Reportage dal festival Monodrama di Lussemburgo, interamente dedicato agli assoli teatrali. Abbiamo visto due spettacoli da Austria, Germania e Camerun.
Per arrivare al Banannefabrik, bisogna attraversare la stazione e la ferrovia e con i lavori in corso di questi mesi alcune scale sono bloccate, ci sono però gli ascensori che portano sul lungo ponte che passa sopra i binari, attraversandolo si arriva in un tranquillo quartiere residenziale, il Bonnevoie, dove spicca la presenza della comunità caraibica locale. Bastano altri 5 o 10 minuti e siamo di fronte al Banannefabrik, esempio di archeologia industriale la cui idea di riconversione è cominciata dal basso negli anni ‘90, per poi affermarsi nel 2011 con la riapertura dopo un’importante ristrutturazione. È un luogo che porta i segni di chi lo vive e attraversa, qui lavora il centro coreografico nazionale e ogni anno nella seconda parte di giugno la compagnia Fundamental dà vita al Monodrama Festival, una piccola ma resistente rassegna di cui sono protagonisti spettacoli per un solo interprete. Volutamente non uso la parola monologhi che ormai è poco efficace nel caso del teatro di parola (vista la complessità raggiunta da chi fa dell’assolo il proprio tratto creativo) e ancor di più in quello della performance.
Steve Karrier, il direttore di Fundamental (oltre che attore da più di un trentennio) è un uomo appassionato e dagli occhi accesi, è lui a spiegarmi che il prossimo anno non potranno organizzare il festival nel Banannefabrik, perché la municipalità ha in programma una ristrutturazione degli spazi. Mentre Steve mi spiega che per il prossimo anno sta pensando a un festival fuori dai luoghi consueti e che possa abitare alcuni spazi della città, facciamo un giro del fabbricato, mi mostra le black box di diverse misure (tutte sotto ai cento posti) e capisco come lo sguardo del Monodrama sia inversamente proporzionale ai suoi spazi: un piccolo festival che però guarda all’Europa e al mondo, naturalmente soprattutto ai paesi francofoni e germanofoni. E dunque non sarebbe strano vedere qui spettacoli che siamo abituati a trovare in cartelloni più importanti. Questo perché Steve si avvale di collaboratori e collaboratrici che hanno la possibilità di portare idee e sguardi da fuori. E anche se con pubblico e spazi ridotti la varietà dei linguaggi artistici è l’altro tratto distintivo del festival. Dunque assoli molto diversi tra loro: invenzioni narrative, riscritture dei classici, autobiografismo, racconti storici. In uno degli spazi antistanti alle sale, sul soffitto, vorticano sospinti solo dall’aria tanti abiti diversi, sono i costumi storici di uno spettacolo di Fundamental, ora divenuti installazione colorata, è un bel presagio di movimento perpetuo.

Non usano sovratitoli al Monodrama, e mi spiegano che gli spettacoli sono sempre in una delle lingue maggiormente parlate in città (francese, tedesco e inglese), nei miei tre giorni di permanenza incontro opere in tedesco e francese per le quali devo armarmi di pazienza e chiedere i testi.
Si comincia, come in una predestinazione, con Amleto, penso sia una ricompensa del fato per riequilibrare la difficoltà linguistica. Ma naturalmente come vuole la tradizione di Monodrama si tratta di una riscrittura per attore solo. A portarla in scena è l’austriaco Stefano Bernardini che fa del giovane filosofo danese un musicista ribelle. Oltre la recitazione precisa e potente che non sembra rintanarsi in facili enfatizzazioni – lo sguardo è sempre aperto sul pubblico – la cosa che più colpisce è la relazione con la musica. Chitarre e batterie occupano parte dello spazio (ma ci sono anche flauti e loop station) e all’occorrenza vengono utilizzate dal performer, non solo per accompagnare o sottolineare; quello musicale è un tratto del mondo emotivo del personaggio, Amleto incontra di tanto in tanto la musica e ci galleggia dentro, non potrebbe farne a meno. La vicenda è risaputa ma qui di tanto in tanto ci sono degli slittamenti: la scena del fantasma del padre ad esempio arriva successivamente e l’arrivo del Re Claudio è preceduto da una polka da Oktoberfest, per Ofelia c’è una canzone d’amore alla chitarra. Sul finale Bernardini sfuma l’azione, Amleto si prepara a duellare, prima che arrivi il buio e d’altronde tutto era cominciato così: “mi chiamo Amleto. Quello che racconto è già accaduto. Quello che vivo è già stato vissuto”.

