La sfida non è far nascere start-up ma riuscire a farle crescere


MILANO. Al via l’Imsa 2026, il premio che mette sotto i riflettori quelle startup nate dalla ricerca italiana che, dopo i primi anni di attività, hanno dimostrato di saper trasformare l’innovazione in business e impatto concreto. La 20° edizione dell’Italian Master Startup Award (Imsa) avrà luogo giovedì 8 ottobre 2026, dalle ore 14.30 presso la Sala Agorà, I3P – Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, Corso Castelfidardo 30/A, Campus del Politecnico di Torino. A organizzare l’evento sono PNICube e I3P. La formula di quest’anno prevede 19 startup deep tech nate dalla ricerca, che hanno raggiunto importanti risultati economici e di impatto sociale a due anni dal lancio, che concorrono per quattro premi di categoria (Cleantech & Energy, Ict, Industrial, Life Sciences-MedTech) e per il titolo assoluto Imsa, con un premio complessivo di 10.000 euro.

PNICube è la Rete nazionale delle Università, degli Incubatori accademici e delle Start Cup Competition regionali, nata nel 2004 per trasformare la conoscenza prodotta dalla ricerca in nuova imprenditorialità. Attraverso una rete che oggi conta 61 associati, 17 Start Cup e 18 Regioni coinvolte in 2 competizioni nazionali (Premio Nazionale per l’Innovazione – PNI e Premio Imsa), mette in relazione università, ricercatori, studenti, imprese, investitori e istituzioni per accompagnare le idee ad alto contenuto di conoscenza dal laboratorio al mercato. La sua visione è costruire un ecosistema nel quale ricerca, competenze e capitale possano tradursi in imprese capaci di crescere e generare valore economico e sociale. Un modello di collaborazione riconosciuto dall’Ocse come best practice per la capacità di connettere i network territoriali e rafforzare i processi di innovazione e trasferimento tecnologico.

In vista dell’evento abbiamo parlato con Prof.ssa Paola M.A. Paniccia, Presidente PNICube e Delegata allo Sviluppo di Imprese, Start-up e Spin-off per l’Università di Roma Tor Vergata.

Dalla ricerca al mercato: dove si concentrano oggi le principali sfide?

«Il passaggio dalla ricerca all’impresa è oggi molto più strutturato di vent’anni fa, ma resta un percorso complesso. La vera sfida non è soltanto far nascere una startup dalla ricerca: è accompagnarla fino a quando la tecnologia diventa prodotto, trova un mercato e genera valore. Le startup deeptech, soprattutto quelle basate su ricerche di frontiera, richiedono tempi di sviluppo lunghi, capitali importanti e adeguati e un insieme articolato di competenze. Per questo serve un ecosistema solido e affidabile capace di mettere in relazione ricerca, università, industria, investitori e istituzioni. È proprio in questa direzione che opera PNICube, la Rete nazionale delle università, degli incubatori accademici e delle Start Cup regionali. Attraverso 17 Start Cup regionali attive in 18 Regioni, lavoriamo per valorizzare in chiave imprenditoriale la ricerca e i giovani talenti, rafforzando il dialogo tra mondi diversi ma complementari, promuovendo un sistema collaborativo e non competitivo tra istituzioni, università, imprese e società civile all’interno dell’ecosistema dell’innovazione».

Il capitale rappresenta ancora il principale collo di bottiglia per le startup deep tech?

«Il capitale è certamente uno dei nodi cruciali, soprattutto quando una tecnologia richiede anni di sviluppo prima di arrivare sul mercato. Strumenti come lo Scaleup Europe Fund vanno nella direzione giusta perché affrontano un gap che l’Europa ha riconosciuto: il finanziamento della crescita. È un passaggio importante per evitare che le startup innovative dalla ricerca nate in Europa siano costrette a cercare altrove le risorse necessarie per scalare. Ma non è solo una questione di quantità di capitale. Conta anche la qualità degli investimenti che devono essere coerenti con la fase di sviluppo e le specificità delle startup deep tech. Per questo PNICube ha messo a punto specifici criteri di valutazione che consentono di cogliere correttamente il valore del contenuto tecnologico e scientifico, il potenziale di mercato e l’impatto sociale atteso di queste startup».

