L’Estate Teatrale Veronese è la più antica e longeva rassegna in Italia. La 78esima edizione è curata dal regista Fabrizio Arcuri. Una conversazione sul programma, sull’incontro di nuovi pubblici, sull’apertura internazionale.
Nel 1948, in un’Italia in via di ricostruzione, il Comune di Verona ideava un evento estivo per celebrare la presenza della città veneta nell’universo di William Shakespeare. Il 26 luglio, per la regia di Renato Simoni, Romeo e Giulietta nella traduzione di Salvatore Quasimodo debuttava al Teatro Romano. La rassegna, fin da subito incentrata sulla riproposizione di drammi e commedie del Bardo, sarebbe proseguita senza interruzioni ogni anno, rendendo a oggi l’Estate Teatrale Veronese il festival più antico e longevo della storia del nostro paese.
La 78esima edizione (dal 25 giugno al 18 settembre) è diretta, al suo primo mandato, dal regista e curatore Fabrizio Arcuri, con cui abbiamo intrattenuto una conversazione telefonica, che dal programma del festival si è estesa a considerazioni sul pubblico, sul ruolo dei classici, sulla scena internazionale e sul teatro nelle città.
Si conosce bene la tradizione lirica legata all’Arena, che in estate, da oltre cento anni, ospita l’Opera Festival, ma che tipo di profilo ha Verona e come si posiziona nella geografia artistica e teatrale italiana?
Verona merita un festival internazionale: è una grande città che si trova su un asse di spostamento molto frequentato, quello che collega Milano a Venezia, e che gode di una forte attenzione mitteleuropea, essendo facilmente raggiungibile da Austria e Germania. Frequentandola in questi anni – e ora che firmo la direzione artistica del Teatro Camploy – ho compreso che una delle esigenze (per altro condivisa dal pubblico di altre rassegne che ho curato e curo altrove) è quella di avere a disposizione proposte internazionali altrimenti escluse dalla programmazione ordinaria per godere delle quali occorrono necessariamente spostamenti e viaggi anche importanti.
Storicamente l’Estate Teatrale Veronese ha sempre ospitato compagnie di danza contemporanea di grande richiamo internazionale, come Momix o Trocaderos, ma difficilmente si è confrontata con le eccellenze del teatro di prosa e di sperimentazione che girano per l’Europa e per il mondo. Anche per questo ho scelto di aprire il festival con uno spettacolo firmato da Cheek by Jowl, la compagnia di Declan Donnellan e Nick Ormerod, cioè una delle realtà più acclamate soprattutto nel campo dell’allestimento di testi shakespeariani. Per un fortunatissimo caso, quando ho contattato il regista ho scoperto che stavano lavorando su I due gentiluomini di Verona (insieme a Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, gli unici a usare la città scaligera come ambientazione, NdR).
In che modo la forte vocazione internazionale della tua programmazione porta avanti la generale impostazione della rassegna?
La vocazione internazionale ha potuto avere una puntualità alterna: ciascuna direzione ha fatto il possibile nella situazione e nelle modalità in cui il festival ha provato a reinventarsi. Un punto di svolta naturalmente arriva con l’ingresso nel capitolo dei Festival Multidisciplinari finanziati dal MIC, che ha chiesto di adeguarsi a parametri che sono cambiati e che continuano a cambiare.
Se prima si proponevano cinque o sei spettacoli di produzione con teniture più lunghe, questo non è stato più possibile, per rispettare la dimensione quantitativa continuativa per un festival esteso per un periodo di tre mesi.

Che tipo di futuro stai immaginando per l’Estate Teatrale?
Si pensa sempre attraversando delle utopie e allora la mia è quella che Verona diventi, nel corso degli anni, la nostra piccola Avignone o Edimburgo, dove si svolgono festival storici di creazione contemporanea tra dimensione istituzionale e indipendente. In fondo le caratteristiche non sono troppo diverse: un centro storico concentrato attorno a cui si organizza un sistema diffuso di spazi, il riconoscimento di eccellenza da parte dell’Unesco, etc. Le possibilità sono molte e già da questa edizione ho spinto per rendere l’attività il più decentrata possibile rispetto al Teatro Romano, che di certo resta il centro nevralgico.
Come hai curato la programmazione musicale e di danza?
