L’accordo con l’Arabia Saudita mira a conquistare un mercato redditizio, rafforzando al contempo il legame tra Riyadh e gli Stati Uniti. Si tratta di commercio nucleare presentato come non proliferazione.
Il 22 luglio, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato quello che Washington definisce un «accordo di cooperazione nucleare pacifica». L’accordo è stato presentato come un accordo commerciale che aiuterà l’Arabia Saudita a diversificare il proprio sistema energetico, creando al contempo un vasto nuovo mercato per le aziende nucleari con sede negli Stati Uniti. Ma la sua portata va ben oltre la costruzione di centrali elettriche. Consentendo la possibilità che l’Arabia Saudita possa, alla fine, arricchire l’uranio sul proprio territorio, pur esentando apparentemente il regno dalle ispezioni internazionali più invasive, Washington ha ulteriormente indebolito il già fragile regime internazionale contro la proliferazione nucleare.
Il momento non potrebbe essere più rivelatore. Gli Stati Uniti hanno condotto una guerra di aggressione illegale contro l’Iran con la motivazione che all’Iran non deve essere permesso di mantenere una capacità indipendente di arricchimento dell’uranio, anche se l’Iran è parte del Trattato di non proliferazione (TNP) e ha ripetutamente affermato che il proprio programma è destinato a scopi pacifici. Eppure Washington è ora disposta ad aprire proprio questa porta tecnologica all’Arabia Saudita, il cui principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha pubblicamente dichiarato che il regno cercherebbe di dotarsi di un’arma nucleare se l’Iran ne ottenesse una.
La questione, quindi, non è semplicemente se l’Arabia Saudita intenda costruire una bomba. Il problema più profondo è la sostituzione delle regole universali con un sistema di autorizzazioni politiche. In base a questo sistema, l’arricchimento è intollerabile quando condotto da un avversario, ma negoziabile quando desiderato da un alleato. La tecnologia nucleare, come tante altre cose nell’ordine imperiale, non è regolata dalla legge ma dalla gerarchia.
Cosa è stato concordato?
L’accordo firmato dal segretario all’Energia statunitense Chris Wright e dal ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, è noto come accordo 123, dal nome della Sezione 123 dell’Atomic Energy Act statunitense. Tale accordo fornisce il quadro giuridico necessario affinché le aziende statunitensi possano trasferire attrezzature nucleari di rilievo, materiali e conoscenze tecniche a un altro Paese. L’accordo è stato accompagnato da un accordo bilaterale separato sulle salvaguardie e deve ora superare un periodo di revisione presso il Congresso degli Stati Uniti.
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti descrive l’accordo come il fondamento di una «partnership pluridecennale e multimiliardaria». Si prevede che le aziende statunitensi, compresi i produttori di reattori come Westinghouse, si contendano gli appalti per la costruzione delle infrastrutture nucleari civili dell’Arabia Saudita. Riyadh sostiene che l’energia nucleare le consentirà di ridurre il consumo interno di petrolio e gas naturale, lasciando una quota maggiore dei propri idrocarburi disponibile per l’esportazione. Il programma fa inoltre parte del piano Vision 2030 del regno, volto ad ampliare la propria capacità tecnologica e industriale.
Ma la cooperazione nucleare civile non è, di per sé, fonte di polemiche. Ai sensi dell’articolo IV del Trattato di non proliferazione, ogni Stato parte ha il diritto di sviluppare la scienza e l’energia nucleare per scopi pacifici. L’Arabia Saudita ha lo stesso diritto di qualsiasi altro Paese di costruire reattori, produrre elettricità e formare scienziati nucleari. Il pericolo risiede nelle condizioni alle quali Washington sembra disposta a facilitare questo programma.
Il testo completo non è ancora stato reso pubblico. Ciononostante, secondo alcune fonti l’accordo non vieta in modo permanente all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio o di ritrattare il combustibile nucleare esaurito. Prevede invece uno studio biennale condotto congiuntamente da Stati Uniti e Arabia Saudita per valutare se il regno debba istituire un impianto di arricchimento sul proprio territorio. Una futura amministrazione statunitense potrebbe quindi autorizzare l’arricchimento sul suolo saudita. Sebbene Donald Trump abbia successivamente affermato che non ci sarebbe stato «alcun arricchimento» e abbia suggerito che l’approvazione definitiva fosse subordinata al riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita, il suo intervento non ha fatto altro che accrescere la confusione che circonda l’accordo.
Il contrasto con l’accordo del 2009 tra gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti è netto. In base a tale accordo, spesso definito il «gold standard», gli Emirati Arabi Uniti hanno rinunciato definitivamente all’arricchimento sul proprio territorio e al ritrattamento del combustibile esaurito. Hanno inoltre accettato il Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che conferisce agli ispettori diritti di accesso più ampi agli impianti, alle informazioni e ai luoghi che potrebbero essere collegati ad attività nucleari non dichiarate.