Dalla startup al player globale: che cosa deve cambiare in Italia?

«La priorità è adottare una visione più sistemica. L’Italia dispone di una ricerca di altissima qualità e di una straordinaria capacità di generare conoscenza, ma deve rafforzare la propria capacità di trasformare questo patrimonio in imprese in grado di competere su scala internazionale. Per raggiungere questo obiettivo occorre rendere sempre più strutturale la collaborazione tra istituzioni, università, imprese, investitori pubblici e privati; considerare il rischio deeptech come rischio di sistema per lo sviluppo; riconoscere la ricerca come un asset capace di generare non solo conoscenza, ma anche sviluppo, occupazione qualificata e competitività. Questo significa rafforzare il trasferimento tecnologico e di conoscenza, favorire l’incontro tra ricerca, industria e capitale, sviluppare competenze imprenditoriali adeguate alla crescita e, soprattutto, cambiare prospettiva. L’internazionalizzazione non può più essere considerata una fase successiva alla creazione di una startup deep tech, ma deve entrare nella strategia fin dalla fase di progettazione. Per una tecnologia basata su ricerche di frontiera, il mercato di riferimento è quasi sempre globale. La vera sfida è quindi creare le condizioni perché una buona idea nata in un laboratorio italiano possa trovare rapidamente i partner, le risorse e i mercati necessari per diventare un’impresa internazionale, mantenendo in Italia valore, competenze e capacità di innovazione».

Quale ruolo ha oggi l’Università nell’ecosistema dell’innovazione?

«L’università rappresenta uno dei principali driver dello sviluppo sostenibile e dell’innovazione. Genera nuova conoscenza attraverso la ricerca, la trasmette alle nuove generazioni attraverso la formazione e la mette al servizio della società attraverso la Terza Missione. Ed è in questa logica che l’università può esprimere il massimo impatto, contribuendo non soltanto alla nascita di startup innovative, ma alla loro crescita, al loro consolidamento e alla loro capacità di competere sui mercati internazionali e fare la differenza. La sfida, tuttavia, non riguarda le singole Università. Riguarda la capacità di valorizzare reti collaborative come ad esempio PNICube, che aggregano competenze, opportunità e talenti su scala territoriale, nazionale e internazionale, favorendo la diffusione della cultura imprenditoriale e mettendo a disposizione di ricercatori e studenti percorsi, competenze, mentoring e infrastrutture adeguate. È questa la prospettiva di sistema che il PNRR ha contribuito ad accelerare: costruire ecosistemi dell’innovazione capaci di connettere ricerca, formazione, imprese, investimenti e istituzioni. Per questo la vera sfida oggi è il post PNRR. Dobbiamo evitare che il patrimonio di relazioni, competenze e strumenti costruito in questi anni si disperda e trasformarlo invece in un ecosistema stabile, solido e affidabile, capace di generare impatto duraturo».

Guardando alle 19 startup finaliste IMSA 2026, che cosa raccontano oggi della ricerca italiana?

«Raccontano innanzitutto la qualità della ricerca italiana e la capacità dei nostri giovani talenti di trasformarla in innovazione. Le 19 startup finaliste operano in settori diversi, ma condividono alcuni elementi fondamentali: nascono dalla ricerca scientifica, sviluppano tecnologie ad alto contenuto di conoscenza e hanno già dimostrato una concreta capacità di confrontarsi con il mercato e di generare impatto. Questo ci porta ad una riflessione importante. Oggi non dobbiamo limitarci a chiederci quante startup riusciamo a generare dalla ricerca, ma quante siamo capaci di far crescere. Il vero obiettivo non è creare più startup, ma costruire le condizioni affinché quelle con maggiore potenziale possano attrarre capitale, incontrare l’industria, crescere sui mercati internazionali e diventare imprese innovative solide e durature. Dopo vent’anni di attività, la sfida di PNICube è ancora questa: fare in modo che la straordinaria capacità di ricerca delle università e degli enti di ricerca italiani non rimanga nei laboratori, ma diventi impresa, competitività e valore per la società».


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