La radicalità per essere discepoli liberi


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Credo che ognuno abbia un rapporto personale con la Parola, per cui spesso vada in cerca di quei passi che possano in qualche modo consolare, rincuorare, rappacificare con gli eventi e con la vita. Ci sono però Vangeli, come quello di questa domenica, che a una prima lettura possono sembrarci sconcertanti e complessi e ci verrebbe voglia di tacitarli o di nasconderli. Infatti, sono testi che se non interpretati e compresi bene rischiano di essere fuorvianti, di imprigionare nella paura piuttosto che liberare le nostre potenzialità di sequela.
Innanzitutto, la pagina del Vangelo di questa domenica conclude il discorso missionario: tenendo presente questo contesto, possiamo allora comprendere correttamente le parole di Gesù. Sono sicuramente parole esigenti e spiazzanti che fanno nascere perplessità e inquietudini e moltiplicano le domande, soprattutto insinuano il sospetto che il Maestro voglia porsi in concorrenza con gli affetti umani o abbia l’esigenza di voler essere il primo degli amori vissuti, l’assoluto. In realtà, non vi è alcuna competizione: a dire il vero rischia piuttosto di esserci nell’intreccio dei nostri amori umani.

Mi sento di affermare con profonda umiltà che attraverso queste parole forti e queste immagini al Maestro stia a cuore una cosa: se scegliamo davvero di seguirlo e di fidarci di lui, noi siamo chiamati a essere liberi. E lui stesso ci offre una prospettiva esigente e liberante della libertà: ancora una volta Gesù è chiaro con noi che siamo i suoi discepoli, non è l’uomo delle mediazioni, dei facili compromessi, dei giochi al ribasso, degli insani equilibrismi. Gesù non confonde né vende illusioni: è terribilmente, ma anche fortunatamente, chiaro con noi. Infatti, non può che desiderare collaboratori e discepoli liberi o almeno che stanno tentando di esserlo. Innanzitutto, liberi da alcune dinamiche affettive che per qualcuno a lungo andare possono diventare invischianti. In realtà, dobbiamo essere onesti: anche negli affetti più importanti, più prossimi, familiari e intimi si possono insinuare forme di amore poco chiare, ricattatorie, manipolatorie o forme subdole di dipendenza affettiva. Se siamo onesti con noi stessi riconosciamo che nessuno in realtà è pienamente libero, ma in qualche modo porta le proprie ferite, i propri condizionamenti e il bisogno di sentirsi stimato, riconosciuto e amato, sente sulla propria pelle spesso le aspettative e le proiezioni dei legami o dei vincoli più prossimi e familiari. Perciò, seguire Gesù richiede la capacità di andare con verità a guardare il nostro amore e le nostre dinamiche nelle relazioni, quelle che abbiamo subìto e subiamo e quelle che viviamo.

E questo ci porta a chiederci: ci sono forse delle trappole, dei ricatti subdoli, dei bisogni che non ci permettono di darci con autenticità e che condizionano l’esigenza di seguire il Maestro con un amore davvero libero? Inoltre, è importante essere anche liberi dall’immagine e dalle eventuali reputazioni. In realtà, nel modo di porci e di agire, cerchiamo di non dare motivo agli altri di parlare male di noi o di giudicarci. E spesso il giudizio esterno condiziona, a maggior ragione quando per una vita intera abbiamo pensato che dobbiamo essere sempre e solo “bravi e buoni” per non creare problemi o per non dare motivo agli altri di scandalizzarsi di noi. Per questo, Gesù dice: «Chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me». Da frasi simili sono nate e continuano a perpetuarsi interpretazioni fuorvianti, che hanno pesato e pesano sul cammino di fede di tante persone. C’è una mentalità religiosa, infatti, che pensa che sia Dio a mettere la croce sulle spalle delle persone, come se nella vita tragedie, drammi o sofferenze non bastassero. Ritengo questa mentalità religiosa offensiva nei confronti del Dio di Gesù Cristo e anche nei confronti delle persone e delle reali sofferenze che vivono. Gesù, invece, sta parlando di “prendere la croce” (quindi, non è posta sulle spalle da nessuno): questa immagine ci porta a chiederci se siamo disposti a “perdere la faccia” per lui e per il Vangelo, per qualcosa di bello e di vero. Infatti, ci sarà sempre qualcuno che avrà da ridire, da giudicare, che potrà anche perseguitare. Perciò, essere davvero suoi discepoli comporta l’essere liberi dalla convenienza e dalla reputazione, capaci di assumerci la responsabilità e le conseguenze delle nostre scelte.

Un ulteriore passaggio per seguirlo in modo radicale e autentico è essere liberi dagli eventuali calcoli: «Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Per quali ideali siamo disposti a “perdere la vita”? Perdere la vita significa investirla in qualcosa di alto e di vero: perciò seguire il Maestro richiede la capacità di essere disposti a coinvolgerci senza fare calcoli, senza risparmiarci entrando nella logica del “perdere per ritrovare”. Significa lasciare le redini della nostra vita a lui, fidarci e seguirlo consapevoli che la vita ancora una volta saprà sorprenderci e spiazzarci. In fondo, nell’armonia dei due verbi finali del vangelo (accogliere e dare) si snoda il cammino della nostra sequela. Quando sappiamo esserci e diamo in modo disinteressato, ciò che poi ci viene donato è qualcosa di sorprendente e abbondante. Come nella prima lettura: la donna di Sunem dona al profeta Eliseo quello che ha (un letto, una tavola, una sedia, un candeliere) e riceve un figlio.
Alla radicalità evangelica di Gesù, che può in un primo momento anche spaventare, corrisponde un’immagine semplice, tenera e disarmante: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Ciò che mi affascina è il fatto che dare la propria vita o solamente un bicchiere d’acqua fresca a un piccolo, due estremi di uno stesso movimento di apertura e di dono per l’altro, ha lo stesso valore e rivela quanta libertà ci sia nel darci e nel donarci, la cifra della nostra credibilità di veri discepoli e di ogni ricompensa evangelica.


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 Andrea Canton

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