Recensione. Al Festival IRA di Soverato il nuovo lavoro di Silvia Gribaudi (che non è in scena), per un quintetto d’assalto tutto femminile, mette in forma un discorso anche di dissidenza.
Ovunque lavori in corso: la stagione estiva sarebbe già iniziata ma qui ancóra si dispongono arredi, si sistemano assi, si intensificano rifiniture. Non è ritardo, è solo che qui nessuno corre. In un territorio in cui la mobilità (storicamente d’emigrazione) è inquieta (secondo la nota antropologia dell’erranza coniata da Vito Teti), chi resta resiste, e costruisce, senza le mediazioni imposte dalla fretta, dal consumo. Ma più secondo le derive inquiete dell’attesa. A Soverato, in provincia di Catanzaro, si è svolta la seconda edizione di IRA Festival, «progetto di riequilibrio territoriale che vuole avvicinare la Calabria al resto d’Italia e d’Europa», pensato e curato da Pietro Monteverde insieme a Settimio Pisano. In questo fortunatissimo ponte gettato sul futuro, la danza e la performance ridisegnano gli itinerari urbani in una circolarità generativa che trasforma lo spazio pubblico in un progetto strategico capace di mettere alla prova le temporalità delle pratiche, dei processi e delle opere. Da qui, perfetta la scelta di alternare produzioni già compiute a open studio, esiti di residenze, processi creativi appena nati e in cerca di interlocutorî e sostegni.

Sono menadi, amazzoni, valchirie, forse pure baccanti o possedute, spiritate, tarantate, o anche solo cinque furenti figure femminili listate a lutto, elegantissime, senza doglianza né compianti ma invece invasate di un ritmo martellante e gioioso che le emancipa. Senza compromessi, senza contropartita. Non spintonano per affermare la propria singolarità, eppure la loro presenza si espande chiara e distinta per tutto il palco, ma poi anche oltre la platea, come forse per tanta irruenza inevitabile. Amazzoni di Silvia Gribaudi (che non è in scena) è una prova coreografica assai ben riuscita, insieme alle straordinarie danzatrici Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme e Vittoria Caneva. È un assalto al proscenio, una rincorsa circolare tra l’ombra il buio la luce e il chiaroscuro, un assalto sempre frenetico, sempre per falcati passi, per gesti netti e nerboruti, sempre secondo un ordine che non confonde mai, che non si sfalda né si indebolisce. La musica elettronica di Matteo Franceschini pure gioca qui un ruolo importante. È una bella pova di scrittura coreografica questa di Gribaudi, che tocca corde per lei inattese e crea spazî e movimenti con disegni capaci di tenuta. È chiaramente la scena di una battaglia, ma senza ricatti dialettici né derivati proclami politici: qui tutto è fuori misura, non ci sono mediazioni.
Le interpreti sono una vera potenza con l’aggravante felicità di divertirsi moltissimo: lo spreco delle forze sembra compensato da una complicità circolare che regge tutto un intero immaginario (e così si costruiscono nuovi mondi). Anche la dimensione verbale è più sobria, ma non meno mordace ed efficace nel rivendicare, elencandoli, tutti gli epiteti che sessualizzano, oggettificano, e squalificano i corpi di tutte. E in questa litania al microfono che prima si passano mute poi quando la parola prende il sopravvento, l’ironia aperta e sbracciata delle interpreti in pratica aggiorna la lista, si riappropria di questo linguaggio triviale e pecoreccio mettendolo in voce e ribaltandolo in una parodia capace di consapevolezza. Letteralmente facendolo scoppiare. E qui anche i corpi esplodono, perdono i freni, si espongono anche a mille fragilità, mille incombenze moderne: la platea è raggiunta, l’eros necessario è rivendicato e cercato (non tanto tra il pubblico, ma sul bracciolo di una poltrona… fra risate mai trattenute): qui tutto spiazza, scende in piazza e viene messo in piazza. Così l’ingiuntiva raccomandazione di fare piano (pure negli applausi) perché in camerino un figlio (Ettore!) dorme, pone la questione della maternità che è zero tutelata nel sistema danza, ma posta così, con l’intelligenza rapida e fondamentale di un affondo di fioretto.

Anche lo styling di Ettore Lombardi perfettamente centrato in un elegante nero lutto, è solidale con la dimensione fisica e carnale di questo quintetto d’assalto che scappa da ogni parte. Questa comunità che si crea a partire dai costumi rendono Amazzoni un lavoro che ha fiducia nei mezzi del teatro. Pur assente, non è questo di Gribaudi un lavoro di rinuncia, anzi. Vi è una lunga sezione conclusiva, piena di danza e di disegno e di ritmo musicale, molto ben tenuta e portata a compimento. Qui Gribaudi, sembra voler portare a compimento, in termini coreografici, un discorso anche di dissidenza. Secondo certo i suoi modi performativi e secondo i suoi saperi e le sue ricerche, ma mi chiedo anche se avrebbe forse potuto disintegrare quel nero che lega e in fondo costringe (determinandola) questa scena, con una mossa più queer e meno danzata: in fondo qui non si tratta tanto di donne guerriere né solo di femminile, ma di una questione culturale più vasta che investe (spesso uccide, perché le parole non sono mai neutrali) quei corpi che non pretendono di essere, non sopportano alcuna costrizione, etichetta di identità, passpartout al vivente. Chiedono solo di restare.
Stefano Tomassini
Giugno 2026, Ira festival, Soverato, Teatro Comunale
Amazzoni
concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
assistente alla coreografia Francesco Dalmasso
consulenza artistica Matteo Maffesanti
creative producer Mauro Danesi
comunicazione Chiara Fabene
ufficio stampa Simona Nordera
amministrazione Claudia Casalini / Zebra
produzione Associazione Culturale Zebra (IT)
coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)
con la collaborazione e il sostegno di stARTfestival – Bayer Kultur – Leverkusen (DE), Théâtre Molière – Sète, scène nationale archipel de Thau (FR), l’Oiseau-Mouche- Roubaix (FR), Istituto Italiano di Cultura di Oslo, DansiT Koreografisk Senter (NO) nell’ambito del progetto Italy-Norway Dance Residencies coordinato e sostenuto da NID Platform, MiC, PAHN_Performing Arts Hub Norway, Istituto Italiano di Cultura di Oslo e Reale Ambasciata di Norvegia a Roma
con il sostegno di MiC – Ministero Italiano della Cultura
Silvia Gribaudi è artista associata a Le Gymnase CDCN Roubaix (2024-2026) e presso il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (2025-2027)
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