Luci al neon delle stazioni di servizio, caldo e odori rilasciati dall’asfalto, angoli di marciapiedi illuminati dai lampioni. In questa atmosfera il tempo rallenta e la notte sembra durare per sempre. L’attesa diventa protagonista, di un nuovo giorno, di una macchina che passa, di un nuovo cliente.
Via del Plebiscito, le zone industriali di Camin e Limena, le strade dell’uscita Arcella della stazione dei treni di Padova diventano i luoghi di lavoro delle prostitute. Il cliente passa, si ferma, contratta e parte. Alcuni sono nuovi, molti sono abitudinari. In questo scenario opera l’associazione Mimosa di Padova, un’organizzazione di utilità sociale che dal 1996 lavora per l’integrazione sociale di persone in condizione di disagio ed emarginazione, con particolare attenzione a persone coinvolte nella prostituzione, vittime di tratta, minori e giovani adulti in condizioni di vulnerabilità.



Una volta al mese, alle 21.30, un team composto da un operatore, un mediatore linguistico e un autista esce nelle zone di Padova, stabilendo o rafforzando il contatto con le prostitute approcciandosi con un tè fresco o un buon caffè per aiutare il passare della notte. Ne può nascere una semplice conversazione o una richiesta di aiuto: come faccio ad avere il tesserino sanitario? A chi mi posso rivolgere per interrompere o continuare una gravidanza? Dove vado per un check-up sanitario? Mimosa raccoglie le richieste e attraverso una fitta rete di relazioni con istituzioni amministrative, sanitarie e di ordine pubblico sul territorio fornisce al richiedente tutte le informazioni utili per la risoluzione del problema. Alla fine dell’incontro, che si svolge in pochi minuti e con il motore dell’auto sempre acceso a una ventina di metri, viene consegnato un kit contenente preservativi e lubrificanti. La delicatezza nell’approccio è fondamentale. Serve instaurare un rapporto di fiducia che consenta alla persona di aprirsi e provare a uscire da situazioni drammatiche, come la tratta, ad esempio. Se il pericolo è immediato sono le Forze dell’ordine a intervenire, applicando l’iter previsto dal sistema anti tratta: la vittima viene portata in un luogo segreto, assistita nei bisogni primari e psicologici e avviato un programma di recupero.
Se la richiesta invece è un desiderio di uscita in un futuro prossimo, Mimosa programma un incontro con la persona in un luogo sicuro, raccogliendo informazioni utili e stabilendo un piano ben preciso. Solo nel 2025 l’associazione è entrata in relazione con 63 persone, di cui nove donne cis albanesi (cis, abbreviazione di cisgender, si riferisce a una donna la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita, ndr), quattro donne trans brasiliane, 11 donne cis bulgare, due donne colombiane (una cis e una trans), tre donne italiane (due trans e una cis), una donna cis nigeriana, cinque donne trans peruviane, 28 cis rumene. Prima della pandemia da Covid, nel 2019, aveva contattato 146 persone.
Un lavoro enorme per un piccolo segmento di un mercato che, solo in Italia, genera 4,7 miliardi di euro (fonte Il Sole 24 ore), un business che interessa 3 milioni di italiani, 90 mila lavoratrici stabili e 20 mila occasionali. Allargando lo sguardo al mondo intero, l’ammontare del denaro generato arriva a 99 miliardi di dollari. Sono cifre anche solo difficili da immaginare, dentro le quali il lavoro è pericolosissimo, non solo per l’estrema vicinanza con le organizzazioni criminali. In strada, ad esempio, conta solo l’istinto, capire in pochi secondi di chi fidarsi o no, soprattutto per le lavoratrici autonome. E dunque aprirsi all’ascolto, non avere pregiudizi e trasmettere il messaggio di essere di aiuto per la tutela dei diritti come persona sono indispensabili per costruire una fiducia rispettosa delle storie che si affrontano. Come quando Mimosa incontra G. nel 2024, all’epoca ventenne. Originaria di Costanza, in Romania, una zona dove ultimamente il fenomeno di traffico di persone è molto presente e conosciuto dalle associazioni anti tratta romene. G. racconta di avere sette fratelli, quattro femmine e tre maschi. Non ha mai conosciuto il padre, è cresciuta solo con la madre, una vicenda di cui fa fatica a raccontare. Dice che è difficile abituarsi alla vita qui in Italia, dopo aver abitato per quattro anni in Inghilterra, vicino a Birmingham, sottintendendo di essere stata anche lì nel giro della prostituzione e ricordando con nostalgia la sua adolescenza. Prima di arrivare in Italia ha lavorato anche in Spagna. Raramente si reca in Romania poiché lì la situazione economica è difficile.
