Recensione. Al Teatro Grande di Pompei il lavoro spettacolo di Emio Greco, Pieter C. Scholten e Roberto Zappalà
Lotta. Avversione. Vuoto. Astrazione
Queste le parole contenute nel titolo. Esplicative, con precisione e potenza, evocano un ciclo – geologico e, in realtà, tutto anche profondamente umano – volto a richiamare un’atmosfera sospesa sin dai primi istanti. Prima di prendere posto, di fatto, il pubblico è in esasperante attesa: non è solo il caldo di queste ultime estati a far agitare fortemente i ventagli, si tratta di una sottesa impazienza per la messinscena.
Il 26 e il 27 giugno, il Teatro Grande di Pompei si presta in maniera calzante per l’anteprima site- specific del nuovo lavoro firmato da Emio Greco, Pieter C. Scholten e Roberto Zappalà, presentato in prima mondiale il 3 e il 5 luglio al Meervaart Theater di Amsterdam, ospite del Julidans Festival.
Lo spettatore viene subito coinvolto in maniera sensoriale: non c’è solo lo sfondo del parco archeologico, sono soprattutto la musica, i corpi e i suoni naturali dell’ambiente pompeiano a permettere di vivere un’esperienza folgorante. L’impatto è dato dall’ingresso in scena di un solo performer. Inaspettatamente, l’incipit di L.A.V.A. è lento. Il magma è ancora invisibile, nascosto nei meandri terreni e non è pronto ad esplodere nell’immediato: a dare inizio all’azione è una figura al centro vestita con una tuta d’argento. Mentre il suo procedere cauto avanza, la luce artificiale insieme a quella del sole che tramonta, illuminano i suoi passi. Il suo andare pare riemergere da una dimensione altra. Il pubblico che assiste scruta il performer cercando di captarne l’andamento ma, d’improvviso, la visuale è offuscata dal fumo sulla scena che riempie lo spazio. I suoni, simili a rumori di detriti, enunciano l’ingresso in scena degli altri performer e danno il via libera all’incredibile passaggio sonoro di Salvador Breed.
Sono due i gruppi protagonisti di questa cornice: i danzatori di ICK Dans Amsterdam e della Compagnia Zappalà Danza. Uno indossa tute aderenti verdi, l’altro tendenti al rosso/arancione/marrone. La scrittura coreografica è estremamente densa. Alterna improvvise aperture in en dehors a repentini richiami centripeti del bacino, spezzando continuamente l’asse del corpo. I piqué non cercano la verticalità accademica ma diventano punti di innesco per successive cadute; i passé interrompono la loro funzione di equilibrio trasformandosi in un passaggio per bilanciare il peso del corpo che con energia irrompe da una parte all’altra del palcoscenico; l’aplomb viene conquistato e negato. Qui, nella costante oscillazione tra controllo e cedimento – questo forse solo apparente – il disegno coreografico si mostra definito nei minimi particolari. Le sequenze di contact, i momenti quasi di sfida tra i gruppi di sei performer, portano avanti una partitura d’ensemble che procede per contagio perché «l’intensità nasce dall’attrito». I corpi si respingono, poi si uniscono, lo slancio di uno è il collasso dell’altro, l’energia di uno è la stasi dell’altro. Tutto procede per propagazione dell’impulso e, in questo modo, il flusso di energia è costante e dinamico. Vi è una concatenazione di eventi danzati che divengono l’uno la conseguenza dell’altro, proprio come avviene con i fenomeni naturali. I performer gattonano con il bacino sollevato come creature appena emerse dalla terra, avanzano in branchi, si immobilizzano, poi un improvviso accento musicale fa sussultare la platea e li proietta in un’altra qualità di movimento. Ogni accelerazione produce una reazione collettiva, ogni arresto genera una nuova tensione. La coreografia non costruisce immagini statiche ma campi di forza. Greco, Scholten e Zappalà lavorano infatti sulla propagazione dell’energia più che sulla sua rappresentazione. Il movimento attraversa i corpi come un impulso nervoso: nasce dalle braccia, si trasmette lungo la schiena, esplode in un salto, ricade al suolo. I respiri diventano udibili, il sudore entra a far parte della composizione, gli spasmi, gli sbilanciamenti, le corse non cercano la pulizia formale ma un’esposizione radicale della fatica. Anche nei momenti di apparente immobilità la scena continua a vibrare, come se sotto la superficie persistesse una pressione destinata ad emergere ancora e ancora.


La relazione con lo spazio si modifica costantemente. Il Teatro Grande di Pompei non rimane uno sfondo monumentale da contemplare. I richiami degli uccelli, la luce che progressivamente si ritrae, il fumo che si mescola all’aria della sera e persino i fuochi d’artificio che, in lontananza, interrompono per un istante la concentrazione, finiscono per entrare nella partitura scenica come elementi imprevisti ma vitali e coerenti. È una permeabilità rara, che rende impossibile separare la coreografia dall’ambiente che la ospita.
Tra le immagini più efficaci emerge quella del performer vestito di nero, con una luce fissata sulla fronte. La sua presenza interrompe la continuità della composizione e introduce una figura quasi esplorativa, mentre il successivo gesto di fotografare la tuta ormai abbandonata a terra suggerisce uno sguardo esterno, quasi turistico, su un paesaggio che fino a quel momento era stato vissuto dall’interno. È uno dei pochi momenti apertamente narrativi e proprio per questo produce uno scarto percettivo che apre ulteriori possibilità interpretative.
La figura iniziale attraversa il pubblico, si allontana, osserva i performer al suolo, fotografa, finalmente si smaschera e beve un sorso d’acqua. Non c’è catarsi, distruzione, né trionfo. Rimane piuttosto la sensazione di aver assistito a un processo naturale – della terra e dell’umano – che continua oltre il tempo della rappresentazione. Come la lava, la danza di Greco, Scholten e Zappalà non coincide con l’istante dell’eruzione: è la traccia di una trasformazione che continua a lavorare sottoterra, indisturbata e silente, prepotentemente feroce, pur se invisibile.
Sara Raia
Visto a Pompei il 26 giugno 2026
Crediti
Concept, regia e coreografia: Emio Greco | Pieter C. Scholten e Roberto Zappalà |Dancers Compagnia Zappalà Danza: Samuele Arisci, Loïc Ayme, Faile Sol Bakker, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Alessandra Verona | assistente Fernando Roldán Ferrer | ICK Dans Amsterdam: Victor Callens, William Philbert, Emma Shelly, Payton St. John, Ricardo Vasquez Allen, Fiona Yau
Musica e sound design: Salvador Breed | Costumi: Clifford Portier
Una coproduzione: ICK Dans Amsterdam, Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza,Teatro Stabile di Catania | In collaborazione con Meervaart Theater Amsterdam | Julidans Festival | Teatro di Napoli – Teatro Nazionale | Con il patrocinio di: INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia | Con il sostegno di: MiC – Ministero della Cultura | Regione Siciliana | Fonds Podiumkunsten | Amsterdams Fonds voor de Kunste
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