Vivere nella città più ricca d’Italia significa anche fare i conti con il Fisco più esigente. A Milano, nel 2024, i contribuenti hanno versato mediamente 9.066 euro di Irpef, quasi il 57% in più rispetto alla media nazionale di 5.788 euro. Un primato che lascia indietro persino Roma, seconda in classifica con 7.536 euro, e che racconta le profonde differenze economiche tra i territori italiani. Ma la fotografia scattata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, diffusa sabato 17 ottobre, contiene anche un’altra notizia: nel 2026 la pressione fiscale complessiva del Paese dovrebbe raggiungere il 43% del Pil, il livello più elevato degli ultimi dieci anni.
Due numeri che, letti insieme, sembrano descrivere un’Italia nella quale le tasse continuano ad aumentare. Ma la realtà, spiegano gli artigiani di Mestre, è più articolata. Perché pagare più Irpef non significa necessariamente subire una tassazione più pesante, così come una pressione fiscale nazionale in crescita non implica automaticamente che ogni famiglia stia versando più denaro allo Stato. La differenza sta nei redditi, nella progressività delle imposte, nelle agevolazioni introdotte negli ultimi anni e perfino nel modo in cui alcune misure vengono contabilizzate nei conti pubblici.
La graduatoria territoriale è comunque impressionante. Dietro Milano, con i suoi 9.066 euro medi, si colloca Roma a 7.536 euro, seguita da Monza e Brianza con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 euro e Bologna con 6.846 euro. Tutti territori caratterizzati da livelli reddituali superiori alla media italiana e, di conseguenza, da un’imposta media più elevata. Tra Milano e Roma la differenza è di 1.530 euro, mentre rispetto alla media nazionale il contribuente milanese versa 3.278 euro in più.
La spiegazione principale è contenuta nel funzionamento stesso dell’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Il sistema italiano è progressivo: all’aumentare del reddito cresce anche l’aliquota applicata agli scaglioni più elevati. Questo significa che le aree nelle quali si concentrano stipendi più alti, redditi professionali importanti e una maggiore capacità economica tendono a registrare anche un gettito medio superiore.
I dati sui redditi dichiarati confermano questa lettura. Nella Città Metropolitana di Milano, il reddito complessivo medio raggiunge 34.803 euro, il valore più elevato tra quelli indicati dalla Cgia. Seguono Bologna con 30.686 euro, Monza e Brianza con 30.578, Lecco con 29.906, Bolzano con 29.846, Parma con 29.771 e Roma con 28.643 euro. Una geografia che mostra come la maggiore pressione dell’Irpef in termini assoluti si concentri soprattutto nei territori economicamente più sviluppati del Centro-Nord.
All’estremo opposto della graduatoria si trovano diverse province del Mezzogiorno. A Crotone, l’Irpef media si ferma a 3.867 euro, a Vibo Valentia scende a 3.836 euro, nel Sud Sardegna arriva a 3.743 euro, mentre Ragusa registra 3.689 euro. Tra il valore milanese e quello ragusano ci sono 5.377 euro di differenza. Non significa, però, che i contribuenti siciliani godano necessariamente di condizioni fiscali più favorevoli: in larga parte, il divario riflette la diversa distribuzione dei redditi.
C’è poi un altro elemento evidenziato dalla Cgia di Mestre: nelle aree dove si pagano mediamente più tasse si possono trovare anche servizi pubblici più numerosi e tendenzialmente di migliore qualità. È un aspetto che contribuisce a spiegare le differenze territoriali, ma che non autorizza a stabilire un rapporto automatico tra l’Irpef versata e la qualità dei servizi ricevuti. Il livello dell’assistenza sanitaria, dei trasporti, dell’istruzione e delle infrastrutture dipende infatti anche dall’organizzazione amministrativa e dalle risorse disponibili.
Se la classifica dell’Irpef fotografa le differenze tra i territori, il dato nazionale racconta invece l’evoluzione del rapporto tra il Fisco e l’economia italiana. Secondo le stime della Cgia, nel 2026 la pressione fiscale raggiungerà il 43%, in lieve aumento rispetto al 42,9% del 2025. Un incremento apparentemente contenuto, appena un decimo di punto percentuale, ma sufficiente a portare l’indicatore sul livello più alto dell’ultimo decennio.
Il confronto con gli anni precedenti rende evidente la tendenza. Nel 2022, la pressione fiscale era pari al 41,6% del Pil. Dal 2024, segnala l’associazione, il rapporto ha ripreso a crescere fino alla stima attuale. La differenza rispetto al 2022 è di 1,4 punti percentuali, un dato significativo per un Paese nel quale il dibattito sulla riduzione delle imposte occupa da anni un posto centrale nelle politiche economiche.
Eppure, proprio qui emerge il paradosso più interessante dello studio. La pressione fiscale cresce, ma per molte famiglie e microimprese il peso delle tasse si è effettivamente ridotto. Secondo i calcoli della Cgia, gli interventi introdotti negli ultimi quattro anni hanno prodotto benefici complessivi per 33,3 miliardi di euro a favore di queste categorie.
