Due colleghi ricevono lo stesso buono da 10 euro per ogni giorno di lavoro. Uno lo trova caricato sulla card, l’altro in un blocchetto di carta. A fine anno il primo ha incassato 2.200 euro puliti, mentre il secondo ne ha visti tassare 1.320 e gliene restano circa 1.570. Con i buoni pasto 2026 la differenza tra elettronico e cartaceo non è più un dettaglio.
La legge di bilancio ha alzato a 10 euro al giorno la soglia esentasse per i buoni elettronici e ha lasciato a 4 euro quella dei cartacei. Qui trovi cosa è cambiato, come si tassa la parte che supera il limite, come compaiono in busta paga e quanto valgono davvero rispetto a un aumento di stipendio.
In breve
- Dal 1° gennaio 2026 i buoni pasto elettronici sono esenti da tasse e contributi fino a 10 euro al giorno. Prima il limite era di 8 euro.
- I buoni cartacei restano esenti solo fino a 4 euro al giorno.
- Se il buono supera la soglia, si tassa soltanto la parte in eccesso, non l’intero valore.
- Con 10 euro per 220 giorni lavorati arrivano 2.200 euro netti l’anno. Per ottenerli con un aumento, a 30.000 euro di RAL servirebbero quasi 4.900 euro lordi in più.
- Il limite dei buoni pasto è separato da quello dei fringe benefit e non si somma.
Buoni pasto 2026: cosa cambia con la legge di bilancio
La novità arriva dalla legge di bilancio 2026 (legge n. 199/2025, comma 14), che ha modificato l’articolo 51, comma 2, lettera c) del TUIR. La soglia giornaliera oltre la quale il buono pasto elettronico diventa reddito tassabile è passata da 8 a 10 euro. La conferma si trova anche su FiscoOggi, la rivista dell’Agenzia delle Entrate.
La regola vale dal 1° gennaio 2026 e non richiede nuove procedure. Molte aziende hanno semplicemente aggiornato il valore caricato sulla card. Altre sono rimaste a 7 o 8 euro, perché la legge alza il limite fiscale ma non obbliga nessuno ad aumentare il buono.
Per i buoni cartacei non è cambiato nulla. Restano esenti fino a 4 euro al giorno, una scelta che spinge le aziende verso il formato digitale e la tracciabilità dei pagamenti.
Buoni pasto 10 euro: da quando e per chi
La soglia di 10 euro si applica ai buoni pasto 2026 elettronici consegnati dal 1° gennaio in poi, nel settore privato. Vale per i dipendenti a tempo pieno e part time e per i collaboratori con redditi assimilati, purché il buono sia dato a tutti i lavoratori o a categorie omogenee, come un livello, una sede o un turno. Un buono concesso solo a una persona scelta dall’azienda perde l’esenzione.
Buoni pasto elettronici e cartacei: le differenze
Il buono pasto è un servizio sostitutivo della mensa aziendale. Il ticket restaurant cartaceo è il blocchetto di tagliandi da consegnare alla cassa. I buoni pasto elettronici sono invece caricati su una card o su un’app e si usano come una carta di pagamento al POS di bar, ristoranti e supermercati convenzionati.
Le regole d’uso sono le stesse per entrambi. Il buono non si può cedere, vendere o convertire in denaro, e non dà diritto al resto. Si possono usare fino a 8 buoni insieme in un’unica spesa. Dal 1° settembre 2025 le società emettitrici non possono applicare ai negozi commissioni superiori al 5%, e anche per questo più catene della grande distribuzione hanno iniziato ad accettarli.
La vera differenza è fiscale. Con i buoni pasto 2026, a parità di valore, il formato elettronico resta esentasse per una quota molto più alta.
| Valore del buono | Elettronico: esente | Elettronico: tassato | Cartaceo: esente | Cartaceo: tassato |
|---|---|---|---|---|
| 7 € al giorno | 140 € | 0 € | 80 € | 60 € |
| 8 € al giorno | 160 € | 0 € | 80 € | 80 € |
| 10 € al giorno | 200 € | 0 € | 80 € | 120 € |
| 12 € al giorno | 200 € | 40 € | 80 € | 160 € |
Tassazione dei buoni pasto: cosa succede oltre la soglia
Entro la soglia il buono pasto non entra nel reddito di lavoro dipendente. Non paga IRPEF, non paga addizionali e non paga contributi INPS, quindi il valore speso dal lavoratore coincide con quello pagato dall’azienda.
Se il buono supera il limite, diventa imponibile solo la parte in eccesso. Con un buono elettronico da 12 euro, 10 euro restano esenti e 2 euro vengono sommati alla retribuzione, con tasse e contributi come qualsiasi altra voce dello stipendio. Con un buono cartaceo da 10 euro la parte tassata sale a 6 euro al giorno, cioè 1.320 euro l’anno su 220 giornate.
Un punto che genera spesso confusione riguarda i fringe benefit. La parte di buono che supera i 4 o i 10 euro non può essere assorbita dalla franchigia dei fringe benefit, che nel 2026 vale 1.000 euro, o 2.000 con figli a carico. Le due soglie sono separate e ciascuna segue le proprie regole.