L’Arabia Saudita non ha accettato il Protocollo aggiuntivo e, secondo quanto riferito, il nuovo accordo si basa invece su un meccanismo di monitoraggio bilaterale tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Washington sta quindi chiedendo al mondo di fidarsi di un accordo di ispezione negoziato dallo stesso governo le cui aziende sono destinate a guadagnare decine di miliardi di dollari dal programma. I dettagli di questo meccanismo bilaterale non sono ancora accessibili al pubblico e, cosa fondamentale, esso non può sostituire la verifica universale e gestita in modo indipendente dall’AIEA.
Le motivazioni commerciali e geopolitiche sono evidenti. Washington teme che l’Arabia Saudita possa acquistare reattori dalla Cina, dalla Russia o dalla Corea del Sud qualora le aziende statunitensi si rifiutassero di soddisfare le sue condizioni. L’accordo mira quindi a conquistare un mercato redditizio, legando al contempo Riyadh in modo più saldo agli Stati Uniti. Si tratta di commercio nucleare presentato come non proliferazione.
Un colpo all’ordine nucleare
L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, sulla base delle prove disponibili, non viola direttamente il Trattato di non proliferazione. L’Arabia Saudita ha aderito al TNP come Stato non dotato di armi nucleari, e il trattato non vieta a tali Stati di arricchire l’uranio per scopi pacifici. Ciò che vieta è la fabbricazione o l’acquisizione di armi nucleari, mentre richiede che i materiali nucleari siano sottoposti alle salvaguardie dell’AIEA.
Questa distinzione giuridica è importante. L’arricchimento non è sinonimo di militarizzazione. L’uranio a basso arricchimento può alimentare reattori civili, mentre per le armi sono generalmente richiesti livelli di arricchimento molto più elevati. Tuttavia, la stessa tecnologia di base può essere utilizzata per entrambi gli scopi. Una volta che un paese possiede impianti di arricchimento, personale qualificato e scorte di materiale nucleare, il tempo necessario per passare da un programma civile a uno militare può essere notevolmente ridotto. Ecco perché l’arricchimento e il ritrattamento sono descritti come parti sensibili del ciclo del combustibile nucleare.
L’Accordo di salvaguardie complete standard dell’AIEA verifica i materiali e gli impianti nucleari dichiarati. Il Protocollo aggiuntivo, elaborato dopo la scoperta del programma nucleare iracheno all’inizio degli anni ’90, conferisce all’agenzia un accesso più ampio e strumenti più efficaci con cui indagare sulle attività non dichiarate. Consentire all’Arabia Saudita l’accesso a tecnologie sensibili senza richiedere il Protocollo aggiuntivo non è quindi un’omissione tecnica. Si tratta di un indebolimento consapevole del regime di verifica.
Esiste inoltre una contraddizione politica più ampia. Il TNP si fonda su tre promesse interconnesse: gli Stati non nucleari non acquisiranno armi nucleari, manterranno l’accesso alla tecnologia nucleare a fini pacifici e gli attuali Stati dotati di armi nucleari perseguiranno il disarmo. La terza promessa è stata sistematicamente violata. Anziché procedere verso il disarmo, le potenze nucleari riconosciute hanno modernizzato i propri arsenali, sviluppato nuovi sistemi di lancio e integrato più profondamente le armi nucleari nelle loro dottrine militari.
Al di là del TNP si colloca il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 e in vigore dal 2021. Tale trattato vieta alle parti di sviluppare, possedere, minacciare di utilizzare o fornire assistenza in materia di armi nucleari. Né gli Stati Uniti né l’Arabia Saudita ne fanno parte. Il Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari, nel frattempo, non è ancora entrato in vigore, soprattutto perché Stati chiave, in particolare gli Stati Uniti, si sono rifiutati di ratificarlo. Anche decenni di risoluzioni dell’ONU che chiedevano una zona dell’Asia occidentale libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa sono rimasti lettera morta, soprattutto perché Israele si rifiuta di aderire al TNP o di sottoporre i propri impianti nucleari alle salvaguardie complete dell’AIEA.
Questa è l’ipocrisia centrale nell’Asia occidentale. Israele possiede armi nucleari al di fuori del TNP e non subisce né sanzioni né ispezioni. Il programma nucleare iraniano, soggetto a salvaguardie, è stato oggetto di sabotaggi, omicidi, sanzioni e guerra. All’Arabia Saudita, stretto partner degli Stati Uniti, viene ora offerta una potenziale via verso l’arricchimento senza le più rigorose ispezioni internazionali disponibili. Washington non sta difendendo un ordine di non proliferazione. Sta gestendo una gerarchia nucleare.
Il precedente non rimarrà confinato all’Arabia Saudita. La Turchia, l’Egitto e altri Stati della regione si chiederanno perché dovrebbero rinunciare alle capacità relative al ciclo del combustibile che Washington è disposta a discutere con Riyadh. L’Iran concluderà ragionevolmente che le restrizioni negoziate non garantiscono alcuna sicurezza: ha rispettato l’accordo nucleare del 2015, solo per vedere Trump abbandonarlo nel 2018 e ripristinare le sanzioni. Gli attacchi militari e i doppi standard in materia nucleare rafforzano proprio quelle forze in Iran che sostengono che solo una deterrenza nucleare possa impedire future aggressioni.
