«Un Paese industriale, come il nostro, deve avere una politica industriale. Prima ancora degli incentivi, deve decidere che cosa vuole continuare a produrre». Il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, non ha molti dubbi su quali siano i settori senza i quali non esiste l’industria. Nel discorso pronunciato all’assemblea 2026 di Federmeccanica, al quale ha partecipato Industria Italiana, parla di automotive, acciaio, elettrodomestici, meccanica, aerospazio, navalmeccanica. «Settori storici, che grazie alle tecnologie e al cambiamento dei mercati stanno mutando velocemente. In questo scenario, ricerca e innovazione possono fare la differenza».
Ma in un contesto di equilibri geopolitici e mercati che cambiano, della Cina manifattura del mondo, dei dazi, della crisi energetica, dell’intelligenza artificiale, «l’abilità delle singole imprese non basta più. Serve una visione». Per questo il presidente della sigla che firma il contratto dei metalmeccanici quest’anno non si è limitato a organizzare la “solita” assemblea generale. Nel suo secondo anno di mandato ha dato il via a un progetto che si chiama “Waves of work”, ondate di lavoro, e ha l’obiettivo di «capire come cambia il lavoro e cosa fare per governare questo cambiamento». Per quattro anni l’assemblea generale avrà sede al Kilometro Rosso di Bergamo, un parco tecnologico. Un luogo dell’innovazione, simbolo dell’industria che unisce tradizione, ricerca e nuove tecnologie per restare protagonista del mondo.
La “prima ondata” 2026 si è svolta mentre il Governo sta predisponendo la Legge di Bilancio. Gli industriali di Federmeccanica non mancano l’occasione di rivolgere all’esecutivo richieste precise: potenziare l’iperammortamento Transizione 5.0, estendendolo ai software as a service. Rendere strutturale l’innalzamento a mille e 2mila euro della soglia dei fringe benefit, fare marcia indietro sulla portabilità del contributo datoriale ai fondi pensione, eliminare il requisito dell’incrementalità alla detassazione sui remi di risultato. La ministra del Lavoro, Marina Calderone, esprime disponibilità.
Federmeccanica stringe il legame con i territori, nell’ advisory board un giovane imprenditore per ogni Regione. Nicolò Casati in Lombardia

Ma Bettini, più che sulla manovra, si concentra su obiettivi di lungo periodo. «Per impostare correttamente una politica industriale servono tempi più lunghi di quelli della manovra. Ed è questo su cui noi vogliamo lavorare: un progetto di politica industriale. Poi, individuate le traiettorie, possiamo dare un contributo per stabilire come incentivarne lo sviluppo, supportare gli investimenti». L’assemblea 2026 si propone come punto di inizio per questo nuovo corso delle politiche industriali partendo da iniziative concrete. Bettini ha nominato un advisory board con un giovane imprenditore per ogni Regione, per avvicinare l’associazione confindustriale ai territori. Per la Lombardia, la scelta è ricaduta su Nicolò Casati, direttore generale di Casati Srl (deformazione a freddo della lamiera), e rappresentante di Piccola Industria in Confindustria Lecco e Sondrio.
Ha scelto il Kilometro Rosso di Bergamo perché «in un luogo come questo c’è tutto quello che qualsiasi imprenditore vorrebbe avere: cultura, giovani, start-up». Si trova su un territorio ad alta vocazione metalmeccanica, come sottolinea il presidente di Confindustria Bergamo, Matteo Zanetti. Nel distretto tecnologico ci sono il quartier generale e il centro di ricerca e sviluppo di un’azienda simbolo del Made in Italy industriale, Brembo. «Oggi con l’auto elettrica e la frenata rigenerativa si riduce il consumo di materiale di attrito – prosegue Bettini -. In questo scenario, Brembo ha diversificato la produzione verso le frizioni e altri componenti. Questa è la direzione da seguire. L’industria ha bisogno delle competenze dei giovani. Ha bisogno di un sistema di ricerca e innovazione che faccia lavorare le aziende in team, favorendo una contaminazione che produce crescita, brevetti, nuovi prodotti, la nascita di startup. Prendiamo esempio dalle imprese nate nel dopoguerra. Carlo Guzzi e il conte Agusta venivano dall’aeronautica, settore che utilizzava i migliori materiali, le migliori tecnologie, i migliori ingegneri e così nacquero la Moto Guzzi e l’MV Agusta».
Automotive, acciaio, cantieristica navale, aerospazio hanno bisogno di intelligenza artificiale e competenze. Non di regole come quelle sugli Etf. Nocivelli: è finanza, non industria

