I
n un mondo che si dice complesso e complicato, difficile da comprendere e attraversato da radicali contraddizioni non fa per nulla male recuperare la figura di un eclettico per eccellenza, sempre in disaccordo con il mondo e in particolare con sé stesso, ma capace di intuizioni che hanno rivoluzionato la cultura contemporanea e in particolare quella cinematografica, di cui fu il più grande pioniere e teorico.
La figura di Sergej Ejzenštejn è infatti complessa, stratificata e capace di far perdere al lettore ogni riferimento plausibile; Ejzenštejn fu tutto il cinema moderno e la sua negazione, fu rivoluzionario e conformista, eretico e allineato. Definire quindi semplicemente Ejzen. Opera buffa (2026, traduzione di Claudia Zonghetti) come una biografia romanzata appare quasi un’ingenuità rispetto al lavoro di scavo e decrittazione compiuto negli anni dalla scrittrice tatara Guzel´ Jachina sulla vita del grande genio lettone. Jachina è autrice di tre romanzi di cui due già tradotti in italiano, Zuleika apre gli occhi (2017) e Figli del Volga (2021), che affrontano la storia russa e il suo rapporto con la rivoluzione d’ottobre e in particolare con l’ideologia sovietica che porrà una sorta di tappeto (polveroso) sulle diversità dei popoli, che si ritroveranno, più ancora che con lo zar, sotto il dominio di un unico potere.
La bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi.
Scavare e riportare alla luce la molteplicità di quel mondo che da Occidente appariva (e appare ancora oggi purtroppo) oltre che inscalfibile, vergato solo di rosso è una delle qualità che più definiscono l’agire letterario di Guzel´ Jachina, a cui si aggiunge nel caso di Ejzen. Opera buffa una capacità mimetica straordinaria, che riprende in altro modo i concetti visivi del regista di Riga per riposizionarli sulla pagina scritta. Non va infatti immaginato il romanzo come una classica ricostruzione biografica con l’aggiunta di elementi sentimentali, anzi la bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi: “la macchina da presa di Tisse valicò ‒ letteralmente, nel senso fisico del temine ‒ i limiti abituali della cinematografia . Prese il volo. Un volo precipitevole e bizzoso. Si librava sopra le teste delle persone, si avvicinava per fissarle, si allontanava godendosi la plasticità del fiume umano che scorreva giù per la scalinata del porto fino alla riva”.
Far esplodere il cinema, urla come fosse un obbligo necessario Vertov. Il grande schermo bianco viene immerso nella medesima ondata popolare della rivoluzione. Il senso per la massa, l’uomo massa che sembra cogliere per la prima volta nella storia il senso della propria appartenenza. Un urlo diffuso, un piacere ancestrale, una liberazione voluta e inseguita per millenni che coglie ora la gioventù agli albori del Novecento. Difficile aderire alla realtà e anche a molta retorica successiva e non avvertire il senso di un movimento superiore che fu nell’anima delle persone e che Sergej Ėjzenštejn arriva a portare su schermo con una forza mai vista fino ad allora. Difficile anche non credere alla rivoluzione quando la rivoluzione appare al cinema. Difficile non farsi attrarre da un movimento che si mostra superiore e determinato, un glorioso avanzare. Un sole dell’avvenire che non fu solo frutto di ideologia, ma che fu un sentimento capace di coinvolgere e far desiderare.
Ed è nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Così ecco che dal piacere, dal godimento prende corpo una paura panica nuova. Un terrore che sembra appartenere a secoli passati e che invece rimbomba ora nelle sale delle torture e degli interrogatori: “Pianse anche Ejzen, impalato in corridoio, in mutande e a piedi nudi; e non erano le lacrime isteriche che quietano l’anima, ma quelle amare degli adulti, quelle che l’anima la prosciugano e fanno stare ancora peggio”.
È nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante.
Il risveglio è terribilmente feroce, ma non c’è via di scampo possibile, non esiste la fuga, ma un ostinato stare, un presente che diviene assoluto all’interno di una lotta nuova. Nel mezzo una nuova possibilità, la chiamata di Hollywood, allora ancora in cerca d’identità e soprattutto pronta a tutto pur di assicurarsi i più grandi registi dell’epoca. Il contratto è ricchissimo, ma le divergenze sono, se possibile, anche maggiori e tutto s’interrompe nell’arco di un anno. Per Ejzen arriva il soggiorno in Messico, il tentativo di un documentario che verrà bruscamente interrotto dalla chiamata di Stalin, la richiesta ‒ inappellabile ‒ è quella di fare ritorno subito a Mosca. Complice il suo girovagare in Occidente, ormai Ejzen è inviso al regime, la sua fortuna inizia ad abbandonarlo e la sua libertà creativa viene messa continuamente in discussione, fino allo sfinimento, fino a lasciarlo sempre più ai margini, malato e fragile:
Dopo l’infarto alla Casa del Cinema, Ėjzenštejn vive altri due anni, ma lui per primo non riesce a chiamarli vita. È sopravvivenza, niente di più. È l’epilogo di un romanzo. Come quando, a riprese ultimate, l’attore non riesce a uscire dal ruolo e resta nel personaggio per qualche minuto ancora, pur rendendosi conto che lo “Stop!” finale è già risuonato e la telecamera è ormai spenta.
Guzel´ Jachina s’inscrive nel solco di una letteratura storica contemporanea che però sceglie l’immedesimazione critica alla ricostruzione strettamente cronologica degli eventi, che qui risultano deformati non tanto nei fatti, ma nell’ottica. Un’espansione che in questo caso traduce in pagina la teoria cinematografica di Ejzen. Un gioco capace di sedurre il lettore, ma che al tempo stesso ‒ riducendo al minimo ogni elemento didascalico ‒ risulta capace di offrirgli un campo di visione amplissimo, che va dal carattere alle idee, all’umanità intrecciata a un’intimità svelata e a una visione politica e pubblica di sé e della sua arte. Un lavoro che richiede precisione e uno scavo d’archivio approfondito insieme a un’ossessione e a un legame affettivo profondo con il protagonista da parte dell’autrice, da cui necessariamente deve poi distaccarsi una volta messo in pagina.
Ed è qui che prende forma un movimento di rispecchiamento dentro al quale inevitabilmente risultano coinvolti anche i lettori. Una letteratura che va ben oltre la narrativa storica e i suoi appiattimenti e che regala personaggi letterari inediti pur originandosi da figure storiche, similmente a quanto accade nei libri di Jean Echenoz o di Edgardo Franzosini. Impossibile non restare così sedotti da una delle figure più enigmatiche e geniali del Novecento, la cui vita non andò oltre i cinquanta anni e che oggi ‒ a quasi ottanta anni dalla sua scomparsa ‒ appare vivida e centrale per comprendere la crisi che sembra attraversare quel mondo come il nostro: “Pensi di farcela tu, di cavartela, di scamparla? Di essere l’unico che riuscirà? Provaci”.
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Giacomo Giossi
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