Don Antonio Mazzi. Barberis (Comunità Papa Giovanni XXIII): “Un testimone che non ha avuto paura di sporcarsi le mani”


“Con profonda commozione la Comunità Papa Giovanni XXIII si unisce al dolore della Comunità Exodus e di tutti coloro che hanno voluto bene a don Antonio Mazzi. Abbiamo sempre avuto una grande stima e ammirazione per questo sacerdote capace di intercettare e dialogare con i giovani di diverse generazioni”. Così Matteo Fadda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23), ricorda il sacerdote, fondatore della Fondazione Exodus, scomparso venerdì 31 luglio a quasi 97 anni. “Negli anni Ottanta, quando il nostro Paese era travolto dal dramma dell’eroina, don Mazzi e don Benzi furono profeti, due sacerdoti, due amici, che per oltre vent’anni hanno camminato insieme. Erano anni di frontiera, in cui scelsero di stare in mezzo ai ragazzi, nel fango del disagio giovanile, e di rispondere con una proposta concreta: le comunità terapeutiche per dare una speranza alle giovani vittime della droga”, aggiunge Fadda, ringraziando “il Signore per la lunga opera terrena di don Mazzi” e chiedendoGli “di accoglierlo come lui ha accolto i tanti ultimi a cui ha ridato una vita”. Parla al Sir di don Mazzi Meo Barberis, che si è occupato del settore dipendenze della Papa Giovanni XXIII.

Lei ha conosciuto don Antonio?
Sì, l’ho conosciuto perché per la Comunità Papa Giovanni io ero il rappresentante, in subordine a don Oreste Benzi ovviamente, presso le pubbliche istituzioni a livello nazionale e regionale dell’Emilia Romagna, ma soprattutto nelle assise nazionali, per tutto quello che riguardava il mondo dalle tossicodipendenze, delle comunità terapeutiche, quindi sono state numerose le occasioni d’incontro con don Antonio. Aggiungerei che come Comunità Papa Giovanni insieme a don Oreste, a fine anni ‘80 e inizio anni ’90, abbiamo organizzato diversi momenti di confronto a Rimini sul tema delle tossicodipendenze allora, oggi dipendenze patologiche, e don Mazzi era uno degli ospiti fissi insieme a don Ciotti e ad altri esponenti del mondo delle comunità terapeutiche, quindi in varie occasioni ci si incontrava a Roma e anche in altri momenti.

Che ricordo ha di don Antonio?
Don Antonio era una persona che potremmo definire sempre sul pezzo, come si usa dire oggi, una persona molto concreta, molto presente alle problematiche delle persone di cui parlavamo. Fra le difficoltà che non sono mai mancate ovviamente nel mondo delle comunità terapeutiche, nel rapporto con le persone che portano con sé sempre vissuti di grandi sofferenze, quali sono le persone tossicodipendenti,

don Antonio aveva questa capacità di fare un’analisi lucida, a volte anche spietata, ma molto concreta, e si vedeva che era sempre coinvolto personalmente, era veramente presente per le persone da aiutare.

Don Oreste, se vogliamo, aveva una spinta ideale maggiore, che però portava con sé anche a volte una lettura un po’ ottimistica di certe situazioni, e per questo con don Mazzi spesso ci furono dei confronti precisi, molto intensi, ma sempre con grande amicizia e con grande collaborazione fra i due, sulla difficoltà proprio dell’aiutare e del condividere, con le persone che hanno problemi di dipendenze patologiche, il loro cammino di rinascita. Dunque, don Oreste era tendenzialmente più ottimista, faceva letture più ottimistiche, don Mazzi faceva letture molto più concrete, un attimino più scoraggianti, ma comunque c’era proprio questa sintonia sul cercare ciò che era bene, ciò che era efficace nel mettere in atto i percorsi di recupero per le persone.

Ci può raccontare qualche episodio particolare?
Una volta don Mazzi intervenne in aiuto di don Oreste. Quando morì Vincenzo Muccioli e ci fu il funerale a San Patrignano celebrato dal vescovo Mariano De Nicolò, don Oreste non potette partecipare perché fu definito persona non gradita, per una serie di incomprensioni che c’erano state, e soffrì molto di questa cosa. A distanza di un anno circa, don Mazzi facilitò un cammino di riconciliazione tra don Oreste, la Comunità Papa Giovanni XXIII e Andrea Muccioli, il figlio di Vincenzo che era diventato responsabile di San Patrignano. Ci fu un incontro a Roma, presente don Oreste, Andrea Muccioli e don Mazzi, oltre che io e altre persone delle due Comunità, in cui ci fu una riconciliazione, un avvicinamento, poi in seguito io accompagnai don Oreste a San Patrignano. Cito questo episodio per dire comein quell’occasione don Mazzi fece da mediatore, nel senso migliore del termine, chiaramente questa cosa era stata concordata con don Oreste e fa parte di quel cercare comunque sempre il bene maggiore prima di tutto,superando anche a volte difficoltà come in quel caso ci fu nel rapporto con la Comunità di San Patrignano e Vincenzo Muccioli anche per alcune denunce coraggiose che aveva fatto don Oreste, che chiaramente non erano suonate così bene.