Tra le misure richiamate figurano l’innalzamento della soglia del regime forfettario, che ha ampliato le possibilità di accesso alla flat tax per i lavoratori autonomi, e il taglio del cuneo fiscale, pensato per sostenere il reddito disponibile dei lavoratori dipendenti. Provvedimenti che hanno alleggerito il carico su una parte dei contribuenti, ma che non sono stati sufficienti a impedire l’aumento dell’indicatore generale.
La ragione è che la pressione fiscale misura il rapporto tra il complesso delle entrate tributarie e contributive e il Prodotto interno lordo. Non rappresenta quindi la percentuale di reddito che ogni singolo cittadino versa al Fisco. Può aumentare anche quando alcune categorie pagano meno, se contemporaneamente crescono le entrate provenienti da altri soggetti o intervengono modifiche nel rapporto tra gettito e Pil.
Una parte dell’inasprimento, secondo l’analisi della Cgia, deriva da decisioni che hanno interessato soprattutto il mondo delle imprese. Tra queste figurano la sospensione della deducibilità di determinate voci di costo e l’abolizione dell’Ace, l’Aiuto alla Crescita Economica, un meccanismo che fino al 2023 garantiva benefici fiscali per poco più di 3 miliardi di euro all’anno. La sua eliminazione ha contribuito a modificare il carico tributario sulle aziende.
Un altro contributo importante arriverà nel 2026 da banche e assicurazioni. Secondo le stime riportate dallo studio, la revisione delle disposizioni sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap comporteranno per questi settori 5,6 miliardi di euro di versamenti aggiuntivi all’Erario. Una cifra che aiuta a spiegare perché le entrate fiscali possano crescere anche in presenza di interventi favorevoli ad altre categorie di contribuenti.
Ma l’aspetto forse più sorprendente riguarda proprio il taglio del cuneo fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Una misura concepita per aumentare le disponibilità economiche dei lavoratori finisce, per effetto delle regole contabili, per contribuire all’aumento dell’indicatore della pressione fiscale.
Il meccanismo è tecnico, ma il risultato merita attenzione. Una parte degli interventi sul cuneo fiscale è stata realizzata attraverso la riduzione dell’Irpef, mentre un’altra prevede l’erogazione di un bonus destinato ai lavoratori con redditi fino a 20mila euro. Quest’ultima componente, pur alleggerendo concretamente il peso economico sui beneficiari, viene contabilizzata come maggiore spesa pubblica, anziché come una riduzione delle entrate tributarie.
L’effetto sui conti è notevole. A fronte di un alleggerimento complessivo del cuneo fiscale vicino ai 18 miliardi di euro, quasi 4,5 miliardi vengono classificati contabilmente come un incremento della spesa. Il bonus vale circa 0,2 punti percentuali di Pil. In questo modo una misura favorevole ai lavoratori non produce, per quella componente, una corrispondente riduzione statistica della pressione fiscale.
È una distinzione importante per interpretare correttamente il dato del 43%. Non tutti i contribuenti stanno necessariamente pagando di più, e una parte dell’aumento deriva dalla composizione delle entrate e dalle modalità con cui vengono registrate alcune agevolazioni. Allo stesso tempo, la crescita dell’indicatore segnala che il peso complessivo del prelievo fiscale e contributivo sull’economia italiana rimane elevato.
Tornando alla graduatoria territoriale, il primato di Milano racconta dunque molto più di una semplice classifica delle tasse. La città metropolitana presenta il reddito medio dichiarato più alto tra i territori considerati e, di conseguenza, anche l’Irpef media maggiore. Una condizione che riflette la concentrazione di attività economiche e redditi elevati, ma che non consente di trarre conclusioni automatiche sul potere d’acquisto dei singoli cittadini, soprattutto senza considerare il costo della vita.
Per comprendere quanto le imposte incidano realmente sulle condizioni economiche delle famiglie occorrerebbe infatti affiancare ai dati fiscali anche quelli sui prezzi delle abitazioni, sui servizi, sui consumi e sulla distribuzione dei redditi. Due contribuenti con lo stesso stipendio possono avere disponibilità economiche molto diverse a seconda del territorio in cui vivono. Il valore medio dell’Irpef, da solo, non racconta queste differenze.
La fotografia della Cgia di Mestre consegna quindi due messaggi distinti. Il primo è che nelle aree economicamente più ricche si pagano mediamente più imposte sul reddito, soprattutto per effetto della progressività. Il secondo è che la pressione fiscale italiana nel 2026 è stimata al livello più elevato degli ultimi dieci anni, nonostante gli alleggerimenti introdotti per alcune categorie.
Il dato più significativo, alla fine, non è soltanto quello dei 9.066 euro pagati mediamente a Milano. È il contrasto tra un sistema fiscale che continua a incidere fortemente sull’economia nazionale e la difficoltà di tradurre un unico indicatore in una misura del sacrificio economico sostenuto da ogni contribuente.
Perché dire che le tasse aumentano può essere corretto guardando ai conti pubblici. Ma per capire chi stia pagando davvero di più bisogna guardare anche a chi guadagna, a chi beneficia degli sgravi e a chi, invece, vede crescere il proprio conto con il Fisco.
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