le piante che scalano gli ultimi pezzi di resistenza e la lezione che ci danno


RADIOGOLD – Prosegue il racconto dell’alessandrino Alberto Maffiotti dalle montagne italiane. In questa puntata il suo sguardo non si sofferma sulle criticità dettate dal cambiamento climatico, ma lancia un messaggio di speranza che almeno una parte dell’umanità ha sempre posseduto. Una forma di resistenza da sempre in mano anche alla Natura e che dovrebbe indurci a responsabilizzare tutti noi in ogni attività, senza abbandonarsi al disfattismo. Un rischio che finirebbe per togliere anche l’ultima possibilità a un reale cambiamento. Ecco il suo racconto:

Mi sveglio nel camper e per un istante non so dove sono. So solo che sono in alto: l’aria che entra dal finestrino socchiuso ha la leggerezza tagliente dei luoghi di quota. Il vento ha battuto tutta la notte contro la carrozzeria e io sono rimasto sveglio a lungo, con quei pensieri che vengono solo di notte: il tempo, il futuro, quello che stiamo facendo al mondo. Non dormo più come una volta. Dicono che esista una parola per questo, ansia o meglio eco ansia, ma mi sembra troppo stretta alla mia situazione. È il dolore di chi ama qualcosa e la vede minacciata.

Poi ricordo: il Colle del Piccolo San Bernardo, 2.188 metri, un valico che per secoli è stato più soglia che confine. E ricordo perché sono venuto. Non per turismo. Cercavo un luogo che mi aiutasse a pensare, uno di quei posti dove il tempo si vede: dove il passato affiora dalle zolle e il futuro si intravede nei ghiacci e nei semi salvati. Sono venuto a cercare ragioni per sperare dopo giorni in valle a vedere la dissoluzione dei ghiacci. Sono venuto qui perché ho finito le ragioni di scorta.

Esco. È presto, la luce è radente e ogni filo d’erba proietta un’ombra lunga. Davanti a me, il cerchio: quarantasei pietre allungate e appuntite, disposte a formare una circonferenza di ottanta metri. Gli archeologi chiamano questo allineamento: Cromlech. Sono qui dal terzo millennio avanti Cristo. Una, più larga e squadrata delle altre, emerge come la maiuscola di un alfabeto perduto. Le poso una mano sopra.

Anche loro guardavano il cielo con apprensione. Gli uomini dell’Età del Rame che piantarono queste pietre non lo fecero per ornamento: dal cielo dipendeva tutto: le semine, i raccolti, le transumanze e vollero capirlo, misurarlo. Il cerchio è orientato verso la cima di  Lancebranlette: al solstizio d’estate il sole tramonta esattamente nell’avvallamento tra quelle creste, da millenni. Per costruire questo strumento ci vollero generazioni di osservazioni, sera dopo sera, una conoscenza accumulata e infine scolpita nella pietra. Osservavano, capivano, agivano.

Ecco la prima cosa che il colle mi dice: noi abbiamo osservato e abbiamo capito. Nessuna generazione ha saputo così tanto e così presto di ciò che le stava accadendo. Sappiamo da più di un secolo che l’anidride carbonica trattiene il calore; misuriamo il pianeta con satelliti e carotaggi. Ciò che manca non è la conoscenza: è il terzo verbo, agire. È questo che mi toglie il sonno. Non il cambiamento del clima in sé, che è fisica e chimica; ma il cambiamento delle coscienze che non arriva, o arriva così lentamente da sembrare immobile.

Cammino lungo il perimetro del cerchio e mi chiedo che uomo sono, in tutto questo. Non sono uno scienziato, non sono un politico. Sono un uomo con un camper e un’inquietudine, che appartiene alla generazione che ha visto entrambi i mondi: quello di prima, con gli inverni lunghi e i ghiacciai che sembravano eterni, e quello di adesso, con le estati spaventose e le alluvioni “mai viste” che si ripresentano ogni anno. Sono un testimone. E la domanda che mi porto dietro è: se un testimone possa essere qualcosa di più. Se questa malinconia sia una resa o possa diventare un principio di azione.

Poi arrivo al giardino, ed è il giardino a rispondermi.

La Chanousia. Un giardino botanico a più di duemila metri, dove la natura concede poche settimane l’anno senza neve. Lo volle più di un secolo fa l’abbé Chanoux, rettore dell’ospizio. Ma oggi il giardino ha un compito che il suo fondatore non poteva immaginare, ed è la vera ragione per cui sono salito fin qui.

Bisogna capire cosa significa, per una pianta alpina, il riscaldamento del clima. Una pianta non può emigrare come gli uccelli. Quando la temperatura sale, la sua unica strategia è salire con lei: guadagnare quota, generazione dopo generazione, seme dopo seme. I botanici misurano questi spostamenti: metri ogni decennio, verso l’alto. Ma la montagna, salendo, finisce. C’è una vetta, e oltre la vetta niente. Le specie delle quote più alte — stelle alpine, genziane, sassifraghe,  vivono su un’isola che si restringe. Alcune, entro fine secolo, non avranno più dove andare.

