La maggioranza di Governo accelera sulla nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire che ci sia un vincitore, il giorno dopo le elezioni. La minoranza dice no a ipotesi di dialogo con il centrodestra, e promette una dura opposizione. Al tempo stesso, il centrosinistra si prepara alle probabili primarie.
Il disegno di legge, in discussione in Parlamento, prevede un premio di maggioranza (che scatta al 42 per cento dei voti) per la coalizione vincente, l’indicazione del nome del candidato premier nella scheda e infine dice no, ancora una volta, al ritorno delle preferenze, con un doppio sistema di liste bloccate.
In realtà, il disegno di legge, condivisibile nel suo obiettivo di massima, contiene diversi punti problematici, anche a livello di costituzionalità. Ad affermarlo, Stefano Ceccanti, già parlamentare, docente di Diritto costituzionale all’Università la Sapienza di Roma.
Professore, una nuova legge elettorale appare opportuna? O ha ragione chi dice che l’Italia è l’unico Paese al mondo a cambiare la propria legge elettorale così spesso?
«Sono vere entrambe le cose. Non è opportuno cambiare la legge elettorale così spesso, però quella attuale crea problemi seri. Se le assegniamo le due classiche finalità, ossia consentire di scegliere una maggioranza di Governo, compreso il presidente del Consiglio, e i propri rappresentanti, quella attuale non risponde né all’una né all’altra. Quanto alla prima finalità, quello che è successo nel 2022 è una casualità ben difficilmente ripetibile: una coalizione molto più grande delle altre, frammentate tra loro, di norma non c’è e non ci sarà. Le due coalizioni, oggi, hanno consensi dello stesso ordine di grandezza. Si rischia, quindi, una maggioranza molto ristretta o inesistente, con partiti che non vogliono stipulare altre alleanze dopo il voto. L’esito più probabile sarebbero elezioni ripetute. Quanto alla seconda finalità, le liste bloccate e i collegi uninominali troppo ampi della legge Rosato non garantiscono un rapporto reale dei cittadini coi rappresentanti».
Una legge che decida con più chiarezza chi vince e chi perde è, quindi, comunque auspicabile?
«Sì, perché non disponiamo di un’alternativa efficace, ossia partiti così flessibili da costruire alleanze dopo il voto secondo le convenzioni costituzionali chiare praticate nelle democrazie parlamentari più consolidate, ossia attribuendo la carica di primo ministro al leader proposto prima del voto dal partito più votato. Non a caso, per comunali e regionali abbiamo dagli anni Novanta sistemi che designano un chiaro vincitore. L’elettore deve essere arbitro della scelta del Governo, come voleva Roberto Ruffilli».
Il centrodestra viene accusato di farsi la legge “da solo”. È così? In ogni caso, si può dire che questa proposta sia fatta per favorire uno schieramento?
«Sia la maggioranza sia le opposizioni vivono di opposte propagande, che conviene lasciar perdere. Una riforma che, a determinate condizioni, faccia vincere chi ha più voti obiettivamente non favorisce, a priori, nessuno. Caso mai, il difetto della maggioranza è un altro, che sembra non considerare che ormai, dopo il metodo di accesso rapido alla Corte costituzionale inaugurato dall’avvocato Besostri, la legge elettorale arriva alla Corte costituzionale prima di essere applicata. Dovrebbe, quindi, prestare maggiore attenzione alle critiche più condivise, relative alla costituzionalità di alcuni punti specifici».
Tra i nodi problematici, il premio di maggioranza… quello proposto rischia di rendere la legge incostituzionale?
«La Corte ha legittimato un premio che arrivi al 55 per cento dei seggi, in modo da poter governare ma senza poter appropriarsi degli organi di garanzia. Ora il premio è sceso, ma escludendo dal computo i seggi ottenuti nel Trentino Alto Adige e in Val d’Aosta (oltre al voto estero, ma quello è giusto) si è, comunque, sopra il 55 per cento. Inoltre, sono esclusi anche i voti espressi in queste regioni per determinare il vincitore sul piano nazionale, una lesione gravissima del principio del voto uguale; gli elettori voterebbero solo per i propri parlamentari e non anche per chi debba avere il premio, a differenza del resto d’Italia».
