Morto all’età di ben 104 anni, il filosofo e sociologo francese è considerato uno dei maggiori pensatori del XX secolo. Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, ha spaziato nella sua vita di studioso dalla filosofia alla sociologia, dalla politica alla psicologia, dalla letteratura alla scienza.
È una delle figure più significative della cultura contemporanea, dobbiamo a lui se oggi il termine “complessità” è entrato nel nostro linguaggio e ha modificato la nostra percezione della realtà, non più univoca bensì “complessa”.
Il pensiero complesso
Nato a Parigi nel 1921, Edgar Morin, di origine ebraica sefardita, è stato un intellettuale di spicco dalle mille sfaccettature. Durante la Seconda guerra mondiale partecipò attivamente alla Resistenza francese, esperienza che influenzò profondamente il suo pensiero. Dopo la guerra si dedicò alla ricerca e alla scrittura, sviluppando il paradigma della complessità, una metodologia che vuole superare la frammentazione del sapere e a promuovere una visione integrata delle conoscenze.
Daniele Zappalà, su Avvenire, racconta:
La parola «complesso», amava ricordare, significa «ciò che è intessuto assieme»: un approccio dunque indispensabile per indagare innanzitutto l’essenza dell’umanità, senza più tracciare frontiere artificiali fra ciò che è naturale e ciò che è culturale. Le due sfere, sosteneva, continuano a nutrirsi e a costruirsi a vicenda, secondo una logica non lineare, ma di tipo ricorsivo”
Nel suo libro La sfida della complessità Morin supera il visione di un sapere frammentato e riduzionista della realtà, che ne limita la percezione della sua ricchezza e impedisce di vederne le interconnessioni. Il sapere attraverso le diverse discipline deve essere ricomposto in un dialogo tra le diverse prospettive, per abbracciare un approccio interdisciplinare o multidisciplinare.
Per lui ogni fenomeno è interconnesso con il suo contesto biologico, sociale, stoico e ambientale. I problemi che abbiamo di fronte a livello sociale sono quindi complessi e le singole scienze non potrebbero risolverli. Occorre quindi l’apporto di molte discipline per comprenderli perché la realtà è una e molteplice.
Pensiamo alla medicina: la cura di una malattia se non tiene in considerazione l’unità del nostro organismo e l’interazione tra i vari sistemi, rischia di procurare una falsa guarigione: la scomparsa del sintomo ma non delle sue cause.
Bisogna formare allora nuove persone che sappiano affrontare i problemi in un’ottica interdisciplinare
I sette saperi

1) Conoscere la conoscenza
L’educazione deve insegnare che la conoscenza è sempre esposta al rischio di errore e di illusione. Nessun sapere è immune da distorsioni, e la mente umana può cadere facilmente in errori.
2) I principi di una conoscenza pertinente
Per evitare la frammentazione del sapere causata dall’eccessiva specializzazione, bisogna educare a cogliere le relazioni tra le parti e il tutto, inserendo le informazioni nel loro contesto globale.
3) Insegnare la condizione umana
L’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è completamente disintegrata nell’insegnamento, attraverso le discipline. Secondo Morin, l’educazione dovrebbe illustrare il destino della specie umana, il destino individuale, sociale, storico… Solo prendendo coscienza della condizione umana, di ciò che è comune a tutti gli umani e della diversità degli individui, dei popoli, delle culture è possibile riconoscere l’unità e la complessità dell’essere umano.
4) Insegnare l’identità terrestre
Bisogna sviluppare la consapevolezza del destino comune dell’umanità. Nell’era della globalizzazione, tutti i cittadini affrontano gli stessi problemi di vita e di morte e condividono la stessa “casa” planetaria.
5) Affrontare le incertezze
Il futuro è imprevedibile. L’educazione deve preparare gli individui ad aspettarsi l’inaspettato, ad accettare l’incertezza e a elaborare strategie per adattarsi ai continui cambiamenti. Bisogna “apprendere a navigare in un oceano d’ incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”.
6) Insegnare la comprensione
La comprensione tra gli esseri umani è vitale per la pace. L’insegnamento deve combattere l’incomprensione reciproca, che è alla base del razzismo e della xenofobia, promuovendo empatia e tolleranza. Insegnare la comprensione, che “è nel contempo il mezzo e il fine della comunicazione umana” (pag.12). L’educazione alla comprensione è assente dai nostri insegnamenti, mentre “il pianeta ha bisogno in tutti i sensi di reciproche comprensioni”. Pertanto, “data l’importanza dell’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma delle mentalità. Questo deve essere il compito per l’educazione del futuro” (pag. 14).
La reciproca comprensione fra gli uomini, vicini a noi o lontani, “è ormai vitale affinché le relazioni umane escano dal loro stato barbaro di incomprensione”. E’ necessario, quindi, studiare l’incomprensione “nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti”. Tale studio sarebbe tanto più importante “in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo”. E tale studio “costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace” (pag.15).
7) L’etica del genere umano
L’educazione deve promuovere un’etica basata sulla consapevolezza che l’individuo appartiene sia alla propria comunità, sia alla specie umana nel suo insieme, favorendo la democrazia e la cittadinanza terrestre.
”… ogni sviluppo veramente umano deve comportare il potenziamento congiunto delle autonomie individuali, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza di appartenere alla specie umana” (pag. 15).
Morin individua due grandi finalità etico-politiche del nuovo millennio: “stabilire una relazione di reciproco controllo fra la società e gli individui attraverso la democrazia; portare a compimento l’Umanità come comunità planetaria” (p. 122).
Una testa ben fatta

La scuola separa troppo le materie, mentre dovrebbe unire i saperi attraverso un approccio interdisciplinare. Solo così ci si può avvicinare a comprendere la complessità della realtà e l’interdipendenza planetaria
L’insegnamento deve allora stimolare la curiosità, insegnando a porre e risolvere i problemi piuttosto che a memorizzare risposte precostituite.
La riforma del pensiero coinvolge tutti i gradi dell’istruzione: dalla scuola dell’infanzia all’Università perché tutte le discipline devono essere inserite in un contesto più ampio: l’Universo, la vita nele sue diverse forme, compreso ovviamente l’umano.
Il sapere nella sua dimensione complessa alimenta la democrazia nella sua accezione più nobile: il confronto tra punti di vista e interessi delle diverse componenti della società, tutti con pari dignità e diritti.
Una riforma della conoscenza
Ma soprattutto è necessario per la salvaguardia del genere umano. Tant’è vero che nel 2021, mentre il mondo affrontava la pandemia e le sue conseguenze, i media vaticani hanno avuto la possibilità di intervistarlo. In quel colloquio con Hélène Destombes aveva detto:
“È necessaria una riforma della conoscenza. Non bisogna solo cambiare vita, occorre anche cambiare via. Bisogna non solo rinunciare al consumo di oggetti futili, dal valore puramente immaginario, ma bisogna anche ritornare all’essenziale, a ciò che è umano, ossia le relazioni, lo stare insieme”.
E aveva aggiunto che per realizzare una società più giusta è necessaria
“la presa di coscienza della comunanza di destino di tutti gli esseri umani nell’epoca della globalizzazione, ossia dei pericoli nucleari, dei pericoli della follia fanatica, del pericolo del dominio del profitto. L’umanità è in una fase della sua storia piena di pericoli e al tempo stesso piena di promesse tecniche o scientifiche”.
Ma Valditara, attuale Ministro dell’Istruzione e, soprattutto, del Merito, ha mai avuto occasione di leggerlo?
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