’alta pianura del Brenta. In questa zona avvengono due fenomeni fondamentali: l’acqua passa dalle ghiaie di superficie agli strati più profondi racchiusi tra lenti di argilla impermeabile; la spinta dell’acqua incontra questi strati argillosi e risale naturalmente in superficie, dando vita alla famosa fascia delle risorgive e dei fontanili (che da ovest a est attraversa i nostri Comuni). Purtroppo, la provincia di Padova è anche l’area in cui le pressioni create dall’uomo si fanno sentire con maggiore forza.
Il nodo del consumo di suolo e dell’impermeabilizzazione
Uno dei problemi più gravi è la progressiva cementificazione del territorio. Secondo i dati ufficiali dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) contenuti nel Rapporto nazionale del 24 ottobre 2025, la provincia di Padova sfiora il 18,7 per cento di suolo consumato, ponendosi ai vertici delle classifiche per asfaltatura e copertura del terreno naturale.
Quando un prato o un terreno agricolo vengono coperti da un capannone, da una strada o da un piazzale logistico, il suolo diventa impermeabile. L’acqua di pioggia non può più entrare nel terreno per ricaricare la falda; al contrario, viene incanalata nelle condotte piovane ed espulsa rapidamente verso i corsi d’acqua principali.
Questo fenomeno non solo priva il sottosuolo della sua ricarica naturale, ma nei distretti industriali e urbani provoca l’abbassamento della pressione idrica, creando veri e propri “imbuti invisibili” (coni di depressione) che prosciugano l’acqua dalle zone verdi circostanti.
Il valore dell’agricoltura e la sfida del fabbisogno idrico
In questo scenario di mutamento idrogeologico, il settore primario della provincia di Padova occupa una posizione centrale. L’agricoltura padovana rappresenta un pilastro fondamentale dell’economia locale, della tenuta sociale delle comunità rurali e della tutela del paesaggio tipico della pianura. La vocazione produttiva del territorio è storicamente legata a colture ad alta resa come il mais, il foraggio per gli allevamenti bovini da latte e da carne, la soia e l’orticoltura di pregio che richiedono volumi d’acqua elevati e costanti lungo tutto l’arco della stagione vegetativa, in particolare nei mesi estivi.
I dati tecnici mostrano che il comparto agricolo assorbe una quota maggioritaria della risorsa idrica complessiva prelevata dal territorio. Questa necessità non deriva da un uso improprio, ma dalla biologia stessa delle colture tradizionali della pianura padana e dall’imponente filiera zootecnica che alimenta eccellenze agroalimentari riconosciute a livello nazionale. Per decenni, l’irrigazione nella media e bassa pianura padovana si è basata sul sistema “a scorrimento” o “a scorrimento naturale”, sfruttando la spinta idraulica della falda e la capillare rete di canali realizzati storicamente dai Consorzi di bonifica. Quando la spinta naturale della falda si riduce e le portate dei fiumi calano, l’approvvigionamento idrico per i campi diventa estremamente complesso. Nei Comuni della fascia di transizione tra alta e media pianura come San Pietro in Gù, Grantorto e Piombino Dese l’abbassamento della tavola d’acqua riduce il flusso dei fontanili di risorgiva, storicamente utilizzati per l’irrigazione a gravità. Per garantire la maturazione dei raccolti e preservare gli investimenti aziendali, gli agricoltori sono costretti a integrare le forniture, azionando pompe idrauliche e realizzando pozzi aziendali via via più profondi. Questo fenomeno evidenzia un dato oggettivo: l’agricoltura si trova oggi in prima linea di fronte alla crisi idrica, divisa tra la necessità primaria di garantire la sicurezza alimentare ed economica delle aziende e la progressiva diminuzione della risorsa disponibile nel sottosuolo.
Una strada già intrapresa: le Afi e la “semina” dell’acqua
Di fronte al calo cronico delle riserve sotterranee, la risposta tecnica non si limita alla mera gestione delle emergenze. La pianificazione idraulica moderna suggerisce di affiancare all’estrazione estiva una strategia sistematica di ricarica controllata degli acquiferi nei mesi in cui la risorsa è disponibile.
Fortunatamente, sul territorio veneto esiste già una soluzione tecnica virtuosa e pienamente operativa: le Afi (Aree Forestate di Infiltrazione), conosciute anche come Ari (Aree di Ricarica Infiltrativa). Si tratta di aree boscate realizzate su terreni ad altissima permeabilità situati nell’alta pianura. In questi “boschi-spugna”, durante le piene stagionali dei fiumi o nei periodi di disponibilità idrica autunnale e invernale, l’acqua di superficie viene convogliata per lasciarla sprofondare lentamente tra le radici e le ghiaie, rigenerando direttamente le falde profonde.
