La Festa di Leonardo Manzan e Rocco Placidi, regia di Leonardo Manzan, al debutto al Teatro India di Roma con una compagnia italo-georgiana. Recensione
Due lunghe panche grigie seguono la linea del palcoscenico, supporto per due rispettive file di calici e per due bottiglie di vino con già il cavatappi piantato, come spada di Damocle. A “proteggerci” dallo spazio scenico, il proscenio ospita una larga striscia colma di cocci di vetro, quasi una sorta di marciapiede per fachiri. È il limite, è il confine, è il muro immaginario che ci separa da ciò che in scena accadrà.
La Festa, ultima creazione di Leonardo Manzan, che la firma di consueto insieme a Rocco Placidi, è un affondo su un’altra materia: se restano intatti certi elementi ricorrenti, come l’immancabile coinvolgimento attivo del pubblico e il costante riferimento al teatro come regno del limite dove realtà, invenzione e rappresentazione si incontrano, chi conosca il lavoro di questo gruppo resta investito da un senso di novità. Laddove fin qui – in proposte come Glory Wall, Cirano deve morire, Uno spettacolo di Leonardo Manzan o Faust – l’affondo retorico è sempre stato schermato da un ginepraio di metafore sofisticate, dalla presentazione dell’arte come estrema unzione del delirio dell’ego che ci faceva tutti e tutte partecipi di uno stesso sabbah pericolosamente autoreferenziale, qui la domanda a noi rivolta attraversa una sponda decisiva.
Il dardo della provocazione, lo sberleffo a volte urticante che ci ricordava quanto, in fondo, siamo tutti simili come clienti di uno zoo della borghesia, si lascia spuntare dall’incontro inaspettato con una cultura altra, quella della vicina – ma mai così lontana, e poi di nuovo mai così vicina – Georgia, resa liminale dal vissuto geopolitico, restituita nel testo sorella per intenti e lontana parente per aspirazioni alla libertà. Per la prima volta ci si scontra con un’urgenza ancora pulsante: il teatro come metafora del mondo, dell’esistere e dell’esistente non smette di respirare e di tenere banco, ma pure si affaccia il gesto di umiltà che fin dal principio pone in discussione ogni assunto, perché confrontato con una cultura non identica alla nostra: ci sono assonanze, ma molte sono le misure di distanza, tra un’Italia dell’arte e del discorso politico stantii e frusti e un paese che ancora lotta contro una imposta genealogia d’imperialismo, alla quale non intende cedere altri centimetri di terreno.
Sole, vino, canti allegri e trionfali che risuonano nell’aria. E tanta, tanta ospitalità. Questa l’immagine che la turista europea in visita in Georgia (Paola Giannini) porta con sé, in una sorta di viaggio organizzato per turisti dai vestiti sgargianti attraverso un limbo di memoria, aneddoti, scherzi e molta molta storia. Una storia recente, quella del paese dell’ex Unione Sovietica, talmente densa da poter occupare un arco di tempo triplo. Dal 1991 (anno della liberazione dall’URSS) al 2003 vive un forte momento di instabilità, economica e politica, per arrivare alla non violenta Rivoluzione delle Rose, l’alba apparente di una nuova era senza più corruzione e con un’apertura all’Occidente; cinque giorni di guerra con la Russia nel 2008 porta Mosca all’invasione e poi a riconoscere indipendenti due regioni, attualmente ancora occupate; dal 2012 il partito Sogno Georgiano si rimette in cerca di un equilibrio, arrivando nel 2023 a formalizzare la candidatura di ingresso nell’UE, prima che l’approvazione di leggi illiberali interrompa il processo e chiuda il popolo in un freezer sociale.
Ed è in questa dolorosa impasse che sembra posizionarsi la drammaturgia di Manzan e Placidi. Se nel nostro paese la distribuzione degli spettacoli rappresenta il maggiore dei problemi, molte compagnie se ne partono per l’estero. E proprio al New Theatre di Tbilisi era giunto il Cirano deve morire, con il rap riscritto in rime georgiane, rese dalla voce di interpreti locali. Da quel viaggio di produzione deriva un viaggio di scoperta: un «paese delle meraviglie» in cui, nella finzione teatrale, tutto è possibile, tutto è, soprattutto, plausibile, anche quel che non ci potremmo immaginare.
