Intervista a Giorgina Pi, Angelo Mai a seguito dei sigilli apposti all’edificio e dell’assemblea a sostegno degli oltre venti anni di presidio e resistenza. Stasera, 20 luglio e domani, 21 luglio, l’Angelo Mai Altrove Occupato ricorda il G8 del 2001 con UN ALTRO MONDO È POSSIBILE? 25 anni dopo Genova, due eventi al Parco della Torre di Tor Marancia e al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma
«…ho sentito un forte abbraccio, c’è stata tantissima partecipazione e sono intervenute molte realtà. Quello che è emerso è stato un macro discorso tra le macerie. Un bel momento che però ha attestato l’enorme lavoro che manca da fare, sempre ammesso che avremo la possibilità di farlo. L’Angelo Mai è un fenomeno eclatante di una falla sistemica che riguarda la nostra città: a Roma, per gli spazi culturali pubblici – considerando quelli che hanno chiuso e quelli che hanno cambiato natura – negli ultimi vent’anni è stato fatto davvero molto poco».
Quello di Giorgina Pi – regista, autrice, attivista, tra le figure più rappresentative del Collettivo Angelo Mai – è un tono stanco e afflitto ma entusiasta e riconoscente della vicinanza dimostrata dalla comunità teatrale, e non solo, nella scorsa assemblea del 1° luglio, a seguito degli ennesimi sigilli apposti alla sede del Circolo Arci in via delle Terme di Caracalla. Nella notte tra sabato 27 e domenica 28 giugno, come riportato in un post su Instagram all’indomani dell’accaduto, «la questura, con un dispiegamento di dodici agenti, ha messo i sigilli all’Angelo Mai. Un controllo che ha trovato il nostro spazio inadeguato, nonostante il faticoso e oneroso percorso di adeguamento alle norme previste che abbiamo intrapreso da un anno». Un atto aggressivo, l’ennesimo (se si aggiungono i precedenti tre sgomberi) finalizzato a intimidire una prassi creativa che resiste però da ben ventidue anni con azioni diverse ma complementari. Da un lato, l’intenzione di giungere a una formalizzazione definitiva della concessione dello spazio da parte del Comune di Roma Capitale, dall’altro la propulsiva e graduale spinta di ripensamento di un luogo di aggregazione e partecipazione.
L’operato dell’Angelo Mai, non solo come spazio produttivo teatrale, ha rappresentato nel corso degli anni una diversa modalità di vivere la cultura nella nostra città, ha creato nuovi immaginari all’insegna della fertile rigenerazione delle idee, non imposta ma costruita dal basso; da sempre un presidio di riferimento inclusivo e intersezionale attraversato da personalità teatrali, artistiche, musicali, politiche di riferimento. Basti inoltre pensare all’affluenza nelle ricorrenze storiche del 25 aprile e 1° maggio ma anche alla presenza alle mobilitazioni e manifestazioni cittadine.
C’è della rabbia nelle tue parole, è manifesta e legittima…come la stai gestendo e come stai vivendo questi giorni?
È una gestione complessa perché proprio in questo momento sentivo che c’erano dei chiari presupposti affinché l’Angelo Mai potesse finalmente continuare a esistere, senza più pericoli, in una città migliore. Stavamo infatti lavorando per iniziare il secondo ciclo di Radicante, un progetto biennale di formazione gratuita sostenuto dal Comune di Roma Capitale che segna una novità sul territorio in quanto scuola transfemminista delle arti rivolta solo a donne, persone trans e non binarie, professioniste e non. Era notizia recente che stavamo per concludere il percorso di assegnazione e sembrava che il futuro potesse essere più luminoso rispetto alle difficoltà degli anni precedenti. Quindi la prima sensazione provata, e che continuo a provare, è quella di un vero e proprio trauma di fronte a una privazione dolorosa, imprevista, confusa, a cui stenti a credere.
Un dolore che si somma anche a un umano e professionale sentimento di frustrazione.
Sono un po’ di anni che non siamo felici e che ci domandiamo se sia ancora possibile vivere dentro al e per il teatro in Italia con questo livello continuo di sofferenza. Questo non ha a che vedere soltanto con la realizzazione dei progetti personali – mi sento una persona abbastanza fortunata nel merito – ma attiene allo svuotamento di senso che progressivamente e velocemente stiamo vivendo negli ultimi anni. L’Angelo Mai è un tassello del contesto e ha particolare rilevanza in quanto deliberatamente politico. Non abbiamo mai nascosto il connubio tra creazione, fantasia, attivazione di sistemi e impegno civile e politico.

Cosa intendi per “deliberatamente politico”?
