Tre sorelle di Liv Ferracchiati: fantasmi di un teatro opaco


Tre sorelle. Nevica che senso ha? riscrittura di Liv Ferracchiati del dramma di Anton Čechov andato in scena al Teatro India di Roma e da stasera a domenica al Teatro Elfo Puccini di Milano. Recensione

Foto Luigi De Palma

Nella traduzione di Tre sorelle, l’avverbio di tempo ancora si ripete circa una quarantina di volte in tutto il dramma: al passato, presente e futuro per indicare la progressione di un accadimento: «Oh, care sorelle, la nostra vita non è ancora finita!». Olga, Maša e Irina hanno, ancora, provato a credere in un avvenire diverso: «la vita non è stata ancora meravigliosa, ci ha soffocate» e anche «come faccio ad essere ancora viva». Nella riscrittura di Liv Ferracchiatiancora sembra invece essere sostituito da un altro avverbio di tempo, un autorale già. Sappiamo già che le tre non andranno a Mosca, che qualcuno morirà e che l’amore che sopravvive si accontenterà di una gabbia borghese. «La felicità non possiamo averla, non esiste: la desideriamo soltanto». Lo capiamo dall’orologio che si rompe, dalle spalle ricurve, gli sguardi affranti, l’intercalare dei sospiri, le mani attorcigliate, i fischi maleducati, le parole che si dimenticano…Questo è forse il segno registico e stilistico più deciso del lavoro di adattamento di Ferracchiati, che connota come già compiuto il dramma, la postura dei personaggi, la loro storia e il loro modo non tanto di raccontarcela, quanto di ripetercela. Al titolo, leggiamo infatti aggiunta una postilla: Nevica. Che senso ha? Risposta che Tuzenbach dà a Maša e che, in alcuni testi, si trova tradotta anche come «il senso dove sta?» In questo caso, l’ineluttabile è già stato, le tre donne, e con loro anche gli altri personaggi, hanno già perso le speranze, e le ha perse anche la Storia, con la s maiuscola, quella collettiva, delle masse. Insomma, Tre sorelle di Čechov è già stato (e non perché è stato scritto nel 1900). Il loro tempo è fatto di tanti tempi stratificati, calcificati che gravano sulla scena aperta del Teatro India mentre il pubblico entra…

Foto Luigi De Palma

La regia di Ferracchiati coadiuvata dall’autoralità delle maestranze di Giuseppe Stellato (scene), Gianluca Sbicca (costumi) e Pasquale Mari (luci) colloca la casa e questi che ci sembrano da subito i fantasmi della famiglia Prozorov in una dimensione concreta ma siderale, lontanissima dalla realtà e dislocata in un altrove, illuminata coi toni freddi del bianco e dell’azzurro. C’è un piano inclinato verso il basso, ingombrante, che occupa il centro del palco con un pianoforte spostato lateralmente in cima e un tavolo al centro. Il grande salone del primo atto sembra trovarsi all’interno di una teca museale e il pubblico, dall’altro lato, a contemplare l’opera. Sin dall’inizio, il cast di attori e attrici, dieci in totale, interpretativamente di pregio e d’animo sensibile, si impone con ritmo sincopato e densissimo di parole, senza pause di raccordo, avanzando verso il proscenio con tensione e poi, in seguito, abbattendo la quarta parete e esondando in platea. Gli attori e le attrici sono abbigliati con colori che sembrano rappresentare di ogni personaggio la propria identità cromatica: candido bianco per la purezza di Irina (Livia Rossi), beige e jeans per la professionale Olga (Irene Villa), nero per l’umorale Maša (Valentina Bartolo), porpora per l’innamorato fratello Andrej (Antonio Mingarelli), verde marziale e mimetico per Veršinin (Rosario Lisma), Tuzenbach (Riccardo Martone), Solënyj (Francesco Aricò) e Čebutykin (Giovanni Battaglia), verde acido e fucsia per l’avanguardista e rivoltosa Nataša (Giordana Faggiano), marrone sabbia per il fintamente ingenuo Kulygin (Marco Quaglia).

