Dalle avanguardie storiche a deep pressures, la 56esima edizione del festival guidata da Tomasz Kireńczuk si interroga sulle urgenze del presente. I lavori di Jana Jacuka, Katerina Andreou e Mélissa Guex. Su Cordelia altre recensioni da Santarcangelo.
Nel Primo manifesto Dada tedesco (1918), Richard Huelsenbeck scrive: «Gli artisti migliori e più straordinari saranno quelli che ogni ora si strappano gli stracci dal corpo, dalle folli cataratte della vita; che, con mani e cuori sanguinanti, si aggrappano alla comprensione del loro tempo. Restar seduti anche solo un istante sulla sedia, mette la vita a repentaglio». È uno degli estratti che il regista e artista tedesco Julian Rosefeldt sceglie per la video installazione Manifesto (poi anche adattamento cinematografico), attingendo ai testi dei manifesti di avanguardie e movimenti tra cui il Dadaismo, il Situazionismo e Dogma ’95. Realizzata nel 2015, in soli undici giorni – e commissionata dall’ACMI – Australian Centre for the Moving Image di Melbourne, dall’Art Gallery of New South Wales di Sydney, dalla Nationalgalerie – Staatliche Museen zu Berlin e dallo Sprengel Museum di Hanover – nel 2019 viene presentata anche a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni: tredici schermi sui quali vengono proiettati simultaneamente il prologo e i dodici capitoli (affidati all’interpretazione di Cate Blanchett) che compongono il progetto (leggi anche l’articolo di Antonio Capocasale e Lucia Medri). Nelle stesse date, lo spazio espositivo ospitava anche la mostra Il corpo della voce: centinaia di foto, video, materiali di archivio, carteggi, per raccontare la straordinaria sperimentazione artistica che, sulla scia delle avanguardie artistiche del Novecento, hanno visto protagonisti Carmelo Bene, Cathy Berberian e Demetrio Stratos. Parola, voce, movimenti e rivoluzioni.
È proprio nel potere trasformativo della parola e nella ricerca della sua dimensione sonora più profonda e significante, insieme all’assoluta centralità del corpo, che intercettiamo le caratteristiche elettive dei percorsi performativi presentati nei nostri sei giorni di permanenza a Santarcangelo Festival. Giunto alla 56esima edizione – l’ultima che vede la direzione artistica, per il quinto anno consecutivo, del critico teatrale e drammaturgo polacco Tomasz Kireńczuk, prima dell’inizio del prossimo mandato, per il triennio 2027/2029, affidato a Luigi Noah De Angelis, regista, filmmaker e musicista – il festival costruisce un’articolata mappatura di voci e corpi dove confluiscono sperimentazione e impegno politico. Una sorta di call to action contemporanea (così come Rosefeldt definiva Manifesto), un invito alla condivisione di una medesima lotta, all’aderenza profonda con il reale, all’acquisizione di strumenti utili alla comprensione e all’interpretazione delle laceranti complessità del presente. Non a caso il titolo scelto per questa edizione è deep pressures che – come sottolinea Giovanni Boccia Artieri, Presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri – definisce il peso delle ambivalenze storico-culturali della nostra epoca e, al contempo, vuole essere un’esortazione a percepirne le drammatiche criticità e a «non sottrarci alla durezza del tempo che abitiamo, non renderla astratta, non guardarla da lontano e, insieme, provare ad attraversarla andando più a fondo».