M. invece fu conosciuta la prima volta con l’unità mobile durante un’uscita notturna. Era in compagnia di un’altra donna, più anziana, già contattata in precedenza e dunque a conoscenza del servizio. Lo staff si fermò in uno spiazzo accanto al marciapiede dove le due donne attendevano i clienti. Scesero con il tè caldo (era inverno), i volantini informativi tradotti in più lingue e il kit. M. appariva molto giovane, forse la più giovane incontrata su quella strada da tempo. In quel primo rapido contatto, fecero appena in tempo a capire che la ragazza non conosceva l’italiano, quando quattro uomini raggiunsero gli operatori e le donne. Erano connazionali di M. e assunsero immediatamente un atteggiamento minaccioso. Non capivano chi fossero e perché stessero parlando con le donne. Fortunatamente, la donna più anziana riuscì a pronunciare qualche frase nella loro lingua, e gli uomini si allontanarono. Per tutto il tempo, M. restò a testa bassa. Le porsero il volantino, raccomandandole di entrare in contatto con loro in caso di necessità, anche solo per un controllo sanitario gratuito. M. racconta di essere stata abbandonata dalla madre all’età di cinque anni e di aver vissuto fino alla maggiore età presso una comunità per minori nel suo Paese. Al compimento dei diciotto anni, l’accoglienza fu interrotta e la ragazza andò a vivere con un uomo più grande che aveva conosciuto da minorenne. M. non aveva completato la scuola, non riusciva a trovare lavoro e aveva bisogno di denaro e così finì per prostituirsi in strada. Successivamente, l’uomo le propose di recarsi in Germania e poi in Italia, dove tuttora lavora.
Da quando ci sono state le restrizioni del Covid, racconta Mimosa, le lavoratrici di strada sono diminuite. A presidiare il marciapiede sono per lo più donne di età più matura, mentre le più giovani lavorano dentro casa, poiché più avvezze alla comunicazione digitale.
Le associazioni come Mimosa seguono un piano strategico più ampio gestito dalla Regione Veneto: è il progetto N.A.Ve. (Network Antitratta Veneto), un programma nato per fare emergere e assistere le vittime di tratta e grave sfruttamento lavorativo, sessuale, accattonaggio e matrimoni forzati. Il suo scopo è garantire protezione, assistenza e inclusione socio-lavorativa, indipendentemente dallo status giuridico della persona. Le tre aree di intervento sono l’emersione del problema, l’assistenza (protezione immediata, supporto psicologico, legale e sanitario) e l’inclusione sociale (percorsi di accoglienza abitativa e inserimento in aziende del territorio).
La prostituzione è l’ambito nel quale si presenta il maggior numero di casi come la costrizione della persona a fornire prestazioni sessuali a pagamento, l’uso della violenza fisica o psicologica e di minacce nei confronti della persona stessa o dei suoi familiari, l’indebitamento della vittima nei confronti dei suoi sfruttatori per il viaggio che l’ha portata nel Paese di destinazione e l’obbligo di cessione dei proventi dello sfruttamento e delle reti criminali.
Il mercato della prostituzione
Il mercato della prostituzione in Italia muove un giro d’affari da circa 4,7 miliardi di euro, sostenuto da un bacino stimato in ben 3 milioni di clienti abituali. I numeri assumono una dimensione impressionante se proiettati su scala globale, dove l’intera industria del sesso raggiunge un valore complessivo di 99 miliardi di dollari, coinvolgendo circa 52 milioni di persone in tutto il mondo.
La rilevanza macroeconomica del fenomeno è tale che l’Istat ha formalizzato il codice Ateco 96.99.92 per escort e servizi di incontro, introdotto nel quadro delle normative europee per la contabilizzazione fiscale delle attività legali.
Oggi questo settore si sviluppa su più livelli: se da un lato si è aperto al digitale con i creator di piattaforme come OnlyFans, dall’altro mostra il suo lato più oscuro nella prostituzione su strada e nel mondo delle escort tradizionali. È proprio in questo ambito che si concentra il fronte del contrasto alla criminalità organizzata, documentato da costanti indagini a Roma e da operazioni internazionali della Polizia di Stato per sgominare le reti di sfruttamento e tratta di esseri umani.
N.A.Ve. e N.A.V.I.G.A.Re. due progetti per vittime di tratta
Il progetto N.A.Ve., attivo dal 2016, è un sistema unico e integrato di emersione e assistenza per le vittime di tratta e grave sfruttamento indipendentemente dallo status giuridico, dall’età, dalla nazionalità, dal genere e dal tipo di sfruttamento. Il progetto conta su un’ampia rete di partner: associazioni, servizi sanitari e socio-sanitari, Autorità Giudiziaria e di Polizia e organi di vigilanza del lavoro. Dal 2021 la Regione Veneto è capofila del progetto N.A.V.I.G.A.Re. (Network Antitratta per il Veneto Intersezioni Governance Azioni Regionali) che si occupa di tutelare le vittime di tratta e grave marginalità oltre che di contrastare il fenomeno dello sfruttamento in ambito sessuale, lavorativo, nelle economie criminali forzate e nei matrimoni forzati. Dal 2021 al 2025 sono state contattate 8.453 persone: 1.788 hanno usufruito di interventi di assistenza e 486 hanno aderito a programmi di protezione e inclusione sociale.
Mimosa, come la prima ragazza che chiese aiuto

Associazione Mimosa nasce nel 1996 a Padova per aiutare giovani donne indotte alla prostituzione a uscire dalla strada, ascoltando i loro bisogni e facilitando il loro contatto con i servizi sociali. Nel corso degli anni successivi, l’associazione cresce e si sviluppa per promuovere l’integrazione sociale delle persone in stato di disagio ed emarginazione sociale con particolare attenzione a persone che si prostituiscono, vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo, minori e giovani adulti in specifiche condizioni di vulnerabilità. Dal 1999, accanto all’attività di contatto, Mimosa gestisce una comunità educativa residenziale per minori. Svolge inoltre attività di sensibilizzazione nel territorio. Il nome Mimosa è stato scelto perché era quello della prima ragazza albanese che chiese aiuto all’associazione. Info: associazionemimosa.org
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Andrea Canton
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