Il tempo e la pazienza sono il metodo di Dio


In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

In queste domeniche ci vengono proposte alcune parabole di Gesù contenute nel Vangelo di Matteo. Le parabole non sono mai così immediate come possono sembrare a una prima lettura, seppur attingano a immagini semplici, popolari e quotidiane, accessibili a tutti. Quando mi sono messo a riflettere sul Vangelo ho pensato che ci sono tanti di noi (e io mi metto dentro questa categoria) che sono degli inguaribili idealisti. E non penso sia un limite. Ci capita di idealizzare certi inizi, certe esperienze, certe realtà, certe relazioni. Eppure, spesso l’idealizzazione di qualcosa e di qualcuno può nascondere una buona dose di ingenuità, perché poi la vita e gli eventi smascherano inevitabilmente alcune dimensioni e alcune esperienze. Questo mi porta a agganciarmi alla prima parabola del Vangelo quando, parlando del “regno dei cieli”, Gesù lo paragona a «un uomo che ha seminato del buon grano nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò». Quindi, posso affermare che se anche una realtà alta e grande come il regno dei cieli può essere minata dalla presenza della zizzania, a maggior ragione le nostre realtà devono convivere con questo rischio.

C’è un particolare della parabola che mi colpisce e cioè che la zizzania venga seminata dal nemico mentre tutti dormono. Il rischio che corriamo come singole persone o come comunità cristiane è quello di “addormentarci” nella vita, di perdere la consapevolezza della realtà. Infatti, proprio quando la coscienza dorme, c’è il rischio di lasciare maggiormente la libertà al nemico di agire. Tuttavia, come scrivevo all’inizio, questo Vangelo ci libera dalla tentazione di pensare il mondo, la comunità, le relazioni in modo idealistico. Proprio perché arriva il momento del disincanto, in cui ci si accorge che il male e la negatività sono presenti nel “campo” della vita, allora Gesù ci libera dalla tentazione impulsiva dei servi di andare a togliere e a eliminare la zizzania.

Quando sorge un problema
e lo individuiamo, la strada è forse quella di eliminarlo? Il primo passo da fare è cambiare lo sguardo, il nostro modo di guardare il mondo e gli altri destrutturando il rischio di dividere le persone, le situazioni in grano e zizzania, buoni e cattivi, noi e loro, puri e impuri. Spesso noi ci accostiamo alla realtà usando queste categorie e marcando queste contrapposizioni, volendo eliminare o estirpare ciò che per noi rappresenta una minaccia o un problema. Uno sguardo diverso ci porta a un approccio più realistico, ci porta a porci nei confronti del bene e del male in modo più paziente e sapiente e non agendo mai per impulsività.

«Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura»: siccome all’inizio della crescita non si riescono a distinguere in modo chiaro il grano e la zizzania in quanto simili, così più che metterci a fare la guerra e a eliminare è necessario concedere tutto il tempo opportuno per guardare, capire e discernere fino al momento in cui le cose maturano e solo allora puoi dividere e raccogliere il grano. Spesso è la fretta a ingannarci: riflettiamo su quante cose che pensavamo essere grano poi si sono rivelate inquinanti; altre che pensavamo essere un problema invece sono diventate delle opportunità. Sento, quindi, che questa prima parabola ci invita a una conversione di sguardi, di approcci e di metodo: cioè ad accostarci al campo del regno, della nostra vita, delle nostre relazioni come il padrone che ha fiducia che sarà il grano buono a prevalere. Anche a una conversione del nostro linguaggio: perché spesso la tentazione immediata di dividere il mondo e le persone in modo approssimativo o ideologico ci impedisce di vedere in che modo il Signore instaura il suo regno qui in mezzo a noi e svela realtà insperate di buon grano, al di là di ogni nostro steccato morale o identitario.

Prendendo in considerazione le altre due brevi parabole del Vangelo, quelle del “granello di senape” e del “lievito”, sento un ulteriore passo per una conversione nel pensare e nell’accostarci alla realtà di Dio, al regno dei cieli. Spesso noi corriamo il rischio di pensarlo come qualcosa di grandioso o di vistoso, che esprime potenza. Il regno dei cieli è qualcosa di piccolo all’inizio, quasi invisibile come un granello di senape: eppure, se va creduto, custodito e fatto crescere può diventare nel tempo il più alto di tutte le piante dell’orto. Così come il lievito: nel nascondimento e nella costanza di una donna che impasta ha la potenzialità a poco a poco di far lievitare tutta la pasta e la realtà. Quanto è pedagogico entrare in contatto con queste immagini così semplici e disarmanti, perché ci aiutano a spogliarci da quelle aspettative inopportune, dai linguaggi poco evangelici, dall’ossessione di voler rivendicare un’immagine di grandezza che non si accorda con il cuore di Dio. E allora, vogliamo accogliere queste parabole come un invito a saper aspettare e ad attendere, ad avere pazienza, a dare fiducia al bene, ai piccoli semi, alle realtà invisibili, perché saranno sempre il tempo e la costanza a rivelare la verità di molte cose.


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 Andrea Canton

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