Come per il caso di Hamlet anche per il racconto messo in scena da Martin Engler c’è lo sguardo aperto verso il pubblico, e dunque la volontà di tenere la platea dentro l’azione anche grazie a una recitazione che rimane un passo indietro rispetto al personaggio. Ma ora in quale parte di mondo siamo? Lontanissimi dal castello di Elsinor vediamo di fronte a noi un personaggio ambiguo, uno sconfitto dalla vita: su un trabattello in un controluce quasi religioso, si vede una figura, nascosta dietro un velo di plastica leggerissima, altri veli del genere fungeranno da quinte e scenografia. Fa un buco nel velo e comincia a guardare la platea, poi si mostra definitivamente, ha un grembiule, di quelli da macellaio o simili. Il suo è un tedesco che scorre con forza e puntualità, in una recitazione precisa ed essenziale. Ogni tanto riesco a cogliere qualche parola, vengono nominati Frankenstein, Dracula e Hitler. È un testo del 2000 di Werner Fritsch qui messo in scena da Martin Engler, un lungo monologo che è una sorta di delirante flusso di coscienza in cui questa sorta di macellaio di provincia mescola immagini splatter con il nazismo, con riferimenti erotici e pornografici, mentre comincia ad emergere la figura di una donna, forse una ex moglie morta, di cui l’uomo potrebbe avere ancora le mani sporche di sangue. Il testo procede per immagini violentissime, di tanto in tanto affiorano sprazzi di lucidità che ci raccontano qualcosa del protagonista: ha anche un figlio che gli permette di abbandonarsi a un ricordo struggente e poetico: “l’ho stretto al cuore e mi sono sentito vivo come non lo ero più da quando ero venuto al mondo. Questo è certo. E tutto all’ospedale di Weidner era come ricoperto d’oro”. Nei labirinti del ricordo, come in una folle corsa senza direzione, emerge anche una sorella: “Per colpa dell’eroina […] giace nella vasca da bagno: l’ha fatta sballare quel coglione con la siringa”. Non so come ma a quanto pare Engler riesce ad essere anche ironico nonostante le immagini piene di violenza e tragicità, qualcuno nel pubblico di tanto in tanto ride per il suo volto scaltro in grado di farsi maschera comica. Intanto l’interprete raggiunge un frigorifero alla sua destra e su un banchetto, con tanto di fornello, si prepara una bistecca al sangue e se la mangia senza problemi. E se non fosse lui, questo miserabile di provincia, ad essere l’assassino della moglie? Il sesso estremo con le prostitute, il linguaggio esplicito, i riferimenti al Terzo Reich (con l’ossessione per Hitler) e a una vita infernale in cui non si capisce quanto sia realtà e quanto invenzione… forse ha ragione Engler che l’unico modo per affrontare questo testo oggi è quello di non crederci fino in fondo e farlo recitare a una specie di macellaio – tutt’altro che in grado di incutere paura – mente scotta in padella un pezzo di carne sanguinolento.

L’oro in scena invade il nostro sguardo, cubi dorati a fare da trono e sullo sfondo un telo con un’effige, Yolla veste un costume regale tradizionale, rosso con dettagli dorati anche in questo caso, sulla testa un copricapo che potrebbe ricordare una composizione floreale; non c’è altro nello spazio scenico se non un paio di appendiabiti con delle mantelle appoggiate. Guarda dritta davanti a sé, con uno sguardo altero, anche la postura del corpo indica fierezza e dignità; arriveranno il canto e le danze per festeggiare la nuova regina ma anche la rabbia e la tristezza, eppure la voce di questa donna rimarrà tenace: la presenza scenica di Yollo è potentissima e suggestiva.

Andrea Pocosgnich
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