Il processo Iran-Arabia Saudita-Cina
A prima vista, l’accordo sembra riportare l’Arabia Saudita nell’orbita strategica degli Stati Uniti e quindi minacciare la riconciliazione tra Iran e Arabia Saudita facilitata dalla Cina nel marzo 2023. Ma le prove raccolte finora suggeriscono una realtà più complessa.
L’accordo di Pechino non è mai stato un’alleanza tra Iran e Arabia Saudita. Ha ripristinato le relazioni diplomatiche, riaperto le ambasciate e riportato in vita un precedente accordo di cooperazione in materia di sicurezza dopo sette anni di allontanamento. Il suo scopo immediato era limitato ma importante: impedire che la rivalità sfociasse in una guerra diretta e stabilire canali attraverso i quali gestire le crisi.
Questo processo è sopravvissuto a pressioni straordinarie. Ha resistito all’assalto israeliano su Gaza, all’espansione regionale di quella guerra, agli attacchi nel Mar Rosso e ai successivi scontri che hanno coinvolto l’Iran, Israele e gli Stati Uniti. Riyadh e Teheran continuano a diffidare l’una dell’altra, ma entrambe hanno validi motivi per preservare il dialogo. L’Iran cerca di impedire il proprio accerchiamento e di ridurre l’efficacia delle sanzioni statunitensi, mentre l’Arabia Saudita ha bisogno di stabilità regionale per portare avanti i propri piani economici e la sua leadership comprende che né le armi statunitensi né le basi militari statunitensi possono garantire la sicurezza dei propri impianti petroliferi, delle città e delle rotte marittime.
L’accordo nucleare non elimina questi interessi strutturali. Anzi, può essere meglio inteso come parte della politica di diversificazione strategica dell’Arabia Saudita. Riyadh mantiene i suoi tradizionali rapporti militari con Washington, approfondendo al contempo i legami economici con la Cina, coordinandosi con la Russia sul mercato petrolifero, instaurando rapporti con il Pakistan e mantenendo aperti i canali diplomatici con l’Iran. L’Arabia Saudita non è più disposta ad affidare tutte le sue opzioni a un’unica potenza esterna. Il ruolo della Cina nell’accordo del 2023 ha avuto successo proprio perché Pechino non ha preteso un allineamento esclusivo. Non ha offerto né un blocco militare né una prova ideologica.
La Cina è il principale acquirente di petrolio dell’Iran e un partner economico sempre più importante dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo. Il suo interesse principale è la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, delle rotte marittime e delle infrastrutture. A differenza di Washington, che ha ripetutamente tentato di organizzare la regione attraverso sanzioni, basi militari e guerra, la Cina trae vantaggio da un ordine regionale in cui l’Iran e l’Arabia Saudita negoziano le loro divergenze.
L’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita introdurrà senza dubbio nuovi sospetti nei calcoli di Teheran. Se l’arricchimento saudita dovesse diventare realtà, l’Iran lo considererà la prova che Washington sta costruendo una soglia nucleare permissiva per i propri partner, cercando al contempo di distruggere le capacità tecnologiche dell’Iran stesso. Ciò potrebbe rendere molto più difficile una diplomazia nucleare più ampia. Ma non ne consegue che l’Iran o l’Arabia Saudita abbandoneranno il processo di Pechino. Entrambe le parti sanno che interrompere i contatti diplomatici le esporrebbe a un pericolo ancora maggiore.
La vera contraddizione non è quindi tra le relazioni dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti e con la Cina. È tra due concezioni dell’ordine regionale. Washington offre all’Arabia Saudita armi avanzate, tecnologia nucleare e un posto sotto l’ombrello di sicurezza statunitense che ha ripetutamente fallito nell’impedire la guerra. Il processo di Pechino non offre alcun ombrello di questo tipo; offre diplomazia, interdipendenza commerciale e la possibilità che gli Stati della regione possano gestire le proprie controversie senza una supervisione esterna permanente.
La leadership saudita cercherà di trarre vantaggio da entrambi gli accordi. Ma l’accordo nucleare statunitense contiene i germi di un nuovo pericolo regionale. Trasformando le norme di non proliferazione in privilegi distribuiti tra gli alleati, Washington incoraggia ogni Stato ad acquisire le basi tecnologiche per una futura bomba. L’unica alternativa basata sui principi è di carattere universale: nessuna arma nucleare per Israele, l’Iran, l’Arabia Saudita o qualsiasi altro Stato, garanzie complete e paritarie dell’AIEA, attuazione della zona libera da armi nucleari in Asia occidentale, a lungo rinviata, e la completa abolizione degli arsenali nucleari, a cominciare da quelli detenuti dalle potenze nucleari consolidate.
La pace non può essere costruita decidendo quali governi possano avvicinarsi maggiormente alla soglia nucleare. Può essere costruita solo smantellando la soglia stessa.
Questo articolo è stato redatto da Globetrotter.
Fonte: BreakThrough, 28 luglio 2026
Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis
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