Per puntare a un’uniformità e a una visione organica delle realtà già attive sul territorio, la rassegna “Contaminazioni Musicali” è programmata insieme a Eventi Verona Srl, con cui ospitiamo quattro presenze internazionali: il fado di Dulce Pontes, il post-punk di The White Lies, le chitarre del Quartetto Astor Piazzolla, Johnny Marr chitarrista di The Smiths, ma anche il cantautorato italiano di Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Joan Thiele, Coez. La ricerca di una visione transgenerazionale riguarda anche il teatro e la danza, presentati in linguaggi ibridi: artisti come Yoann Bourgeois Art Company o Peeping Tom dimostrano una predisposizione verso spettacoli che costituiscono delle visioni e dei caleidoscopi in cui perdersi e rimanere affascinati dalla tecnica come dalle immagini.
Ci sono diverse esigenze coinvolte: catturare diverse categorie di pubblico; presentare loro una forma di eccellenza. Molti festival utilizzano la declinazione tematica e anche qui si legge il titolo “(H)Earth of Glass”, che rielabora il titolo di un celebre brano pop di Blondie ma lo estende a un ragionamento sul pianeta Terra. Che tipo di equilibrio hai impostato? Quanto vuoi che si rendano visibili connessioni tra linguaggi così diversi?
Credo che non esista una formula adeguata per i festival: per loro natura sono un “extra” che arriva in un territorio e allora si deve contenere quelle specificità che normalmente quel determinato territorio non fornisce. La fluidità della costruzione di un festival ritengo che risieda nel tentativo di comprendere dove l’evento si sta svolgendo. A Roma, per esempio, gli “extra” rappresentano altro, avendo come città un’offerta estesa e differenziata anche durante l’anno. Allora ogni festival cerca una propria specificità di interpretazione. Nel caso di Verona, bisogna innanzitutto tenere conto di certi margini chiari: l’identità primaria dell’Estate, nata come rassegna shakespeariana; il Teatro Romano come principale location, con una capienza di circa 1700 posti; durante l’anno effettivamente non ci sono particolari attrattive internazionali o eventi speciali.
Con il nuovo Decreto ex FUS le produzioni e le coproduzioni per un festival non costituiscono più un valore rilevante, ma ritengo anche importante supportare le azioni che per me hanno un senso. Ho cercato di costruire un festival attento a ciò che normalmente non succede in città: alcuni degli appuntamenti potranno essere visti solo qui e in nessun altro luogo. Un buon esempio è Padre Cicogna, un’incredibile opera creata da Nicola Piovani e Toni Servillo con l’Orchestra Luigi Cherubini (che debutterà a Ravenna Festival e poi andrà solo al nostro Teatro Romano). Selezionare un’opera così particolare di Eduardo De Filippo per farne un pezzo di teatro musicale è un’operazione unica che non saprebbe dove altro collocarsi. Altro caso è il recupero di spettacoli importanti che hanno girato molto collezionando decine di premi e che sono alla fine della tenitura, come il Dyptich di Peeping Tom. Questo lavoro non è mai stato a Verona, ma solo a Venezia in Biennale qualche anno fa. Una serie di episodi, dunque, che racconta che raccontano cosa significa per un festival mettere insieme qualcosa che non hanno mai visto.
Importante poi è cercare di individuare luoghi con caratteristiche che possano rendere giustizia alla tipologia di spettacolo proposta. Più che tematica, dunque, si tratta di una scelta di diffusione sul territorio basata su varietà, coerenza e adeguatezza.

I due gentiluomini di Verona di Donnellan / Ormerod; Otello di Gabriele Vacis e Lella Costa; Tito Andronico di Davide Sacco / Francesco Montanari. Che cosa disciplina la scelta dei titoli shakespeariani e dei loro allestimenti? Uno “Shakespeare nostro contemporeaneo” à la Jan Kott?
Il fil rouge che lega il tutto è ovviamente quello di rendere Shakespeare materia viva, con letture contemporanee in grado di vivificazione e trasformazione dei contenuti e dei temi principali in qualcosa che ci parlasse di che cosa succede oggi. Si sa, un testo classico ci parla necessariamente, altrimenti non verrebbe considerato tale. La guerra resta la guerra, anche attraverso i secoli: sempre crudele, ingiusta, immotivata e sempre finisce per colpire persone che non sono responsabili di ciò che causa. La sfida è porre Shakespeare in filo diretto con quello che davvero sta accadendo, e che ha le stesse caratteristiche di quello che accadeva, utilizzando Shakespeare proprio come egli utilizzava dei pretesti per mettere in luce questioni contemporanee.