Mi chino sulle aiuole di pietra e osservo il lavoro. Ogni pianta ha il suo cartellino, il nome latino, la sua parcella di terra scelta secondo l’esposizione e il drenaggio. Chi lavora qui ,botanici, giardinieri, volontari che salgono per la breve estate,raccoglie i semi al momento giusto, li pulisce, li cataloga, li conserva in banche del seme dove il freddo li tiene addormentati e vivi. Studia quali specie resistono, quali si potranno un giorno reintrodurre più in alto, più a nord. Ogni bustina di semi è una lettera spedita a un destinatario che chi la spedisce non conoscerà mai. Eppure la spedisce. È questo che mi colpisce, stamattina: non la grandezza dell’impresa, ma la sua umiltà. Nessuno di questi custodi salverà il clima, e lo sanno. Salvano una silene, una genziana. Salvano il salvabile ,parola che ho sempre detto con tristezza e che qui, per la prima volta, suona come un programma.

Mi fermo davanti a una genziana di un blu assoluto, e capisco forse la cosa per cui sono venuto: ho sempre cercato la speranza nel posto sbagliato. La cercavo nelle notizie, nei vertici internazionali, nelle svolte annunciate e rimandate  e lì trovavo soprattutto delusione. La speranza, scopro chinandomi su questa aiuola, è una pratica, non un sentimento. Non si prova: si fa. Chi cura questo giardino non aspetta buone notizie. Spera con le mani, in ginocchio nella terra fredda. E poiché quella speranza non dipende dall’esito, è invulnerabile: anche se una specie si perdesse, il gesto di averla custodita resterebbe fatto. Questa è speranza per le giovani generazioni.

Alzo lo sguardo e vedo, nitidi, i ghiacciai del Monte Bianco. Sono bellissimi e sono malati: arretrano anno dopo anno, lasciano dietro di sé pietraie grigie. Li guardo come si guarda il volto di una persona amata che invecchia troppo in fretta sapendo di avere una parte, per quanto piccola, in quell’invecchiamento. Non distolgo gli occhi: è il minimo che devo a questo mondo. Il lutto anticipato che porto dentro non è una malattia da guarire; è la forma che prende l’amore quando ciò che si ama è in pericolo. Ma da sola la malinconia gira in tondo. Deve diventare qualcos’altro, e stamattina vedo in cosa: in cura.

E ci sono ragioni, provo a elencarle. La Chanousia stessa fu distrutta dalla guerra: bombardamenti, abbandono, decenni da giardino fantasma. Poi qualcuno tornò ,italiani e francesi insieme, negli anni Settanta . Rimosse le macerie, ricostruì le aiuole, riseminò. Un giardino risorto dopo una guerra mondiale non promette che tutto andrà bene; promette qualcosa di più preciso: che dopo il peggio si può ricominciare, e che qualcuno, sempre, ricomincia. E ancora: la strada che per decenni tagliava in due il cromlech nel 2009 è stata spostata, e il cerchio è tornato intero. Le cose rotte, qualche volta, si ricompongono . Non da sole. Accade perché qualcuno decide di ricomporle. E infine: le energie del sole e del vento stanno sostituendo i combustibili fossili, lentamente, esasperantemente, ma con una direzione. Non è abbastanza. Ma non è niente.  Tra il non abbastanza e il niente c’è tutto lo spazio in cui si può ancora lavorare.

Mi siedo su un sasso, tra il cerchio e il giardino, con i ghiacciai davanti, e provo a dire come sto. Sto così: non guarito, ma orientato. L’inquietudine non è sparita e non voglio che sparisca , mi tiene sveglio, e in tempi come questi essere svegli è un dovere. Ma stamattina ha smesso di girare in tondo. Sto in un punto preciso di una lunga catena: tra chi cinquemila anni fa alzava pietre per capire il cielo e chi oggi raccoglie semi per salvare la terra. Due variazioni dello stesso tema: osservare con attenzione, avere cura.

Che cosa posso fare, io? Non salverò i ghiacciai. Ma posso custodire ciò che mi passa tra le mani, testimoniare senza distogliere gli occhi, raccontare perché anche le parole sono semi. Posso scegliere ogni giorno da che parte stare: tra chi commenta e chi porta secchi d’acqua, anche piccoli, anche mezzi vuoti. La speranza non si trova, come credevo salendo quassù: si fabbrica, con gesti ripetuti. Sono salito a cercarla e scendo con qualcosa di meglio: un impegno concreto. Magari piccolo ma concreto.

Riprendo il sentiero verso il camper. L’erba è bagnata, le scarpe si scuriscono di rugiada. Fra qualche mese, al solstizio d’estate, il sole tramonterà esattamente là, nell’avvallamento della Lancebranlette, come ha sempre fatto, come farà quando di me non resterà memoria. E qualcuno sarà qui a guardarlo: una botanica con le mani nella terra, un archeologo, un uomo con un camper e un’inquietudine finalmente messa al lavoro. Forse è questa la definizione di speranza che riporto a valle: non la certezza che tutto si salverà, ma che qualcuno, sempre, starà qui a contare le pietre, a piantare, a spedire lettere al futuro.

Metto in moto. Nello specchietto il cerchio di pietre rimpicciolisce ma non scompare: i cerchi non finiscono. E nemmeno la cura, quando qualcuno la tramanda.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Fabrizio Laddago

Source link

Di