Foto Luigi De Palma

Prodotto dal Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale, lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale al Teatro Carignano nel mese di marzo ed è ora in conclusione della tournée al Teatro Elfo Puccini. Forse tra le più complesse opere cechoviane, Tre sorelle è un testo difficile al quale Liv Ferracchiati si è approcciato come fosse un «tramite dei personaggi», un osservatore degli stessi che, pur rispettando la struttura dei quattro atti, ha deciso di lavorarla senza incidere con nettezza un dominio registico; come ha affermato in uno scambio successivo, l’intento è stato quello di creare un «antinaturalismo che vuole però sembrare naturalismo». Una scelta che rende la fruizione dubitativa e si traduce nella rintracciata opacità di questo Tre sorelle: la vastità psicologica e filosofica del testo originale viene ereditata da un’organizzazione impalpabile delle biografie dei protagonisti, i cui caratteri, e come questi vengono agiti dal punto di vista drammaturgico, appaiono non propriamente diretti ma vengono lasciati liberi di manifestarsi nelle loro turbolenze o di fissarsi in pose formali. Tra gli attori e le attrici, oltre a una regia attoriale che ci informa di una statura e padronanza dei ruoli, c’è una risonanza emotiva precipua, di gruppo, che ridimensiona il protagonismo del dramma triangolare delle sorelle e lo diluisce, ripartendolo e espandendolo, in un’orizzontalità condivisa, segno registico di una coralità che diventa pure testuale. Nella riscrittura visionata dalla dramaturg Piera Mungiguerra e dalla consulenza letteraria di Margherita Crepax, le battute iniziano quindi, tra la fine del terzo e inizio del quarto atto, a giustapporsi in una rispondenza semantica a canone, poi abbandonata, poi ripresa di nuovo, poi contaminata da battute nuove e dagli inserimenti radio riguardanti l’attuale guerra in Iran. Questi ultimi davvero un po’ troppo estemporanei e tangenziali, sia al testo adattato che al contesto storico russo in cui scrive Čechov attraversato dai prodromi della Rivoluzione.

Foto Luigi De Palma

Sempre tra il terzo e il quarto atto, quello dell’incendio e della ripartenza degli ufficiali, il movimento della messinscena cresce, sembra raggiungere un climax drammaturgico, un affollamento di toni (drammatico, ironico, grottesco, pietoso anche) che si fa più indefinito, frettoloso, estenuato. Prova ne è il lungo e finale abbraccio, e pianto, tra Maša e Veršinin, dolorosamente romantico e poi smorzato dal commento di una più distante, e ora realista, Olga. Non ha aiutato di certo la sala del Teatro India, l’abbattimento della quarta parete – reiterato in alcuni momenti ma per tutta la durata delle quasi due ore di spettacolo, come fosse uno sfogo dei personaggi bisognosi di uscire dalla contrainte della scena – che diventa dispersivo, centrifugo; perdiamo di vista gli attori e le attrici che corrono, salgono e scendono su e giù nella platea rialzata e, soprattutto, non vediamo, né godiamo, della scena del duello (scommettiamo che coloro che non abbiano letto il testo, fatichino ad afferrarlo e a comprendere appieno la narrazione).

Foto Luigi De Palma

L’alternanza di una dimensione elevata e astratta con una più concreta e umana è tenuta insieme da un misterioso intreccio, anche sonoro (suono Giacomo Agnifili), emblematico nel contrapporsi dell’onomatopea originale, quasi gridata sommessamente, «Tram – tam – tam. Tram – tam – tam» con «Walk in silence – Don’t walk away – in silence» evanescenti e malinconici versi del brano Atmosphere dei Joy Division. L’abbigliamento “casual” delle tre si tramuta nel finale, collidendo rispetto all’inizio, in tre sovrastanti cappotti grigi, gusci temporali disegnati come fossero una propagazione degli elementi scenici, anche in questo caso l’astrazione simbolica si oggettivizza e “veste” tanto la scena che i personaggi. Sul piano scosceso, in cui è precipitato tutto, si stagliano Olga, Maša e Irina, tre figure ectoplasmatiche i cui corpi, nascosti e avvolti, sembrano non essere ancora mai esistiti o esistiti da sempre. Restano solo i volti, le loro bocche, aperte su parole già dette.

Lucia Medri

Teatro India, Teatro di Roma – maggio 2026

TRE SORELLE Nevica che senso ha?

da Anton Čechov
testo Liv Ferracchiati
dramaturg Piera Mungiguerra
consulenza letteraria Margherita Crepax
regia Liv Ferracchiati
con (in ordine alfabetico) Francesco Aricò, Valentina Bartolo
Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma
Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia
Livia Rossi, Irene Villa
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
suono Giacomo Agnifili
aiuto regia Adele Di Bella
assistente alla regia Giovanni Miglietti
assistente costumista Rossana Gea Cavallo
foto Luigi De Palma
produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale


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 Lucia Medri

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