Una programmazione densissima, oltre trenta compagnie italiane e internazionali, workshop, live concert, talk, e numerosi spettatori e spettatrici, una vera e propria comunità in cammino («restar seduti anche solo un istante sulla sedia, mette la vita a repentaglio», appunto) per raggiungere i diversi punti della cittadina trasformati, per l’occasione, in spazi scenici. Come fossero stazioni, punti di arrivo a partire dai quali rinnovare il proprio sguardo sul mondo, contrastandone le forme fisse e congelate (come ascoltiamo nell’epilogo di Manifesto) mediante pratiche artistiche e nuove visioni in grado di ribaltare vecchi schemi e percezioni, per liberarsi del «fardello sempre più pesante addosso a coloro che lavorano con le mani e con l’intelletto» (come cita uno dei testi del Manifesto del Situazionismo). Nei lavori degli artisti e delle artiste ospiti a Santarcangelo rintracciamo, seppur con esiti performativi diversi, una profonda attenzione alle questioni più urgenti della nostra epoca. Sorprende la rilevanza attribuita al dialogo tra soggettività, collettività e sfondo: i movimenti agiti dai performer non rivelano alcun sentimento di spaesamento, bensì una radicale ed epidermica esperienza col mondo, generativa di risposte e possibilità. Per citarne alcuni, pensiamo a KMs OF RESISTANCE di Mehdi Dahkan, visto al Parco Baden Powell, a BOW di Wojciech Grudziński, andato in scena a Piazza Ganganelli; a CLAP & SLAP di Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev, a In relation to whom? di Marah Haj Hussein e Nur Garabli e a Homem Novo di Yuck Miranda (questi ultimi affrontano, in particolare, tematiche legate a specifici contesti quali la rivoluzione bielorussa del 2020, il genocidio in Palestina e le eredità del colonialismo in Mozambico, ampliandone contorni e prospettive di indagine).
Tra i luoghi attraversati dal festival di Santarcangelo, c’è anche l’ITSE Molari, che ha ospitato le perfomance più interessanti presenti all’interno della prima settimana di programmazione, da HA di Jana Jacuka, a Joyaux Lourdement Sous-estimés di Bast Hippocrate a SHOUT TWICE di Katerina Andreou e Mélissa Guex. HA è la nostra prima visione al festival, e all’ingresso di una delle palestre dell’Istituto scolastico, Jana Jacuka ci attende con la cordialità che solitamente viene riservata agli ospiti che si apprestano a trascorrere insieme una piacevole serata. E, una volta seduti in platea, attendiamo il suo arrivo: dinanzi a noi, uno spazio scenico dominato dal bianco, in netto contrasto con l’abito nero (pantaloni e camicia) indossato dalla coreografa e performer lettone. Ci osserva a lungo, ma probabilmente soltanto per qualche minuto. Senza fretta. Mentre tutto quello che avevamo intuito come ‘rassicurante’ muta forma e senso, man mano che Jacuka, con iniziale compostezza (che richiama la fissità del corpo di Cate Blanchett in alcuni momenti di Manifesto di Rosefeldt) elenca azioni ed eventi quotidiani, seguiti da uno o più ‘ah’: una risata – un meccanismo di difesa per mettersi al riparo – talvolta ironica, altre volte dissacrante, distorta, anche mediante l’utilizzo della tecnica del fry scream. L’indagine sulla voce deforma la parola, e anche il corpo pare scomporsi assecondando la ricerca sonora e allargando sempre più la crepa, per andare a vedere cosa si nasconde oltre l’apparente e non sempre rassicurante ordinarietà delle cose: ritrovarsi in una stanza buia con qualcuno, scivolare correndo giù per le scale, «un amico di un amico mi ha messo un braccio intorno alle spalle / ah», «mi sento insicura ma faccio / ah ah ah», fino a «sparire nello spazio / ahah», indugiare con lo sguardo sulle «increspature sul pavimento / ahah», fare qualcosa che non si ha voglia di fare, «il 2026 / ah», «salutare qualcuno che non ci ha visto / ah», vedere qualcosa di insolito e non riuscire a spiegarlo. La straordinaria