Si conclude con I Persiani il 61° ciclo della stagione del Teatro Greco di Siracusa. Per la regia di Alex Ollé, della catalana La Fura dels Baus, in scena Anna Bonaiuto, Giuseppe Sartori, Alessio Boni, Massimo Nicolini.
Quanto può essere difficile immedesimarsi nell’altro, soprattutto se questi è il nemico. È la questione possa in essere da I Persiani eschilei, visti a Siracusa in occasione della 61a stagione del Teatro Greco. Una tragedia tra le più complesse, perché costringe a una sfida etica senza eguali: la compassione nei confronti dell’avversario, colpevole irredimibile agli occhi della comunità. Uno sforzo che trova espressione in una forma spesso definita statica, ancora memore di più antichi cori rituali. Per questo motivo, l’incontro tra questo classico e Àlex Ollé, regista della catalana La Fura dels Baus, ha presentato degli esiti affatto scontati.
La vicenda avviene in un ambiente subito identificabile come sede del potere. La bella scena di Alfons Flores è una grande stanza di ispirazione razionalista, governata dalla perfetta simmetria di solidi primari. Progressivamente, le sedute vengono occupate dal coro degli anziani dignitari persiani. Il loro ingresso in scena è ordinato ma grave: si attendono notizie dal fronte occidentale, dove l’esercito è impegnato in una battaglia dagli esiti incerti. Nasce un acceso dibattito. I volti dei membri del coro (Marco Maria Casazza nella funzione di corifeo) si proiettano, in bianco e nero e in primo piano, su un enorme schermo posto al fondo della scena, catturati in presa diretta da due cameramen. Il consesso assembleare si trasforma in un confronto politico dai ritmi addirittura televisivi: il contrasto tra i codici, spiazzante, stabilisce una corrispondenza interessante tra la vicenda e l’immaginario di noi, osservatori contemporanei.
La tensione cresce, fino a quando non entra in scena la regina Atossa. Anna Bonaiuto, nei panni della madre del re Serse, infonde nel suo ruolo una dignità regale che solo per poco può concedersi debolezze. La sua prova attoriale è in pieno equilibrio tra modo teatrale e, sullo schermo, cinematografico. Il suo ingresso in scena determina una sospensione temporale – in fondo, ne I Persiani, sono queste apparizioni a rappresentare l’unica azione. L’arrivo del Messaggero conferma la capacità di Giuseppe Sartori di addentrarsi nel testo fino a recuperarne il dato umano più significatvo ed essenziale. Il messo è un uomo chiamato a testimoniare la rovina; al pubblico arriva come una piena lo sgomento provato da chi non ha potuto fare nulla, se non registrare la catastrofe. È uno dei momenti più alti dello spettacolo. L’epifania dello spirito di Dario, sovrano defunto, è affidata alla pulita interpretazione di Alessio Boni, il quale in verità appare dopo una sorta di rievocazione corale non del tutto convincente. Comunque sia, la determinazione del re, il suo disprezzo per le azioni del figlio, l’affetto sollecito per la moglie, sono tutti governati dalla misura di una volitività asciutta. L’ingresso di Serse (Massimo Nicolini), avviene invece su un tappeto di carte geografiche. È un sovrano mancato, vittima del fato ma anche delle proprie azioni; adesso chiede rispetto, ma anche una comprensione difficile a ottenersi. Alla secca perentorietà del proprio padre, Dario, Nicolini contrappone la precaria incertezza sul proprio operato: figura fragile, ma che ancora reclama il proprio posto a corte.
Il dramma della guerra non è tuttavia il dramma di individui isolati. La catastrofe si abbatte su tutta una comunità. Ne I Persiani il coro, come si diceva, è quello dei dignitari che seguono a distanza quanto si consuma sul campo di battaglia, tra gli anfratti del Mediterraneo. La regia di Ollé, con il suo grande schermo al fondo della scena, identifica ciascuno dei componenti fornendovi la fisionomia di una classe dirigente dai tratti sorprendentemente attuali (tra gli altri, in particolare: Francesco Biscione, Rosario Tedesco, Giovanni Nardoni). Attuali sono le uniformi che indossano (di Lluc Castells), attuale è anche il fatto che tra di loro possa esservi spazio soltanto per una donna (Elena Polic Greco, anche responsabile del coro). D’altronde, ora più che mai I Persiani parlano a un oggi al quale apparteniamo al di là dei gradi di privilegio geografico. Il dialogo con il nostro tempo non può essere eluso: Ollé lo intrattiene anche attraverso il ricorso a inserti concepiti come cammei autonomi. Una giovane vedova (Virginia Giannone), un reduce (Gabriele Antonio Esposito), la madre di un soldato morto (Simonetta Cartia) siedono tra il pubblico, prendendo a turno la parola in differenti momenti del dramma. La scelta è certo interessante, anche se i toni sono talvolta piuttosto retorici.
In effetti, accade in questa regia che alcune scelte vadano appena fuori misura: il sonoro (di Josep Sanou) ha toni incalzanti, da thriller di ambientazione storica, per quasi tutta la durata dello spettacolo; la stessa scelta di proiettare a lungo i volti degli interpreti sullo schermo, interrotta soltanto da alcuni limitati momenti, tende a perdere efficacia nei dialoghi di maggiore ampiezza. Tuttavia l’impianto registico complessivo dimostra notevole sensibilità sul piano simbolico. L’enorme tavolo a cui siedono gli ufficiali è in realtà un luogo di morte, ossia la tomba di Dario; proprio su questo, Atossa e Serse, ritrovatisi, consumeranno infine un pasto allestito dalla servitù silenziosa – come se niente fosse. Bene ci si muove sul piano della circolarità rituale, entro cui l’autorità può permettersi il lusso di sacrifici le cui conseguenze non ricadono mai sugli officianti. La contestazione, la disperazione di ogni tempo, rimangono, inascoltate, fuori dai palazzi. In questi, la celebrazione del potere che rinnova se stesso si svolge intanto tra insensate liturgie. Ai ministri di morte si rivolge in conclusione Cartia, convincente madre privata del figlio, quando afferma: «Risparmiatevi i discorsi e le medaglie al valore. Abbiate un minimo di vergogna». Poco altro è da aggiungere.
Tiziana Bonsignore
Siracusa, 2026
I PERSIANI
di Eschilo
Regia Àlex Ollè
Collaborazione alla Regia Ramon Simó Viñes
Traduzione Walter Lapini
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Musiche Josep Sanou
Disegno luci Marco Filibeck
Video Joan Rodon
Responsabile del coro Elena Polic Greco
Responsabile dei cori cantati Simonetta Cartia
Assistente scenografo Sarah Bernardy
Assistente costumi Aleix Garcia
Assistente di drammaturgia Kiara Pipino
Assistente alla compagnia Gaetano Cavarra
Assistente volontario alla regia Ludovica Garofani
Direttore di scena Giuseppe Coniglio
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