ALESSANDRIA – “Quando sentivo le bombe esplodere intorno a te, mettevo le cuffie, ascoltavo musica e mi rifugiavo in essa”. Negli occhi e nelle parole di Raghad e Jamil è ancora impresso il dramma vissuto da quasi tre anni nella loro terra, Gaza, oltre alla speranza, attraverso la musica, di dare un senso alla loro vita e a quella dei loro cari. I due giovani, di appena 22 e 24 anni, hanno raccontato su Radio Gold la loro storia. Arrivati il 3 giugno al Conservatorio Vivaldi di Alessandria per studiare rispettivamente il liuto e musica elettronica, i due ragazzi palestinesi fanno parte di quel gruppo di studenti di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica accolto in Italia per tre anni grazie a una rete di solidarietà locale richiesta dal Ministero, composta ad Alessandria da Collegio Santa Chiara, la Caritas diocesana (Fondazione Opere di Giustizia e Carità), l’associazione di solidarietà con la Palestina “L’ulivo e il libro” di Alessandria, l’ANPI provinciale Alessandria, le associazioni Orizzonti Verdi, Solidarietà Internazionale ed Emergenze (SIE), Yggdra, San Benedetto al Porto, l’Associazione per la pace e la nonviolenza, l’Associazione Pantheon.
“L’accoglienza che abbiamo ricevuto è stata qualcosa di molto emozionante” ha sottolineato Raghad, studentessa di Odontoiatria e suonatrice dell’oud, uno strumento arabo molto simile al liuto “fin dal primo momento ho sentito il calore delle persone, la loro gentilezza, la loro autentica umanità. Dopo aver vissuto così a lungo in un luogo circondato dalla paura e dall’incertezza, arrivare in un posto dove le persone ti accolgono con attenzione e affetto è una sensazione travolgente nel senso più bello del termine. Anche le piccole cose qui fanno la differenza. Vivere a Gaza significa vivere nella paura costante. Negli ultimi tre anni è stato così ogni giorno. Ci sono cose che altrove vengono date per scontate: la sicurezza, l’elettricità, la libertà di movimento, la possibilità di pianificare il proprio futuro. A Gaza tutto questo è stato difficile da ottenere. E durante la guerra queste difficoltà sono diventate ancora più grandi. Come molti palestinesi, ho vissuto la paura, l’essere sfollata e l’ansia costante di non sapere cosa sarebbe successo il giorno dopo a me, alla mia famiglia e alle persone che amo. La mia famiglia e i miei cari sono stati profondamente colpiti dalla guerra, così come me. Molti di loro sono ancora a Gaza e vivono in condizioni estremamente difficili. La vita prima della guerra non era come quella di oggi. Era difficile, certo, ma in un modo diverso. Nonostante tutte le difficoltà avevamo comunque una quotidianità: le riunioni di famiglia, l’università, i caffè, la nostra vita. Erano piccoli momenti, ma riuscivamo a costruire una vita partendo da piccole cose. A Gaza le persone cercano di creare felicità anche con molto poco. La musica mi ha aiutato molto. Per me è stata molto più di un’arte. È stata un modo per resistere. Nei momenti in cui le parole non bastavano, la musica mi permetteva di esprimere emozioni troppo difficili da spiegare. Mi ha dato conforto nei momenti più dolorosi. I miei sogni sono semplici e grandi allo stesso tempo. Dal punto di vista musicale voglio continuare a studiare qui, migliorarmi e crescere come artista. Voglio esibirmi, imparare da culture diverse e usare la musica per raccontare storie, per raccontare alle persone ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo a Gaza, creando un legame emotivo tra le persone. A livello personale il mio sogno è semplicemente vivere in pace e con stabilità. Vorrei poter vedere mia madre e mio padre senza sofferenza. Vorrei vivere in pace. Vorrei sentirmi al sicuro. Vorrei rendere orgogliosa la mia famiglia e costruire un futuro in cui la paura non faccia più parte della vita quotidiana. Dopo tutto ciò che abbiamo vissuto, anche i sogni più semplici diventano profondamente intensi e pieni di significato”.