I progetti pilota attivi nel bacino dell’Alto Brenta, monitorati scientificamente dal Consorzio di bonifica Brenta e dal Dipartimento Tesaf dell’Università di Padova, hanno dimostrato, misurazioni alla mano, una capacità di ricarica molto significativa, con volumi d’acqua infiltrati per ettaro che superano di gran lunga le piogge naturali, a seconda delle condizioni di gestione e delle portate convogliate. Inoltre, gli apparati radicali degli alberi svolgono un’azione naturale di fitodepurazione, trattenendo azoto e residui agricoli prima che l’acqua raggiunga l’acquifero potabile.
Le prospettive e le linee di sviluppo
L’esperienza delle Afi individua una direzione strategica che può essere ampliata e integrata con un insieme di interventi sinergici per il territorio padovano. Anzitutto l’ampliamento della rete di ricarica individuando e destinando nuovi terreni demaniali o agricoli lungo l’asse del Brenta e del Bacchiglione alla realizzazione di campi d’infiltrazione boscati, incrementando le riserve sotterranee a beneficio dell’intera pianura. In secondo luogo evolvendo le tecniche irrigue: accompagnare le aziende agricole nel processo di ammodernamento tecnologico, incentivando il passaggio dai sistemi tradizionali a scorrimento a impianti di micro-irrigazione a goccia o a pioggia a bassa pressione, in grado di ottimizzare ogni metro cubo d’acqua impiegato. Infine è necessario tutelare il suolo e pianificare gli interventi attraverso politiche urbanistiche comunali orientate al contenimento del consumo di suolo, tutelando le aree ad alta permeabilità e favorendo soluzioni di drenaggio urbano sostenibile.
Il riequilibrio del bilancio idrico del territorio padovano rappresenta una sfida complessa che richiede la collaborazione attiva di istituzioni, Consorzi di bonifica, organizzazioni agricole e amministrazioni locali. Investire nella conoscenza e nella ricarica delle riserve sotterranee è l’unica via per coniugare la tutela dell’ambiente con la continuità produttiva del nostro mondo agricolo.
L’allarme del Consorzio di bonifica Acque Risorgive
L’allarme lanciato dai tecnici Arpav trova conferma diretta nelle rilevazioni e nelle dichiarazioni delle autorità locali che gestiscono la rete idrica del territorio padovano e del suo bacino di ricarica.
A confermare la gravità del momento per le acque sotterranee nel Padovano sono le comunicazioni tecniche diffuse dal Consorzio di bonifica acque Risorgive, che nei propri aggiornamenti sul monitoraggio dei fontanili e delle falde – pubblicati nel corso del 2026 – segnalano livelli idrici paragonabili a quelli registrati negli anni storicamente più critici. Secondo l’ente, l’andamento della tavola d’acqua riflette una fase di severa sofferenza idrica e ha già reso necessario attivare piani di turnazione straordinaria dell’irrigazione tra i diversi bacini, al fine di gestire in modo equilibrato la risorsa disponibile.
La politica dei piccoli bacini per trattenere risorsa idrica
A sottolineare il legame inscindibile tra l’alta pianura e la tenuta idrica della fascia padovana è anche il presidente del Consorzio di bonifica Brenta, Martino Cerantola, il quale sottolinea l’urgenza di un’azione strategica che richieda la cooperazione di tutto il territorio, non solo per garantire la ricarica delle falde, ma anche per trattenere la risorsa idrica. «Le amministrazioni locali – ha spiegato Cerantola – dovrebbero dotarsi dei Piani acque e lavorare al nostro fianco per promuovere, accanto alle Afi (Aree Forestate di Infiltrazione), la creazione di piccoli e medi invasi locali necessari a trattenere la risorsa superficiale». Nella stessa direzione vanno i report diffusi dalla Regione del Veneto e dall’Arpav, raccolti nei dossier allegati ai provvedimenti ufficiali della Regione Veneto e nei monitoraggi diffusi in collaborazione con Confagricoltura Padova.
Portate dei fiumi giù anche del 20-30 per cento
Negli atti amministrativi per la dichiarazione dello stato di emergenza idrica regionale, emessi a cavallo tra il 2025 e il 2026, viene segnalato esplicitamente come il deficit di precipitazioni e la ridotta ricarica invernale stiano portando le falde dell’alta e media pianura ai minimi stagionali, con una contestuale riduzione delle portate dei fiumi Brenta e Bacchiglione compresa tra il 20 e il 30 per cento rispetto alla media storica.
I numeri della crisi idrica a Padova e in Veneto
Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Padova è tra le province più cementificate d’Italia con un tasso di suolo consumato pari al 18,7 per cento della superficie complessiva.
Nel 2026 stiamo assistendo a un calo delle precipitazioni pari al 26 per cento rispetto a un anno fa (dato Arpav ripreso dal bollettino Anbi pubblicato a inizio luglio): questo si traduce in un minor apporto di acqua alle risorgive e a un calo progressivo della falda superficiale.
Considerando i pozzi di emungimento di Cittadella, Galliera Veneta e San Martino di Lupari, infatti, oggi il livello di falda misura un metro di acqua in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa (dato Consorzio di bonifica Acque Risorgive).
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Andrea Canton
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