Secondo lei quanto sono state importanti figure proprio come don Antonio e don Oreste nei confronti di persone con problemi di dipendenze?
Sono state figure fondamentali innanzitutto per la relazione diretta che sia don Oreste sia don Mazzi hanno sempre cercato con i ragazzi come li chiamavamo, ossia le persone che erano nelle comunità terapeutiche.Entrambi, infatti, non operavano a tavolino, ma con la reale vicinanza.Ma sono stati fondamentali anche per il senso di speranza, per il coraggio che hanno dato a tante persone – io sono una di quelle -, che erano gli operatori, gli educatori all’interno delle comunità, la testimonianza del fatto che c’è sempre speranza, come diceva don Oreste, l’uomo non è il suo errore, è molto più grande del suo errore e del suo sbaglio, quindi la testimonianza di vita di persone come don Mazzi, come don Oreste, che mostravano che vale la pena di provarci, al di là delle fatiche, al di là a volte anche dei fallimenti che fanno parte purtroppo dell’esperienza umana. Questa testimonianza è diventata fondamentale per tante persone, tanti operatori, tanti educatori che continuano oggi a impegnarsi in questo campo in maniera sempre forte, anche se le difficoltà, se vogliamo, sono aumentate a causa anche della maggiore componente psicopatologica delle persone che usano sostanze.

Don Oreste e don Antonio sono stati dei profeti?

Sono stati profeti e testimoni.

Il grande rischio di chi ha potere gestionale delle situazioni è quella di essere persone che danno ordini, definiscono linee che poi altri devono percorrere; al contrario,persone, come don Mazzi, come don Oreste, erano testimoni con la loro vita, veramente si sporcavano le mani, veramente hanno creato quell’ospedale da campo come diceva Papa Francesco, in cui sono presenti anche le fatiche, a volte anche sporcandosi le mani in prima persona.Senza aver paura di toccare questa carne di Cristo, per guarirla. Proprio per questo motivo in alcune occasioni queste persone sono state anche molto criticate, sono state accusate anche di interessi non puliti, che sinceramente io non ho mai visto, non ci sono mai stati.

Vuole lasciarci un ultimo ricordo di don Mazzi?
Era una persona che entrava nelle situazioni di vita a 360 gradi con le persone e testimoniava il fatto che il primo valore è quello di esserci, è quello di coinvolgersi, di condividere la propria vita, di non risparmiarsi. In questo senso,

don Mazzi, come don Oreste, non ha mai lesinato la sua presenza, si è speso fino in fondo.

E che eredità lascia oggi don Mazzi secondo lei?
Il quadro delle persone che hanno problemi non più di tossicodipendenza, ma di dipendenza a molti livelli si è modificato, stiamo andando per certi aspetti in una direzione non positiva, cioè di un’eccessiva medicalizzazione del problema: un intervento sanitario nel campo delle dipendenze – tossicodipendenza, alcol dipendenza, dipendenza senza sostanze – ovviamente è un aspetto importante, ma non è l’unico aspetto, perché la problematica della dipendenza patologica è sempre una problematica di mancanza di motivazioni vitali, c’è una problematica di senso della vita al di là delle eventuali psicopatologie che sono presenti, quindi l’aspetto sanitario deve sempre essere accompagnato da un forte impegno educativo.L’eredità principale che lasciano e che stanno continuando a portare avanti realtà come Exodus, come le comunità terapeutiche della Papa Giovanni XXIII, è proprio questo messaggio: la persona va osservata in tutti i suoi aspetti a 360 gradi, ovviamente parlando di persone come don Oreste e don Mazzi, quando parliamo di osservare la persona in tutti i suoi aspetti; quindi, alla dimensione fisica, psichica, sociale e relazionale si aggiunge sempre questa apertura al mistero della dimensione spirituale della persona umana, che va curata in un modo particolare e se vogliamo questo è un altro input che solo comunità come quelle di cui stiamo parlando possono dare.La persona umana ha una dimensione trascendente che non può essere ignorata, bisogna dare il giusto spazio anche a questa dimensione. Che è anche il limite, se vogliamo, a volte, dell’intervento del pubblico servizio, perché, proprio per una sorta di confusione fra la laicità e l’escludere la dimensione spirituale della persona, rischia di non dare la risposta completa alle persone di cui invece hanno bisogno.


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 Andrea Canton

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