Al Conservatorio Vivaldi, invece, Jamil, invece, studia Musica elettronica e confida, in futuro, di poter anche completare gli studi universitari di Medicina e Chirurgia. “L’ambiente qui è molto accogliente e le persone sono davvero disponibili. Ci hanno accolto completamente ed era importante trovare un ambiente così solidale e accogliente durante il nostro difficile viaggio. Per quanto riguarda la vita a Gaza negli ultimi anni, è come se avessimo vissuto due vite diverse: una prima della guerra e una dopo l’inizio della guerra. La vita prima della guerra era piena di sogni, piena di divertimento. Avevamo tanti posti dove andare. Eravamo semplicemente persone normali, con i nostri sogni e i nostri obiettivi da raggiungere. La mia vita prima della guerra era qualcosa di estremamente prezioso. Era la cosa più preziosa che avessi mai avuto. Anche adesso che mi trovo in Italia mi manca tantissimo. Dopo l’inizio della guerra tutto è cambiato in peggio, purtroppo. Prima della guerra avevo quasi tutto. Dopo la guerra ho perso quasi tutto. Ho perso la nostra casa, ho perso mio fratello, ho perso la mia università. A Gaza non è rimasto quasi nulla. La mia famiglia è ancora lì. Lunedì ho chiamato mia madre per sapere come stessero. Mi ha detto che è grata per il fatto che io abbia avuto la possibilità di sopravvivere, ma alla fine si tratta soltanto di una fortuna geografica. Ora io mi trovo in un posto sicuro, ma loro non hanno avuto la possibilità di essere qui con me. Io non sono migliore di loro, né migliore di chiunque altro sia a Gaza, per meritare questa fortuna. È stata semplicemente una fortuna geografica, una coincidenza, un’opportunità che ho avuto grazie a persone straordinarie. Ma penso che loro abbiano bisogno di questa opportunità ancora più di quanto ne abbia avuto bisogno io. Oggi si parla di cessate il fuoco a Gaza, ma è qualcosa di teorico, perché continuano i bombardamenti e le incursioni. Purtroppo, secondo i nuovi spostamenti e le nuove operazioni militari, anche la nostra ultima casa rischia di essere completamente distrutta. Sto cercando ogni opportunità possibile per ricongiungermi con la mia famiglia qui in Italia. Nel frattempo prego per loro e farò tutto ciò che posso fare. Anche se la medicina è la mia professione, il mio percorso e la mia carriera, nella musica ho trovato una via di fuga dalla dura realtà che abbiamo vissuto a Gaza e che in parte continuiamo a vivere ancora oggi. Ogni volta che ascolto musica ritrovo me stesso in certe melodie e in certi testi. Credo che la musica sia l’arte di essere vivi. È qualcosa di profondo, qualcosa che tocca le emozioni. Spero un giorno di laurearmi in Medicina e, allo stesso tempo, di diventare una persona significativa anche nel mondo della musica. Il mio sogno? Completare gli studi di Medicina. Mi manca solo un anno per diventare ufficialmente medico. Per questo ogni volta che incontro qualcuno spiego quanto sia importante per me avere l’opportunità di completare gli studi e vedere riconosciuti gli anni che ho frequentato a Gaza. E naturalmente spero davvero che un giorno la mia famiglia possa raggiungermi qui in Italia. Non riesco a immaginare un posto migliore dell’Italia. E mi piacerebbe anche, un giorno, essere parte della vita del Conservatorio Antonio Vivaldi, sedermi tra i suoi studenti e diventarne uno dei protagonisti. L’ambiente che ho trovato qui è pieno di energia ed è davvero stimolante. Naturalmente mi piacerebbe tornare a casa, a Gaza. Ma la situazione è quella che è. Non credo di poter tornare nemmeno nei prossimi cinque o dieci anni, perché è tutto distrutto. Forse un giorno, in una Palestina libera e in una Gaza finalmente in pace, potrò tornare a casa, contribuire alla ricostruzione del sistema sanitario e diffondere anche la cultura musicale occidentale che sto imparando qui. Lo spero davvero”.
Soddisfatto ed emozionato anche Marco Santi, direttore del Conservatorio Vivaldi: “Quello che siamo riusciti a creare non era un circuito strutturato, in un certo senso ce lo siamo inventati. Altri ragazzi sono rimasti a Gaza e, per ora, non hanno ricevuto il permesso di evacuazione. Speriamo possa succedere. Siamo consapevoli che sia una goccia nel mare. Nel frattempo continuano ad arrivare molte richieste dopo che si è saputo che le richieste di Raghad e Jamil hanno avuto esito positivo. Ci chiedono se la loro situazione è replicabile, cosa non affatto scontata. Avevamo iniziato con le pratiche lo scorso ottobre pensando di consentire loro farli iniziare in corrispondenza del nostro anno accademico, a novembre. Invece sono arrivati ora ma, grazie alla disponibilità di molti colleghi professori che si sono messi a disposizione anche d’estate, effettueranno dei percorsi estivi per recuperare, per poi iniziare l’anno accademico da novembre insieme a tutti gli altri studenti”.
Chiunque vorrà supportare questa importante iniziativa potrà contattare il Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria (ufficio.stampa@conservatoriovivaldi.it) e/o effettuare una donazione liberale.
(conto corrente 000103784649 IBAN IT 47 R 02008 10400 000103784649 BIC/SWIFT UNCRITM1835 Unicredit Banca, intestato a Opere di Giustizia e Carità ETS, con causale “studenti palestinesi”).
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Francesco Conti
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