La “festa” chiamata dal titolo ha il dolce sapore del vino, della «supra», rituale tradizionale georgiano le cui regole sono semplici: brindare a ogni avvenimento, dal matrimonio al funerale, dal battesimo alla perdita concreta di una sovranità nazionale. Non si beve quando qualcun altro sta parlando, si butta giù il bicchiere tutto insieme, al termine del discorso. E se il senso del discorso fosse quello di una richiesta d’aiuto, proprio il consesso di persone raccolto attorno a una tavolata sarebbe il giusto destinatario.
La turista europea interpretata da Giannini chiede lumi a tre autoctoni, qui interpretati da Giorgi Baratashvili, Zurab Papuashvili e Anna Tsereteli: se cerca l’Europa, l’Europa è qui, è sempre stata qui. In un incontro con la compagnia ci viene ricordato che il cristianesimo più antico è, insieme a quello armeno, proprio quello georgiano: i nostri valori morali occidentali sono stati forgiati in quella terra, che oggi s’appoggia alla Russia ma che ci chiama a gran voce.
Portato in scena a mano lo schermo su cui verranno proiettati i sovratitoli, in questo ruvido e però irresistibilmente divertente cabaret – un’altalena tra brindisi e monologhi – le storie che si intrecciano parlano di persone in fuga, di altre imprigionate o imbavagliate, di un teatro chiuso da cinquecento giorni; al suono del «gaumarjos!» che fa tintinnare i calici seguiamo il percorso di una cultura che ne incontra un’altra, osserviamo il punto in cui il benjaminiano «angelo della storia» sembra essersi arenato e, nell’atmosfera festosa che pure allude a una celebrazione non serena, inseguiamo un’idea d’Europa che ancora non sapevamo di desiderare.
Un velatino di fondo svela all’occorrenza l’operato del musicista Irakli Getsadze o prende luci a pioggia diventando un sipario: ancora una volta l’espediente del discorso meta-teatrale è centrale: se si cerca un modo altro di raccontare il mondo in teatro, il teatro stesso diviene il modello primario. Quadrate e solidi sono le voci e i corpi dei tre interpreti stranieri, mai resi al gioco facile della retorica, anche grazie all’ormai riconosciuto valore di Paola Giannini, emissaria efficace di un mandato di dissacrazione, di cui diviene preda (e questo è un pregio) anche il rischioso eccesso di argomenti che la drammaturgia sembra voler consegnare. In altri termini, in questo gioco a “fare il teatro”, è sempre il corpo ad avere la meglio, anche sulle idee e sul tentativo di renderle eccessivamente confezionate.
E dunque, laddove conviene perdonare alcuni sprazzi di autocitazionismo (come il numero dell’attore georgiano che si esibisce in un rap à la Cirano di Manzan), l’ultima parola resta all’esibizione coraggiosa di una storia che riesce a non lasciarsi colonizzare, che conserva l’indipendenza del discorso e di fronte alla quale sfiorisce ogni tentativo di appropriazione.
Coinvolgendo anche il pubblico in un canto d’insieme, se il concetto di ospitalità è più volte richiamato come lascito di un’esperienza di attraversamento di un paese altro e di un’altra cultura, la sensazione indotta da questo circo disperato è proprio quella dell’accoglienza. Tra un brindisi e l’altro (e l’ennesimo, sentito, è dedicato al compagno Andro incarcerato) non c’è modo di non innamorarsi di questa gang solo apparentemente sgangherata, in visita da noi in qualità di alieni o di fratelli e sorelle, a noi la scelta.
Prima di alzare il bicchiere per l’ultima volta, un ultimo omaggio è reso alla tradizione nostrana del teatro: i tre compaiono calzando maschere da Zanni, si esibiscono in figure conosciute, per poi vedersela con la proverbiale «mosca», nel lazzo di Arlecchino. Il virtuosismo mimico dell’insetto immaginato dal servo che sta morendo di fame diviene metafora di un paese che non ha ancora nulla ma che volentieri sopporterebbe tutto.
E, con una luce che ne fa brillare i riverberi, nelle orecchie resta il suono di scricchiolio che fanno le scarpe passeggiando sui pezzi di vetro. Ma è vietato fermarsi.
Sergio Lo Gatto
LA FESTA
di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Giorgi Baratashvili, Paola Giannini, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli
musiche composte ed eseguite da Irakli Getsadze
scenografia Laura Benzi
disegno luci Javier Delle Monache
costumi David Gevorkov
suono Alessandro Scorta
assistente alla regia e traduzione in georgiano Irina Bagauri
aiuto regia Federico Gariglio
Il vino utilizzato durante lo spettacolo è offerto dalla casa vinicola georgiana Mtevino
foto di Manuela Giusto
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE – Teatro Piemonte Europa, Georgian New Theater
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Sergio Lo Gatto
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