vice presidente per le Politiche Industriali e il Made in Italy di Confindustria.
Il piano industriale per l’Italia parte dalle seguenti domande: «fra dieci anni vogliamo ancora produrre automobili in Italia? Vogliamo produrre acciaio, costruire navi, essere protagonisti nell’aerospazio? Vogliamo imprese capaci di utilizzare l’intelligenza artificiale e competere con Stati Uniti, Cina e le altre grandi aree industriali del mondo? Vogliamo che i nostri ragazzi possano trovare qui lavori qualificati e ben pagati?».
Per poter rispondere positivamente, bisogna innanzitutto proseguire sulla strada della correzione delle politiche europee. Dopo aver sbagliato nel cercare di imporre una tecnologia unica alla transizione ecologica, ora sta nuovamente rischiando di intraprendere strade poco lungimiranti con l’Ets, il sistema per lo scambio di emissioni inquinanti, e con le norme dell’Industrial Accelerator Act che impongono il Made in Europe a determinate tipologie di prodotti.
Con l’auto, «abbiamo messo a rischio una delle principali filiere industriali europee decidendo, in anticipo, quale tecnologia dovesse vincere. Una transizione che perde fabbriche europee e importa prodotti realizzati altrove non è una buona transizione: è solo una cattiva politica industriale». Il meccanismo Ets rischia di produrre un risultato simile: «trasformare il costo della decarbonizzazione in un costo di deindustrializzazione». Il rinvio al 2028, e le regole ammorbidite per alcuni settori energivori, come la ceramica, non bastano. «L’Ets va cancellato, senza se e senza ma», dichiara Bettini.
Il vicepresidente Marco Nocivelli rincara la dose: «ci sono grandi società finanziarie che fanno incetta di titoli Ets. Questa è pura finanza, non una politica utile alla questione ambientale».
L’esempio del Piano Industria 4.0: innovazione, ricerca e sviluppo e intelligenza artificiale elementi trasversali per il rilancio.
In generale, l’Europa deve diventare più pragmatica, esattamente come le imprese. La transizione si fa «se la tecnologia funziona, se il cliente e il consumatore comprano, se esistono infrastrutture ed energia e se le imprese possono investire. Un imprenditore queste domande se le fa prima di costruire uno stabilimento; dovremmo farcele anche quando costruiamo una politica industriale».
Il riferimento da cui partire potrebbe essere il Piano Industria 4.0 di dieci anni fa: «ha rappresentato una chiave di volta, la digitalizzazione ha cambiato marcia». Il tentativo successivo, il Piano Transizione 5.0, finanziato dal Pnrr, non ha avuto un esito altrettanto positivo soprattutto a causa di un eccesso di burocrazia.
L’innovazione e la contrattazione di qualità attirano i giovani, Calderone: inversione di tendenza sulla fuga di cervelli. Uliano: troppe imprese continuano a non formare sufficiente formazione

L’innovazione è anche una leva per attrarre i giovani in azienda. Ai ragazzi, insiste il presidente di Federmeccanica, «bisogna raccontare meglio la fabbrica». Far vedere loro che «nelle aziende metalmeccaniche trovano robot, software, laboratori, progettazione, dati, intelligenza artificiale e persone che lavorano con tecnologie impensabili fino a pochi anni fa».
Su questa linea si dichiara d’accordo la ministra del Lavoro, Marina Calderone, che in materia di giovani sottolinea un dato che induce all’ottimismo: «è vero che i ragazzi troppo spesso vanno a cercare lavoro all’estero. Ma nell’ultimo anno c’è stata un’importante inversione di tendenza». La ricetta, concordano ministra e industriali, «è la centralità del lavoro». E nell’industria, ricorda Bettini, «il lavoro è mediamente più remunerato, qualificato, ricco di competenze e vicino all’innovazione».
L’innovazione, però, «crea valore soltanto se ci sono persone capaci di usare e governare la tecnologia», prosegue il presidente di Federmeccanica per ricordare i molteplici strumenti di formazione che proprio nel contratto sono stati introdotti e poi implementati negli ultimi anni. «MetApprendo, costruito con il contratto nazionale, va esattamente in questa direzione: accompagnare concretamente lavoratore e impresa lungo la trasformazione tecnologica. Quando un giovane entra in un Its e dopo due anni trova lavoro non abbiamo fatto soltanto buona politica educativa: abbiamo dato competenze a una persona e una possibilità di crescita a un’impresa».
Attenzione, però. Ferdinando Uliano, segretario generale Fim, invita a investire di più sulla formazione. «Il contratto la considera un diritto soggettivo, ma le imprese spesso non applicano questo principio. Sono ancora tante a non fare nemmeno le 24 ore obbligatorie sul triennio».
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