Israele-Palestina. P. Faltas (Custodia): “La pace non può essere rinviata all’infinito”


La testimonianza di padre Ibrahim Faltas, francescano della Custodia di Terra Santa, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa (18 istituti sparsi in particolare tra Gerusalemme, Betlemme, Gerico, Nazareth), è quella di chi da decenni vive accanto alle popolazioni della regione. Testimone diretto di alcune delle pagine più drammatiche del conflitto israelo-palestinese, dall’assedio della Basilica della Natività fino all’attuale guerra che sta ridefinendo gli equilibri del Medio Oriente, lancia un forte appello alla pace e avverte sui rischi di una nuova esplosione di violenza in Cisgiordania.

Padre Ibrahim, che situazione si vive oggi in Terra Santa?
Se la situazione in Terra Santa non fosse così drammatica e reale, sarebbe difficile persino immaginare ciò che sta accadendo. Gli organismi e le istituzioni che avrebbero dovuto favorire la pace non sono riusciti a trovare soluzioni concrete e nemmeno a garantire l’apertura dei valichi per far arrivare gli aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. Quelli avrebbero dovuto essere i compiti prioritari. Invece assistiamo a un incremento delle spese militari da parte dei governi coinvolti. È una realtà che lascia sgomenti.

Qual è oggi la condizione della popolazione palestinese?
In Cisgiordania sembra che non esistano più confini certi. Ogni giorno terre e case vengono sottratte con la forza e il diritto internazionale appare incapace di fermare queste ingiustizie. Mi chiedo spesso cosa possa provare un bambino palestinese costretto a lasciare la propria casa insieme alla famiglia mentre vede le ruspe demolire il luogo dove sono nati i suoi genitori e i suoi nonni. A volte quelle stesse ruspe vengono manovrate da parenti costretti a farlo per imposizione. Sono traumi che segnano una persona per tutta la vita.

Quali sono le maggiori difficoltà che la popolazione affronta ogni giorno in Cisgiordania?
La gente soffre per mancanze e privazioni sempre più gravi. I livelli di povertà sono altissimi. Le restrizioni alla libertà di movimento aumentano continuamente con nuovi checkpoint, nuovi blocchi stradali e nuovi cancelli che isolano intere comunità. Aumentano gli attacchi dei coloni alle comunità palestinesi. Manca il lavoro e iniziano a scarseggiare anche beni essenziali come il cibo, l’acqua e i medicinali. In molti casi diventa difficile perfino raggiungere gli ospedali più vicini perché le vie d’accesso sono chiuse.

Quali sono le ferite più profonde che raccoglie ascoltando la gente?
Quando le persone raccontano i loro drammi, quasi sorprende il fatto che le necessità materiali passino in secondo piano. A emergere è soprattutto la sofferenza per una dignità ferita e non riconosciuta. È doloroso ascoltare uomini e donne che si sentono umiliati e abbandonati, soprattutto da chi avrebbe dovuto difendere i loro diritti fondamentali.

C’è il rischio che la Cisgiordania possa trasformarsi in una nuova Gaza?
È una prospettiva che mi preoccupa profondamente. Spero con tutto il cuore che si riesca a fermare questa tragedia prima che sia troppo tardi. Oggi assistiamo a una situazione che è diventata scandalosa perché chi potrebbe intervenire per fermare questa disumanità non lo fa. Quando non si trovano soluzioni politiche e umane, le radici della violenza diventano sempre più profonde e alimentano ulteriormente il male.

Alla luce di questo contesto, teme il rischio di una terza Intifada?
Quando una popolazione vive per lungo tempo senza prospettive, senza diritti e senza speranza, il rischio che la violenza trovi nuovo spazio è inevitabilmente più alto. È proprio per questo che occorre intervenire subito con scelte coraggiose e giuste. La pace non può essere rinviata all’infinito. Bisogna rimuovere le cause che alimentano disperazione e rancore, altrimenti sarà sempre più difficile fermare nuove esplosioni di conflitto. Chiedo da anni l’intervento della comunità internazionale perché solo le leggi internazionali già in vigore e il riconoscimento di accordi presi da entrambe le parti possono fermare la violenza. Il rischio di “violenza organizzata”, poi, deve essere eliminato, controllando che coloni prepotenti non impongano la loro legge, con il dialogo fra le parti e con la mediazione autorevole di organismi internazionali che fino ad ora non ha bloccato ingiustizie, soprusi, aggressioni a danno di una popolazione indifesa che é stanca di subire tanta sofferenza. La pace voluta e difesa ha due componenti essenziali: verità e giustizia.

Esiste ancora una prospettiva per la pace tra israeliani e palestinesi?
Credo che sia arrivato il tempo di tornare con decisione all’unica soluzione che possa garantire una pace giusta e duratura: due Stati per due popoli. La pace deve partire dalla definizione chiara e stabile dei confini dei due Stati. Solo da lì possono nascere prospettive concrete di convivenza. Questa situazione non è più sostenibile né per i palestinesi né per gli israeliani.

Intanto la guerra sembra allargarsi a tutto il Medio Oriente…
La guerra continua a estendere il proprio raggio d’azione. Ogni nuovo episodio rischia di seminare ulteriore violenza in una regione già profondamente ferita. Mi colpisce in particolare il coinvolgimento dell’Egitto, terra che per i cristiani richiama immediatamente la fuga della Sacra Famiglia e l’accoglienza ricevuta da Gesù, Maria e Giuseppe. Sono luoghi che parlano di protezione della vita e di speranza.

Lei richiama spesso l’esempio dello storico incontro tra san Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil a Damietta. Perché è ancora attuale?
Perché dimostra che il dialogo è possibile anche tra persone molto diverse per cultura, fede e formazione. San Francesco e il sultano riuscirono a incontrarsi e a parlarsi in un tempo di guerra. Ci si può domandare che cosa li abbia portati a comprendersi, quali sentimenti abbiano condiviso e quale responsabilità sentissero verso i popoli affidati alle loro cure. Sono interrogativi che appartengono anche al presente.

Quale insegnamento consegna ai leader di oggi quella esperienza di otto secoli fa?
Quei due uomini compresero una verità fondamentale: la vittoria militare non produce né onore né autentico potere. Chi viene sconfitto conserva la stessa dignità e gli stessi diritti del vincitore. Oggi, invece, vediamo spesso leader che utilizzano ogni mezzo per aumentare il proprio potere senza riconoscere i diritti essenziali degli altri. La vera vittoria non è prevalere sull’avversario, ma costruire equilibri di pace. Una volta raggiunta, la pace deve diventare il bene più prezioso da custodire con impegno, responsabilità e ogni possibile azione concreta.

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 Andrea Canton

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