Quando l’Angelo viene toccato, emerge quanto il nostro Paese stia soccombendo al governo di una “destra” capace di limitare l’espressione libera, la visione intersezionale, la commistione delle arti contemporanee ma, soprattutto, di ostacolare la presa di parola sul presente attraverso l’aggregazione delle persone, la diffusione delle idee, l’arte e il teatro; attraverso quindi lo spirito performativo, inteso come accadimento improvviso all’interno di un gruppo che si forma spontaneamente. Ci hanno tolto l’imprevisto. L’Angelo Mai non va considerato solo come uno dei pochi spazi sociali della città. Sempre più si sta configurando come baluardo anche rispetto ai cosiddetti luoghi deputati dello spettacolo dal vivo, ovvero, a quegli spazi istituzionali che sarebbero chiamati a svolgere questo tipo di pratica culturale e non lo fanno.
Tornando al processo di adeguamento normativo, l’Angelo Mai è uno spazio datovi in concessione dal Comune di Roma Capitale. Al momento dei sigilli, a che punto era arrivato l’iter di assegnazione?
Nel 2023, con una sentenza storica del Tribunale Civile, vinciamo il processo contro il Comune di Roma rispetto alla nostra legittima presenza nello spazio. La sentenza definisce con chiarezza l’”inerzia amministrativa” la mancata regolazione dei rapporti e la responsabilità del Comune di non aver mai valorizzato l’azione eminentemente culturale che l’Angelo Mai ha svolto per la città. La sentenza stabilisce, inoltre, un patteggiamento economico – in rate – della cifra totale piuttosto onerosa, necessaria per saldare le inadempienze strutturali dell’edificio. Il Comune fa iniziare però la rateizzazione soltanto un anno fa, prevedendo una scadenza a cinque anni. Un tempo per noi insufficiente per poter colmare il debito di regolamentazione dello spazio. Ci aspettavamo fosse più dilazionato, come era stato inizialmente stabilito. Dal 2023 ad oggi non è successo nulla, la procedura amministrativa si è impantanata in un meccanismo burocratico infinito che però, pochi giorni prima del sequestro dello spazio, era quasi arrivato a compimento. Nonostante la fatica economica estrema, eravamo molto felici di aver sbloccato finalmente la situazione.

E poi i sigilli. Quali problemi di sicurezza vengono imputati allo spazio? Circostanza casuale o sistemica?
Un’azione come questa può essere interpretata come primo segnale di inizio di quel che sarà la campagna elettorale nazionale, non solo locale. A chiudere lo spazio è stata un’azione di dodici poliziotti, una vera retata. Noi lavoriamo con l’immaginario e sappiamo bene che un’azione di polizia durante un tranquillo concerto in giardino con neanche duecento persone non ha motivo di essere fatta se non come segnale repressivo. I problemi amministrativi si risolvono con controlli e multe, non in questo modo. Un segno tangibile che l’attuale governo è fortemente interessato all’egemonia culturale, per non parlare poi dei suoi proclami continui contro i centri sociali. Il centrodestra sa che in questa città il tema degli spazi è un tema di rivendicazione molto acceso, un elemento storico che caratterizza una singolarità culturale forte, ed è per questo che sono state fatte continue minacce di sgombero anche a luoghi che sono simboli europei. Perciò i sigilli andrebbero interpretati come un attacco muscolare che possa far attecchire, in maniera semplificata, un’idea di cultura per la quale luoghi come il nostro, e quello che rappresentano, vengano spazzati via in virtù di una normalizzazione verso modelli fortemente reazionari nella forma e nei contenuti.
Per chi non conoscesse l’Angelo Mai, qual è la sua idea di cultura?
Dobbiamo sempre chiederci: perché usciamo di casa e andiamo in un luogo, quante ore vi trascorriamo, quale dovrebbe essere oggi la vocazione di luoghi che fanno incontrare le persone tra loro? Mettendo al centro il teatro, la danza e l’universo del contemporaneo, il cinema, la musica, la formazione, l’Angelo Mai vuole sviluppare un immaginario in cui il pubblico partecipa, attraverso momenti di fruizione dilatata, in cui si sta innanzitutto insieme: prima di uno spettacolo, di un concerto, di un laboratorio, si può arrivare e andar via quando si vuole. È una casa dove darsi un appuntamento che accoglie corpi e storie di vita. In assemblea è stato detto: «ci viene tolto uno spazio in cui possiamo essere noi stessə». L’Angelo Mai è contrario alla proposta di società solitaria, moralista ed egoista che avanza in questo paese, la stessa imposta dalle destre nel resto del mondo.
L’Angelo Mai è un luogo che propone una permeabilità assoluta di punti di vista e relazioni e non si limita a determinare un modello esistente ma chiede di immaginarne di nuovi, insieme.

Si può parlare di sostenibilità economica di una visione?