L’altro punto divisivo è la scelta dei parlamentari: liste bloccate, collegi uninominali, preferenze… come la vede?
«La Corte ha legittimato le liste bloccate purché corte. Qui, però, le liste bloccate diventano due: a quella di partito se ne aggiunge una di coalizione per il premio. Le preferenze non sono, però, una soluzione: nel contesto dato, si prestano a un’espansione del ruolo del potere giudiziario, perché, dopo aver abolito l’autorizzazione a procedere, si sono inseriti nel codice penale reati generici come quello di voto di scambio e il traffico di influenze, che hanno un confine molto labile tra attività lecite e illecite per ricercare preferenze. C’è una terza via, il collegio uninominale proporzionale, che si è usato nelle province dal 1993, insieme al premio di maggioranza. Usiamo quello».
Qualcuno ha fatto notare che una legge come questa può funzionare nel caso di un sostanziale bipolarismo. Stabilendo, però, un tetto, per far scattare il premio, qualche forza politica potrebbe essere tentata di sganciarsi, per provare a essere l’ago della bilancia? È quanto sostiene, per esempio, un esperto di leggi elettorali, come il prof. D’Alimonte.
«Il problema è persino più grave: in un sistema polarizzato l’ago della bilancia non c’è e si vota a oltranza. Per me, si potrebbe alzare ulteriormente la soglia anche oltre il 42 per cento, ma andrebbe reinserito il ballottaggio in modo da determinare comunque un vincitore. Alzare la soglia senza avere il ballottaggio porta alla proporzionale pura e all’avvitamento del sistema».
L’indicazione del nome del candidato premier, dovrebbe, o potrebbe, portare a una sorta di istituzionalizzazione delle primarie, come già avviene in alcuni Paesi (in questo caso presidenzialisti), per esempio in Sudamerica?
«Sarebbe preferibile istituzionalizzarle come facoltà, non come obbligo. Però, in concreto, per il centrosinistra italiano per le prossime elezioni politiche, dato che la questione della leadership è aperta e che non c’è un criterio alternativo condiviso, mi sembra che siano uno strumento, comunque, inevitabile. Stante la frammentazione della coalizione, andrebbero celebrate a doppio turno, come nel 2013, per la primaria Bersani-Renzi. Prima si conviene su questa scelta, meglio è, anche perché con la prospettiva realistica di elezioni politiche anticipate di pochi mesi nel marzo-aprile 2027, è sbagliato lasciare un vantaggio competitivo alla maggioranza, che ripresenta Giorgia Meloni».
Il Piano Casa passa al Senato, voto entro il 6 luglio
165 voti favorevoli, 11 contrari e 5 astenuti hanno dato il via libera, a inizio settimana in aula, alla Camera dei Deputati, al Piano casa promesso da Giorgia Meloni a inizio anno. Il provvedimento, che ora passa al Senato dove deve essere approvato entro il 6 luglio, rende disponibili circa 100 mila alloggi nell’arco di dieci anni, intervenendo sia sul patrimonio pubblico esistente sia sulla nuova edilizia sociale. Il primo pilastro riguarda il recupero di circa 60mila alloggi di edilizia residenziale popolare (Erp) oggi non assegnabili perché bisognosi di manutenzione e ristrutturazione. Già individuati fondi per un miliardo di euro, ma la novità consiste nel coinvolgimento di investitori privati nella realizzazione del piano. Bagarre prima del voto tra opposizione e vannacciani che generalizzando su nomi stranieri ha rivendicato la battaglia “prima la casa agli italiani”.
Maggioranza? Il premio dipenda dall’affluenza
Resterà purtroppo solo un’intelligente provocazione, ma merita di essere segnalata la proposta in base alla quale l’attribuzione del premio di maggioranza – cardine della riforma elettorale – dovrebbe essere subordinata al raggiungimento di una significativa percentuale di affluenza alle urne.
Un grande numero di cittadini votanti, infatti, offrirebbe una maggiore garanzia di legittimità e consenso a un Governo che nascesse grazie a un generoso premio di maggioranza – oggi parte centrale del nuovo progetto di legge elettorale in discussione in Parlamento – posto in nome della stabilità dei futuri Esecutivi.
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Andrea Canton
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