ricerca vocale di Jacuka, classe 1995, definisce lo spazio, lo ingloba, descrivendone elementi reali e mantenendo costantemente vivo il dialogo col pubblico: «spazio vuoto / ah», «pavimento bianco / ah», «pubblico / ah», «prima fila / ah», «sedie / ah», «gambe incrociate / ah» «ultima fila / ah», «spazio dietro di voi / ah», «canestro / ah», «spazio dietro di me /ah», «schermo / ah», «bianco / ah»; l’attenzione passa poi alla voce come strumento, come indagine sonora, viscerale («diaframma /ah», «voce /ah», «suono /ah», «respiro /ah», «aria / ah», «bocca / ah»). Lingua e gola e viscere divengono le «porte di passaggio per la fabbricazione di quella parola che, alla fine, la voce suonava» come scrive Chiara Guidi ne La voce in una foresta di immagini invisibili, una voce che abita lo spazio, quello tra la performer e il pubblico. Luce piena, corpo e voce. Tutto è illuminato in questa messinscena essenziale, frutto di una lunga ricerca per la quale Jacuka dichiara di essersi ispirata ai lavori di artiste come Stina Fors (A Mouthful of Tongues, Short Theatre 2024), Mette Edvardsen (No Title), Alma Söderberg e Meredith Monk, di cui esplora le incredibili tecniche vocali e lo studio sul linguaggio. Jacuka agisce sullo spazio interno ed esterno, ne spalanca i confini, e il movimento diviene anch’esso uno strumento per stanare la voce o per richiamarla a sé, amplificandone consistenze e modulazioni.
Nella mia ultima serata a Santarcangelo faccio ritorno all’ITSE Molari per SHOUT TWICE di Katerina Andreou e Mélissa Guex. Lo spazio, la medesima palestra in cui era andato in scena HA, è occupato ora da un palco centrale, attorno al quale il pubblico si dispone, in piedi, lungo i suoi quattro lati. Non vi è più traccia di bianco. Andreou e Guex danzano facendosi largo tra la folla, una vera e propria incursione nello spazio (il nostro) che istintivamente ci spinge a guardarci le spalle. Il movimento delle due performer è energico, il corpo è una forza reagente che muove all’azione. L’esplorazione del movimento nello spazio, sostenuto anche dall’energia del ritmo delle danze contemporanee e tribali, è sorretta da una partitura drammaturgica, anche sonora, che procede per frammenti, talvolta definiti e segnalati da un buio improvviso, quasi una dissolvenza che decreta il passaggio a un agire nuovo. Lo strumento voce riverbera, più volte, tutt’intorno, in una potente esplosione vocale che si traduce in urlo poetico e rivoluzionario. Andreou e Guex invitano più volte il pubblico ad avvicinarsi al palco, a prendere parte a quel movimento. L’utilizzo di oggetti di scena, di parrucche colorate, di copricapi luccicanti e di strumenti musicali come l’armonica a bocca, il triangolo o le corde con dischetti tintinnanti, danno vita a un gioco teatrale che ci trasporta sorprendentemente sotto un cielo stellato: una possibilità rara di fare esperienza del proprio sentire. Il teatro diventa una festa, una piazza che esplode in un rito sociale e collettivo, una forma di resistenza, manifesto esso stesso nell’invocare, mentre si tende al nuovo, anche un ritorno alle origini. Il taccuino l’ho abbandonato da tempo, rapita da quel vorticoso movimento, soprattutto interno, delle due coraggiose e appassionate artiste nelle quali mi sono imbattuta lungo il cammino, una rievocazione tutta al femminile delle compagnie itineranti dei musicisti girovaghi di metà Ottocento, i Lautari, raccontati dal regista moldavo Emil Loteanu nell’omonimo film del 1972. C’è luminosità nel buio. Gioia e rivoluzione, come il titolo di un brano interpretato da Demetrio Stratos: «Nei tuoi occhi c’è una luce/ che riscalda la mia mente/ con il suono delle dita/ si combatte una battaglia/ che ci porta sulle strade/ della gente che sa amare». Che spettacolo!
Giusi De Santis
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giusi De Santis
Source link