Forse questa, in maniera più precisa, è la forza di certi classici. Penso anche al codice tragico: dai Persiani di Eschilo che è solo limitatamente un dramma storico e invece parla all’identità degli ateniesi di allora. Lo stesso vale per Antigone, in cui Sofocle di fatto ricostruisce, tra storia, mito e filosofia dialettica, i miti di fondazione e le aporie della polis, la forma politica che ancora definisce il pubblico delle Grandi Dionisie del V secolo. Se ti ascolto, forse un buon modo di elaborare i classici è quello di entrare nella mente di chi già li pensava come classici, utilizzando vicende di storia o mitologia per immaginare, figurare ed esaminare un’attendibile visura del presente. Pur consapevoli che nel Cinquecento inglese quello era un modello quasi simile al nostro spettacolo “di cassetta”, si tratta forse, più che di guardare a ciò che scriveva Shakespeare, di spostare lo sguardo sulle motivazioni profonde, sul senso ultimo in cui almeno noi possiamo riconoscerci. Se si individua e si isola l’“enzima” di predizione d’avvenire di uno Shakespeare autore, forse si può andare in cerca del corrispettivo proposto da chi riesce a mostrare come quella ricerca “genetica” sul genere umano possa essere portata avanti dall’operazione di allestimento, individuando il motore drammaturgico (e dunque inventivo) che trasforma un apologo funzionale in un posssibile classico per i secoli futuri. Individuando quell’enzima, rimetterlo in scena significa recuperare il motore nascosto che ti permette di usare gli stessi archetipi o modelli per figurare una proiezione del presente, che parla all’artista come parla allo spettatore.
Nella mia visione, quei segmenti risultano rinunciabili perché avversi a un tentativo di chiarezza. Ma, da sempre, il teatro è specchio della società, che però quasi mai della realtà può parlare direttamente; pensiamo ai tragici, al Tartufo di Molière, ai drammi storici di Brecht.

Mi capita spesso, insegnando, di parlare di un teatro che, per metafora, funziona come una macchina fotografica reflex: un doppio specchio, una doppia sponda che catturi la realtà ma che la rimandi, emendata da glitch pericolosi e inattendibili, in forma rovesciata, in modo che l’immagine sia la stessa ma risulti con i pesi visivi invertiti. Parlo della censura, certo, ma anche della trappola dell’omologazione, che in fondo corre lo stesso rischio, tramutando la pulsione a scardinare dei modelli in una trappola di ripetizione di codici.
Navigando i percorsi di testi classici trovi anche pagine che contengono riferimenti molto specifici all’epoca, che funzionano come le pagine di sport in un quotidiano; attraggono per moda o per gusto ma si distaccano dalle possibilità di riutilizzo. Invece credo, come nel caso della programmazione dell’Estate Veronese, che si debba andare in cerca di un campo vasto in cui seminare suggerimenti ancora in grado di stimolare rinnovate visioni del presente.
In conclusione torniamo appunto all’Estate Veronese. Ricordando che hai ideato e diretto diverse rassegne e stagioni teatrali, tra le altre Short Theatre a Roma, Prospettiva a Torino, Teatro della Tosse di Genova, Festival delle Letterature, Festa della Danza, fino a poco fa il CSS Stabile di Innovazione di Udine. Che cosa porti in questa esperienza di quelle passate e quali modelli ti ispirano?
Guardo di certo agli altri festival internazionali, per individuare un omologo credibile, per stimoli e spunti. Avendo una conoscenza storica degli altri festival storici ho già attivato collaborazioni con Bolzano Danza, con Ravenna Festival e con Romaeuropa stiamo immaginando come condividere dei contenuti per l’anno prossimo. Mi piacerebbe che, più che di modelli, si possa parlare di interlocutori, per far diventare Verona una tappa di una tournée estiva per opere di comprovata rilevanza. Ho la fortuna di curare, oggi, la stagione del Teatro Camploy di Verona, che può andare in cerca dei semi di un fermento teatrale contemporaneo. Quello dell’Estate è un esperimento che di certo punta alla dimensione “glocal”, che mette in risalto le eccellenze locali ma che si apre a un abbraccio più ampio. Ma il lavoro curatoriale in generale è un lavoro lungo e importante di cui non si vedono i risultati immediati e per questo è importante il sostegno dell’amministrazione comunale, che ne approfitto per ringraziare.
Sergio Lo Gatto
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