“Nel 2025 in Italia sono nati 355.000 bambini. Anche se può sembrare un numero grande, non lo è. 355.000 nati nel 2025: si tratta del minimo storico dal secondo dopoguerra.
Per capire quanto siamo lontani da un Paese vitale, ci basta guardare ai decenni passati. C’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi 1 milione di bambini ogni anno. 1964: 1.000.000 nati/anno; 1995: 526.000 nati/anno, 2025: 355.000 nati/anno. In appena 60 anni abbiamo perso più della metà delle nascite. Con i ritmi attuali, servono 3 anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno nel 1964. Nello stesso arco di tempo, negli anni del baby boom, ne nascevano circa 3 milioni. Non è una crisi temporanea. È una trasformazione silenziosa e strutturale”. È la fotografia dell’Italia che offre il Dossier Natalità 2026 “Volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato martedì 28 luglio a Roma, a Palazzo Wedekind, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps, alla presenza di Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità, Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, e Valeria Vittimberga, direttore generale dell’Inps.
Il crollo delle nascite in Italia, il messaggio che emerge dal Dossier, non è il risultato di un minore desiderio di diventare genitori, ma delle difficoltà che impediscono a milioni di persone di realizzare il proprio progetto di vita. Il rapporto fotografa un Paese in cui nel 2025 sono nati appena 355.000 bambini, minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, ma dove la rinuncia alla genitorialità è determinata soprattutto da ostacoli economici, lavorativi e sociali. Il dossier evidenzia proprio come la denatalità non sia il frutto di un cambiamento culturale o della mancanza di desiderio di avere figli. Al contrario, il problema è rappresentato dalla crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che riescono concretamente a fare.
Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2% afferma infatti di aver rinunciato a causa delle difficoltà incontrate, mentre soltanto il 5,5% dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Ancora più significativo è il divario tra intenzioni e realtà. Se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce.
Le cause della rinuncia, evidenzia il Dossier, sono “principalmente economiche e strutturali”.
Oltre 2,8 milioni di italiani indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo alla scelta di avere figli.
Quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini. A questo si aggiunge il peso del welfare con oltre 3 milioni di donne risultate inattive per motivi familiari, contro 151mila uomini, mentre 763mila persone rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani. Infatti, il rapporto descrive anche un Paese sempre più anziano e caratterizzato da uno squilibrio demografico crescente.
Nel 2025, a fronte di 355mila nascite, si sono registrati 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297mila persone.
Se da un lato l’Italia vanta una delle aspettative di vita più elevate al mondo (83,4 anni), dall’altro questo primato rischia di mettere sempre più sotto pressione la sostenibilità del sistema sanitario, del welfare e del sistema pensionistico, chiamati a sostenere una popolazione sempre più anziana con un numero sempre minore di giovani.
“Per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono. I dati dimostrano esattamente il contrario. Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita. Oggi il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere”,
commenta Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità. Mentre “da anni ci si interroga se la denatalità sia una questione culturale o economica”, si rischia di “perdere di vista ciò che conta davvero: è una questione fondamentale per il futuro del Paese, ma da troppo tempo non viene presa sul serio. Avremmo dovuto agire. Abbiamo invece solo aspettato, pensando che le cose si sarebbero sistemate da sole. Ma così non è stato, anzi: la situazione è peggiorata anno dopo anno. Con questo dossier stiamo provando a dirlo con chiarezza, senza allarmismi ma senza sconti. Il problema ha radici profonde, anche a livello europeo”, sottolinea De Palo, per il quale “l’Italia, paradossalmente, ha dentro di sé il potenziale per invertire questa tendenza. Per un motivo semplice: nonostante ottant’anni di assenza di politiche familiari serie, nel nostro Paese resiste un desiderio diffuso di famiglia e di figli, che però non trova la possibilità di realizzarsi. Pensiamo ai giovani: trovano un lavoro strutturato e a tempo indeterminato troppo tardi, e con stipendi troppo bassi anche solo per immaginare di costruire una famiglia con figli. E pensiamo a una difficoltà tutta italiana: una fiscalità iniqua. Oggi chi mette al mondo un figlio viene penalizzato sul piano fiscale, ed è una battaglia che dovrebbe unirci tutti, oltre le appartenenze, perché non è un’ideologia: è giustizia. Non è una questione di volontà, ma un deficit di libertà: la distanza tra i figli desiderati e quelli che si riescono davvero ad avere è la vera notizia che questo dossier vuole raccontare”. De Palo avverte: “Siamo convinti che il tempo dell’analisi sia finito.
Adesso serve la sintesi, serve la politica, serve un’alleanza capace di unire le migliori forze del Paese, oltre lo steccato.
Perché la denatalità non è il problema di una parte politica o di una generazione, né un problema di un futuro lontano: è la sfida più importante di oggi, del nostro tempo. La sfida da cui dipendono tutte le altre”.
Il Dossier Natalità 2026 “Volere o potere” lancia, dunque, un messaggio chiaro: la denatalità non è il risultato di un cambiamento nei desideri degli italiani, ma della difficoltà crescente di trasformare quei desideri in realtà. Ridurre la distanza tra il “volere” e il “potere” significa affrontare una delle principali sfide economiche, sociali e culturali del Paese. Per questo la Fondazione per la natalità rinnova l’appello “affinché la natalità diventi una priorità strutturale dell’agenda politica, attraverso interventi capaci di sostenere il lavoro femminile, favorire la conciliazione tra famiglia e occupazione, promuovere una fiscalità più equa e garantire ai giovani condizioni di stabilità che consentano loro di costruire il proprio futuro. Una sfida di questa portata non può essere affrontata da una sola parte.
È necessaria un’alleanza che coinvolga Governo e opposizione, imprese e sindacati, mondo della cultura, del Terzo settore e dell’associazionismo, per costruire insieme le condizioni che consentano alle nuove generazioni di scegliere liberamente di avere dei figli”.
Di questo si parlerà nella sesta edizione degli Stati generali della natalità, che si terrà il 25 e il 26 novembre 2026 presso l’Auditorium della Conciliazione a Roma.
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Andrea Canton
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