L’esperienza dello sguardo. Josef Nadj e il rito inesauribile di Full Moon


Recensione. Full Moon è una performance del danzatore e coreografo ungherese Josef Nadj, in scena a maggio al Teatro di Napoli

Una soglia, leggera e invisibile, scinde l’atto del vedere da quello del guardare. È un confine minimo eppure decisivo, una fenditura percettiva nella quale si inserisce da sempre il lavoro di Josef Nadj. Con Full Moon il coreografo ungherese torna a interrogare quella zona di confine in cui l’immagine diviene promotrice di una vera e propria esperienza dello sguardo. Un’esperienza, sì: di questo si può argomentare ripercorrendo quel tempo in platea. In che modo, allora, si può essere spettatrici e spettatori di un atto performativo di questo genere? La cifra stilistica di Nadj induce verso un’osservazione partecipata, attiva, mirata.

Il coreografo, attesissimo al Teatro Mercadante di Napoli, firma un lavoro di forte intensità sicuramente visiva ma  anche drammaturgica, in cui la danza si fa organismo pulsante in dialogo con individualità e collettività. La coreografia segue una scrittura del corpo stratificata e minuziosa. I danzatori sembrano obbedire a una forza gravitazionale: si attraggono, si respingono, si riuniscono e forse rimandano tanto a un branco quanto a una tribù antica. La luna, evocata già nella scelta del titolo, diviene principio regolatore dell’intera performance: presenza simbolica che altera il tempo scenico e accompagna silenziosamente lo spettatore a fruire dell’esperienza.

Fin dai primi istanti, la scena si offre come una materia in stato di trasformazione. Il buio è un elemento funzionale che quasi pare scolpire i corpi. Le figure – tutte al maschile e a petto nudo – emergono dall’oscurità come sprazzi di memoria, presenze che sembrano provenire da un tempo remoto e insieme ancora da vivere. Questa la base su cui Nadj costruisce (anche nel suo essere in scena come coreografo-burattinaio-danzatore ma in disparte rispetto all’ensemble) uno spazio nel quale guida il dispiegarsi della pièce e in cui il movimento – sia scattante che ondulante – si manifesta come traccia e impulso vitale.

La scrittura coreografica di Nadj continua qui una ricerca già evidente in Omma, lavoro presentato alla Biennale Danza del 2021 con l’edizione First Sense diretta da Wayne McGregor. Anche in Full Moon, il punto di partenza non sembra essere il gesto, ma la silhouette. È la forma del corpo prima ancora del suo movimento a costituire il centro dell’indagine coreografica e performativa in toto. I danzatori diventano segni grafici nello spazio, ombre mobili che si stagliano contro il buio e costruiscono una partitura visiva precisa.

In questa centralità della forma affiora anche un’altra costante della poetica di Nadj: la tensione tra il corpo come presenza e il corpo come figura. Alcuni momenti della coreografia sembrano infatti sottrarre i danzatori alla loro individualità, in bilico tra volontà e abbandono. Nell’immaginario del coreografo riaffiora anche l’immagine della marionetta intesa non come oggetto scenico ma come paradigma di un corpo collocato in una zona di confine tra autonomia e dipendenza. Non è un caso che i performer abbiano tra le mani e la bocca un filo. La scena diviene così uno spazio di continua oscillazione tra controllo e perdita. Si tratta non tanto dell’affermazione di una fisicità compiuta quanto dell’esposizione alla sua vulnerabilità: condizione che Nadj sembra accogliere come elemento costitutivo del processo creativo, in cui anche l’imprevisto e l’imperfezione partecipano alla costruzione del senso.

Nella gestione delle immagini emerge uno degli aspetti più affascinanti  dello spettacolo. L’autore continua a muoversi all’interno di una poetica che intreccia danza, arti visive e teatro fisico, producendo quadri dalla forte suggestione. Alcune composizioni sembrano rimandare all’espressionismo europeo, altre evocano certe atmosfere beckettiane, dove l’individuo appare sospeso in un’attesa senza risoluzione. Questi riferimenti non si traducono mai in citazione: vengono assorbiti e trasformati in un linguaggio personale, caratterizzato da una densità materica che rimane uno degli aspetti distintivi del coreografo, sempre meno interessato alla costruzione narrativa e più attratto da una dimensione rituale dell’evento scenico. In questa prospettiva, anche il dialogo con le matrici culturali e musicali del jazz afroamericano sembra orientare la composizione verso una practice della variazione continua, in cui la danza procede per sviluppo, accumulo e trasformazione di stati.

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Fondamentale risulta la scelta dei performer (Timothé Ballo, Abdel Kader Diop, Aipeur Foundou, Bi Jean Ronsard Irié, Jean-Paul Mehansio,Sombewendin, Marius Sawadogo, Boukson Séré). La volontà del coreografo è di indagare territori lontani da sé, che, dichiara, rappresenta per lui una possibilità di decentramento del proprio immaginario. I corpi dei danzatori sono energici, i loro slanci sono potenti e ogni atterraggio dopo un salto è delicato e silenzioso. La loro gestualità è marcatamente caratterizzante, coinvolgente, emotivamente impattante. ll Sud del Mondo si traduce in un campo di forze capace di ridefinire il vocabolario fisico della scena.

Sara Raia 

Visto al Teatro Mercadante di Napoli

Crediti

Coreografia Josef Nadj; interpreti Timothé Ballo, Abdel Kader Diop,Aipeur Foundou, Bi Jean Ronsard Irié, Jean-Paul Mehansio,Sombewendin Marius Sawadogo, Boukson Séré – Josef Nadj;collaboratore artistico Ivan Fatjo; disegno luci e direttore tecnicoSylvain Blocquaux; costumi Paula Dartigues ; musiche Fritz Hauser,Famoudou Don Moye e Tatsu Aoki, Art Ensamble of Chicago,Malachi Favors Maghostut e Tatsu Aoki, Peter Vogel, ChristianWolfhart, Lucas Niggli; produzione, distribuzione Bureau PlatôSéverine Péan et Mathilde Blatgé; amministrazione Laura Petit;esecutiva Atelier 3+1; coproduzione Montpellier Danse, Le Trident,Scène nationale de Cherbourg, MC 93 Maison de la culture de Seine-Saint-Denis, Bobigny, Charleroi Danse, Le Tropique Atrium, Fort-deFrance , Théâtre des Salins, Scène nationale de Martigues, Le Théâtred’Arles; con il sostegno di Ministère de la Culture -DRAC Ile deFrance Action financée par la Région Île-de-France, Teatroskop – aprogram initiated by the French Institute, the Ministry of Culture andthe Ministry of Europe and Foreign Affairs.


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