Luoghi come l’Angelo Mai non nascono per essere (auto)sostenibili. Per rispettare la funzione che hanno, non fanno profitto, perché qui la regola del Capitale è messa da parte. La loro fragilità è determinata innanzitutto dalla mancanza di finanziamenti strutturali sostenuti dalle istituzioni, questo è il primo punto, ed è fondamentale affinché si capisca cosa siamo: la nostra fragilità economica determina la nostra fragilità sistemica. Per noi la sopravvivenza è sempre stata, ed è tuttora, molto faticosa e le economie non bastano mai. Per mantenere l’Angelo Mai un luogo libero, con spazi di tempo da rimodulare continuamente in base a ciò che può accadere – un’assemblea, un’accoglienza improvvisa, un’ospitalità a chi ha perso il proprio luogo d’appuntamento – c’è sempre molto lavoro da fare. Portare avanti le attività di residenza, ricerca, programmazione, produzione teatrale e artistica richiede la partecipazione ai bandi. Per noi è inoltre molto importante organizzare serate musicali, non di tipo commerciale ma performativo (ndr come Merende, Vestalia, LaRoboterie) dove la notte diventa un luogo condiviso e sicuro fuori dal modello machista diffuso; si tratta di eventi con personalità della scena contemporanea nazionale e internazionale che offrono un’idea di socialità opposta a quella delle discoteche, dove la dimensione queer è la principale dimensione di difesa e che non deve essere considerata reato.
A proposito di socialità diversa, e di modalità di abitare i luoghi culturali, secondo te, quanto gli spazi pubblici possono sopravvivere senza che questi diventino spazi pubblici di consumo culturale?
I nostri spazi non sono pubblici né privati, sono spazi del comune – e non intendo l’amministrazione della città! -, e cioè spazi in cui vive l’idea del comune, del mettere in comune, dell’inventare in comune ovvero della e delle comunità. Sono luoghi in cui le pratiche sociali possono produrre campi del sapere che non solo fanno apparire oggetti e concetti nuovi, ma fanno nascere anche soggetti completamente nuovi. Questo è un aspetto determinante che ci aiuta a comprendere quanto si stia cercando di annullare definitivamente gli equilibri tra le diverse nature dei luoghi. Cosicché, nel nostro sistema capitalistico, lo scontro tra privato e pubblico si assottiglia sempre di più soffocando i luoghi estranei alla dittatura del consumo.

Contestualizzando le categorie di pubblico e privato nel concreto del nostro discorso, ti chiedo, cosa pensi sia, ancora, pubblico?
Tutto ciò che è pubblico in Italia esprime oggi poco senso di responsabilità rispetto all’andamento del mondo. Mi vergogno moltissimo della gestione pubblica del teatro ridotta a una condizione di irresponsabilità e sfruttamento di privilegio che quei luoghi istituzionali detengono. Ciò che è pubblico oggi non sembra avere più la capacità di essere riferimento culturale, partecipando da molto tempo alla crisi assoluta in cui ci ritroviamo. È avvilente quanto poco coraggio ci sia stato a proteggere il ruolo delle istituzioni culturali in maniera diffusa nel nostro paese e non solo riguardo all’Angelo Mai.
Abbiamo parlato di questa città, e penso quindi alle mobilitazioni degli ultimi mesi, e anni; alla militanza dell’assemblea permanente “Vogliamo tutt’altro” ma anche alle sacche di privilegi e alle rispettive contraddizioni. Secondo te, qual è il presente culturale di Roma?
Roma è sempre stata, e sempre sarà, un laboratorio politico, e in quanto ciò vale dunque sia per i movimenti dall’alto che dal basso. Dobbiamo però creare un’agorà in cui la discussione resti sempre orizzontale e possa mettere insieme le lotte di questa città, esperienze che sanno cosa significa lavorare per costruire quello che definiamo “comune”. Solo in questo modo si è pronte all’interlocuzione con figure istituzionali. Non sono contraria a quel tipo di dialogo, fa parte della gestione democratica di una città dove le esperienze delle realtà indipendenti sono linfa preziosa. Credo che questo possa, e debba, essere il nostro antidoto e deve esserlo anche nello specifico per l’avanzamento artistico e culturale di Roma. Intanto stiamo procedendo con l’azione legale per il dissequestro insieme al Comune di Roma, proprietario dello spazio che già nel 2007 ristrutturò parzialmente per affidarlo al nostro collettivo, nonostante quella preassegnazione non sia mai stata ultimata. Non conosciamo i tempi che comporterà e a quanto precisamente ammonteranno le cifre per l’adeguamento dello spazio. In questa fase l’aiuto materiale che ci sta giungendo dal crowdfunding è una grande testimonianza di agorà, appunto, e di affetto, che ci sprona a fare il possibile affinché questo prossimo autunno sia luminoso.
Lucia Medri
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