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Il numero uno di Goldman Sachs si dice preoccupato più per i movimenti bruschi dei rendimenti che per il loro livello assoluto: “Non solo un’anomalia storica”. Ma il ceo di J.P. Morgan intravede nuovi rialzi e mette in guardia gli investitori. Ma sull’AI sono concordi: ci sono dei rischi
Un Treasury al 5% non rappresenta necessariamente un problema, ma nuovi rialzi rischiano di mettere sotto pressione famiglie e imprese. È da questa diversa valutazione sul rendimento del decennale americano che emerge tutta la distanza tra due delle voci più autorevoli e influenti di Wall Street: David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs, e Jamie Dimon, ceo di J.P Morgan. Nel commentare le prospettive USA a margine delle conference call per spiegare le rispettive trimestrali, i due banchieri hanno infatti riconosciuto la resilienza dell’economia ma individuando rischi profondamente differenti. Un chiaro segnale di come l’attuale stagione dei mercati appaia di difficile lettura anche per i guru di Wall Street.
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Tassi, il 6% preoccupa Dimon
Solomon considera i livelli assoluti dei rendimenti meno rilevanti della velocità con cui si muovono. “Un Treasury decennale al 5% non rappresenta di per sé un’anomalia storica”, ha osservato, sottolineando come i tassi sono stati superiori a questo livello per gran parte degli ultimi decenni. A suo giudizio, invece, sono soprattutto gli aggiustamenti bruschi a creare tensioni sui mercati perché rendono più difficile per investitori e imprese adattarsi alle nuove condizioni finanziarie.

Più prudente l’approccio di Dimon, secondo cui l’eventualità di un nuovo rialzo è tutt’altro che remota e impone agli operatori di prepararsi a dovere. “Passare dal 5% al 6% sarebbe più doloroso che passare dal 4% al 5%”, ha spiegato in un’intervista a Cnbc. E il motivo è legato alla trasmissione del costo del denaro all’economia reale. Famiglie e imprese chiamate a rinnovare i finanziamenti si troverebbero ad affrontare interessi più elevati, stando al suo ragionamento, con il rischio di un ulteriore aumento degli spread creditizi. La risalita dei tassi potrebbe inoltre riflettere tanto una domanda sostenuta di capitali, legata agli investimenti e alla crescita della produttività, quanto pressioni inflazionistiche più persistenti. Eventualità, quest’ultima, che insieme all’espansione del debito pubblico concorrerebbe a rendere più complesso lo scenario.
Economia tra resilienza e vulnerabilità
Sul quadro congiunturale, i giudizi dei due banchieri si sono invece dimostrate più vicine. Solomon ha descritto un’economia americana solida, sostenuta sia dalla crescita del prodotto interno lordo sia dal mix di utili societari forti e mercato del lavoro ancora resiliente. Dimon ha riconosciuto la tenuta di consumi e investimenti, non senza però invitare a considerare le tensioni accumulate nel sistema: deficit pubblici elevati, inflazione persistente e valutazioni fuori scala. La differenza tra le due view riguarda quindi soprattutto la capacità del Paese di assorbire condizioni finanziarie più restrittive. Per il ceo J. P. Morgan, in particolare, un aumento del costo del denaro prolungato e aggressivo potrebbe tradursi nel peggioramento dell’occupazione e in maggiori perdite sul credito.
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Intelligenza artificiale, rischio di correzione in vista
Argomento su cui i due manager sembrano invece avere visini simili è rappresentato dai rischi dell’intelligenza artificiale. Pur riconoscendo le dimensioni del ciclo di investimenti in corso, Solomon ha infatti sottolineato come il settore benefici di una domanda di capacità di calcolo che è ancora superiore all’offerta e ha anche ammesso che la traiettoria futura resta difficile da prevedere. “Un aumento dei tassi potrebbe rendere più oneroso finanziare i progetti e ridurre la convenienza di investimenti che richiedono ingenti esborsi iniziali”, ha detto nel dettaglio, non escludendo quindi una fase di riassestamento o possibili scossoni lungo il percorso. Dimon, dal canto suo, ha sottolineato quanto il tema sia ormai esteso all’intero sistema finanziario e le minacce che questo comporta. “L’esposizione diretta di J.P. Morgan all’AI resta contenuta ma un cambiamento del sentiment potrebbe avere conseguenze più ampie”, ha spiegato, facendo riferimento al finanziamento del capitale circolante. Il banchiere ha inoltre escluso l’adozione di agenti esterni da parte della banca, citando i rischi associati a questi strumenti.
Credito, maggiore prudenza per J.P. Morgan
La diversa sensibilità è però tornata a emergere anche nella valutazione sul mercato del credito. Dimon ha dichiarato che la sua società sta irrigidendo le condizioni di finanziamento nei segmenti dove gli standard si sarebbero progressivamente allentati, anche attraverso covenant meno stringenti. Una scelta che riflette l’esigenza di tutelarsi in una fase in cui tassi elevati più a lungo potrebbero mettere alla prova la capacità di rimborso dei debitori. Solomon ha invece ricondotto gli accantonamenti per il rischio di insolvenza a un numero limitato di esposizioni non correlate, senza individuare segnali di un deterioramento generalizzato. Le due letture rispecchiano anche modelli di business differenti: Goldman, più legata alle attività di mercato e all’investment banking, può interpretare rendimenti più elevati come un ritorno a condizioni storicamente normali; J.P. Morgan, con la sua ampia attività di raccolta e finanziamento al tessuto produttivo, è maggiormente esposta alle conseguenze di un aumento prolungato del costo del denaro.
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I conti del trimestre
Nel frattempo, i due hanno tenuto banco anche per i conti del terzo trimestre presentati in settimana. J.P. Morgan ha chiuso il periodo con utile netto di 15,3 miliardi di dollari e ricavi per 50,9 miliardi, entrambi inferiori alle attese degli analisti. Le spese sono salite del 12% su base annua, toccando quota 27,3 miliardi, mentre la banca ha rivisto al rialzo le stime sul margine d’interesse netto per il 2026 a 106,2 miliardi di dollari e aumentato quelle sui costi a 108,6 miliardi. Goldman Sachs ha invece presentato risultati solidi, pur dovendo gestire rischi di credito legati a singole esposizioni. La società ha registrato un fatturato in crescita del 23% su base annua a 18,68 miliardi e profitti per 5,29 miliardi, ben oltre il consensus A fare da traino è stato soprattutto il trading azionario, con ricavi in aumento del 72% a 6,44 miliardi, mentre le commissioni dell’investment banking sono salite del 21% a 3,22 miliardi.
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