Buoni pasto in busta paga: come compaiono nel cedolino
I buoni pasto elettronici entro la soglia spesso non si vedono affatto nel cedolino, oppure compaiono come voce informativa con il numero di buoni e il valore caricato. Non cambiano né il lordo né il netto della busta paga, perché vengono pagati a parte sulla card.
Quando invece il buono supera la soglia, la parte eccedente compare di solito due volte. Prima tra le competenze, così da calcolare tasse e contributi, poi tra le trattenute, perché quel valore il lavoratore lo ha già ricevuto sulla card e non può essere pagato una seconda volta in denaro. Il risultato è un netto in busta un po’ più basso, anche se il valore complessivo ricevuto cresce. Una trattenuta legata ai buoni può comparire anche quando il contratto o il regolamento aziendale prevede una piccola quota a carico del lavoratore.
Se il netto del tuo cedolino non torna con quello stimato, la sezione sulle voci variabili della guida perché il netto è diverso dalla busta paga spiega i casi più comuni.
Quanto valgono i buoni pasto rispetto a un aumento
Il confronto più utile per chi sta valutando un’offerta di lavoro è tra 2.200 euro di buoni pasto e un aumento di stipendio che lasci in tasca la stessa cifra. Sull’aumento si pagano IRPEF, addizionali e contributi, quindi per ottenere 2.200 euro netti serve un lordo molto più alto.
| RAL | Buoni elettronici da 10 € | Aumento lordo per lo stesso netto | Costo dell’aumento per l’azienda |
|---|---|---|---|
| 25.000 € | +2.200 € netti | +3.585 € | 4.869 € |
| 30.000 € | +2.200 € netti | +4.891 € | 6.642 € |
| 40.000 € | +2.200 € netti | +4.323 € | 5.870 € |
A 30.000 euro di RAL l’aumento necessario è il più alto della tabella. Il motivo è che proprio in quella fascia il taglio del cuneo fiscale e le detrazioni per lavoro dipendente si riducono man mano che il reddito sale, quindi ogni euro in più viene tassato di più. Per l’azienda la differenza è ancora più netta, perché 2.200 euro di buoni costano 2.200 euro, mentre l’aumento equivalente supera i 6.600 euro una volta aggiunti contributi, INAIL e TFR, come spiega la guida sul costo dipendente per l’azienda.
Nel calcolatore dello stipendio netto puoi aggiungere i buoni pasto tra le opzioni avanzate, scegliendo elettronico o cartaceo e il valore giornaliero. Il risultato mostra a parte la quota esente e somma l’eventuale eccedenza al reddito tassabile.
A chi spettano i buoni pasto e quando
Nel settore privato nessuna legge obbliga l’azienda a dare i buoni pasto. Li prevede il contratto collettivo, un accordo aziendale o un regolamento interno, che stabiliscono anche il valore e le giornate in cui spettano. In genere sono legati ai giorni di lavoro effettivo.
Smart working, part time, ferie e malattia
Per lo smart working non esiste un diritto automatico al buono pasto. Molte aziende però lo riconoscono anche nelle giornate da remoto, e l’Agenzia delle Entrate, con la risposta a interpello n. 123 del 2021, ha chiarito che l’esenzione vale anche in quel caso. I lavoratori part time possono riceverlo anche se il loro orario non prevede una pausa pranzo.
Durante ferie, malattia e permessi di norma il buono non spetta, perché è collegato alla presenza in servizio. Sulle ferie ci sono però sentenze recenti che hanno riaperto il tema, quindi vale la pena controllare cosa prevede il proprio contratto collettivo. Per lo stesso motivo il buono non entra nel calcolo del TFR, della tredicesima e della quattordicesima, salvo diversa previsione del CCNL.
Buoni pasto 10 euro nella pubblica amministrazione
La nuova soglia fiscale vale anche per i dipendenti pubblici, ma nella pubblica amministrazione resta un tetto di 7 euro al valore del buono, fissato dal decreto legge n. 95 del 2012. L’ipotesi di rinnovo del contratto delle Funzioni Centrali indica un valore non inferiore a 7 euro, compatibilmente con i bilanci dei singoli enti, e i sindacati chiedono di portarlo a 10 euro con la prossima manovra. A oggi quindi i buoni pasto da 10 euro restano una realtà del settore privato.
Buoni pasto e partita IVA
Chi lavora con partita IVA può acquistare buoni pasto per sé, ma il vantaggio è diverso da quello dei dipendenti. Nel regime ordinario il costo rientra nelle spese di vitto ed è deducibile al 75%, entro il limite del 2% dei compensi dell’anno. Nel regime forfettario i costi non si deducono, quindi i buoni pasto non portano alcun risparmio fiscale. Il calcolatore del sito, pensato per il lavoro dipendente, non copre questi casi.
Buoni pasto 2026 per l’azienda: deducibilità e IVA
Per l’azienda il costo dei buoni pasto dati ai dipendenti è interamente deducibile dal reddito d’impresa, e l’IVA al 4% applicata dalle società emettitrici si può detrarre. Sono quindi uno degli strumenti più efficienti per aumentare il potere d’acquisto dei dipendenti senza far crescere il costo del lavoro.
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